Fernando Rennis, Pop is dead. La storia dei Radiohead
Nottetempo, 2025 – pp. 344
Guardando la carriera di un’artista nella sua completezza (e complessità) si corre spesso il rischio di rintracciare in quel percorso qualcosa di evidente fin dall’inizio. Qualcosa che ci indicava la direzione verso cui la traiettoria artistica si muoveva. Il più delle volte, però, questo senso risiede più nello sguardo dell’autore della ricostruzione storica che nella realtà. In altre parole, è piuttosto facile pensare che i percorsi artistici abbiano avuto in nuce la configurazione che hanno assunto nel momento in cui li studiamo. Questa fallacia argomentativa (e non solo argomentativa) credo risponda alla necessità culturale e psicologica di scovare una teleologia insita ad ogni cosa, ovvero al fatto che tutto tenda ad una destinazione finale già da sempre pre-installata nel soggetto di cui stiamo osservando il percorso.
In Pop is dead. La storia dei Radiohead (Nottetempo, 2025) Fernando Rennis non cade in questa trappola ed anzi costruisce, e ri-costruisce, la storia della band di Oxford calandosi interamente nel flusso che li ha spinti e che loro hanno contribuito ad alimentare. La storia del percorso che Thom Yorke, Ed O’Brien, Philip Selway e i fratelli Jonny e Colin Greenwood, ovvero i Radiohead, hanno tracciato è affascinante e rivelatore. I Radiohead, infatti, non sono inquadrabili soltanto sotto la definizione di band. Sembra retorico, ma è davvero così: i Radiohead sono stati e sono tutt’ora — prova ne sono il particolare successo dei recenti concerti europei — più di un gruppo musicale. La loro evoluzione artistica ha camminato sempre parallelamente a un atteggiamento politico (nel senso più ampio e laico del termine) che ha segnato l’unicità e la straordinarietà della band.
«Il mistero è uno degli aspetti di questo poliedro chiamato Radiohead. […] È una questione di gravità. I Radiohead vendono più di 30 milioni di album, ma sono indipendenti. Hanno introdotto idee avanguardiste nel loro sound, prendendosi il rischio di essere abbandonati dal pubblico, ma non hanno mai pubblicato un Atom Heart Mother, l’album dei Pink Floyd il cui lato A è interamente occupato da una suite di 23 minuti in sei parti. […] Restano in un equilibrio precario sulla tensione che si sviluppa tra i contrasti vuoto/pieno, forte/piano, ambiente/esplosioni, catarsi/climax.» (p. 316)
Gli On a Friday sono una giovane band composta da cinque ragazzi di Oxford, alla metà degli anni ‘80. Nascono e coltivano le loro prime esperienze in ambienti scolastici e universitari nei quali si vengono a creare sacche di pensiero alternativo contro l’imperante clima edonistico e la politica del «do it yourself». Yorke e compagni frequentano e alimentano contesti in cui «trovano rapida circolazione temi come il vegetarianismo e l’ambientalismo» (p. 52) e la musica rappresenta uno strumento per scartare di lato e, quindi, opporsi al flusso mainstream su cui il mondo si era incanalato. Rennis ricostruisce in maniera chiara il percorso che porta gli On a Friday dalle prime esibizioni dal vivo all’essere apprezzati da personaggi della discografia britannica dell’epoca, fino al punto di “trasformarsi” in Radiohead firmando il loro primo contratto discografico. Agli inizi degli anni Novanta il mondo musicale, e discografico in genere, aveva regole che oggi rappresentano un passato archeologico. Il contratto discografico che i cinque di Oxford firmano nel 1991 è con la major EMI (la stessa etichetta dei Beatles, per intendersi) ed è valida per sei dischi. Come fa notare l’autore, mostrando il lavoro che c’è stato tra Pablo Honey (1993), il primo disco dei Radiohead, fino a Kid A, il disco del 2000 che ha rappresentato una grande svolta sperimentatrice nella carriera della band, la sicurezza di un contratto discografico non ha immobilizzato la creatività di Yorke e dei suoi compagni. Al contrario: se tra Pablo Honey e The bends (1995) si percepisce una certa continuità sonora e di impatto, già con Ok computer (1997) si è di fronte a un’importante mutazione del modo di fare e produrre musica. Come scrive Rennis: «c’è chi ancora non si capacita di come i Radiohead abbiano sparigliato le carte dopo essere passati nell’arco di soli tre album da un brano come Creep a uno come Paranoid Android» (p. 157).
Per fare ciò, il libro si inoltra all’interno dei curiosi processi di costruzione di ogni singolo disco, mostrando come i Radiohead si siano sempre affidati a un’idea di scoperta, di disvelamento. Le lunghe sessioni di prove e registrazioni, di sperimentazione coi software che mano a mano hanno iniziato a prendere piede nell’industria musicale, rappresentano il metodo ma anche il vanto del lavoro della band inglese. Parallelamente si costituiva una enorme massa critica intorno ai Radiohead, un grande seguito e una fanbase che si ritrova tutt’ora su numerosi forum, siti, newsletter e altri materiali di questo genere. Poche altre band, infatti, fa notare Rennis sono state seguite dai propri fan come i Radiohead; anche perché gli stessi Radiohead, pur nella loro “lateralità”, hanno alimentato prima e meglio di altri i canali di comunicazione tra loro e i fan che il web gli ha messo a disposizione.
Proprio il web e le nuove modalità di fruizione musicale, soprattutto nei primi anni 2000, modificarono a fondo il paradigma dell’industria discografica e i Radiohead, svincolati dal contratto con la EMI, nel 2007 pubblicarono un album a sorpresa, su un sito costruito appositamente (inrainbows.com), senza una cifra fissa: ciascun fruitore poteva scegliere quanto pagare per scaricare digitalmente le tracce del nuovo disco. Dopo due mesi In Rainbows uscirà anche in formato tradizionale, in un’edizione speciale che contiene altri brani esclusivi, ma il successo di questa operazione è vertiginoso.
«Il clamore suscitato da In Rainbows, quindi, è determinato da una concorrenza di cause. In primis, l’effetto sorpresa […] e la solida fanbasedel gruppo — nel Regno Unito quasi la metà degli utenti ha scelto di pagare per il disco. Inoltre, lo status della band, il rapporto quasi regolare con i fan attraverso il web e il suo atteggiamento di apertura alla pirateria hanno poi trovato terreno fertile in un pubblico più ampio di appassionati di musica.» (p. 223)
Dopo In Rainbows la carriera dei Radiohead imboccò una strada ancora nuova, ma ricostruire in questa sede tutti i passaggi della storia è impossibile. È più importante sottolineare che – mostrando accuratamente il lavoro su ogni disco e tour, sulla preparazione e la costruzione musicale e di marketing intorno ad ogni nuovo prodotto – Pop is dead è un libro altamente godibile, in cui le molte informazioni non appesantiscono la lettura.
L’assunto di base di Rennis appare di un realismo troppo spesso dimenticato in chi si occupa di creatività: le opere d’arte non sono frutto di intuizioni estatiche, sono piuttosto figlie del lavoro e della sperimentazione, della volontà di scoprire qualcosa che fino ad un momento prima era nascosto o parzialmente celato. La scrittura – musicale e non – è un lavoro e non un oggetto mistico. Gli schemi e gli ambienti laboratoriali attraverso cui i Radiohead hanno scritto, musicato e inciso i propri dischi, hanno permesso alla band anche di «cavalcare magistralmente il passaggio dall’analogico al digitale, di capitalizzare la credibilità maturata negli anni Novanta e mantenere intatta l’aura di austero intellettualismo attorno a sé» (p. 323). In quanto “anomalia continua” i Radiohead sono difficilmente inquadrabili (chi saprebbe dire a quale genere appartengono i loro dischi, ad esempio?) e si muovono di continuo in direzioni inesplorate, più o meno attese. Nonostante il fatto che ciascun componente della band, negli ultimi anni, abbia dato più spazio ai propri progetti personali rispetto a quelli sotto il cappello Radiohead, il gruppo mantiene un interesse intorno a sé non scontato: tutti sanno che qualcosa di inaspettato potrebbe accadere. Il libro di Fernando Rennis è un grande e riuscito tentativo di mostrare la genialità dell’approccio adottato dai Radiohead e di inserire il lettore/ascoltatore nel flusso che i Radiohead hanno costituito e alimentato. Riascoltare qualsiasi disco della band di Oxford non sarà più la stessa cosa.
Saverio Mariani
Foto di Danny Greenberg su Unsplash

