La voce di Dagny Juel: intervista al traduttore Luca Taglianetti

Lo scorso autunno è uscito per Lindau L’eco selvaggia del desiderio, raccolta di scritti dell’autrice norvegese Dagny Juel (1867-1901). Juel è stata una personalità carismatica, musa di Edvard Munch, vivace partecipante a importanti circoli culturali dell’epoca come quello che a Berlino si riuniva presso il locale Das Schwarze Ferkel, animato tra gli altri dallo stesso Munch, August Strindberg e Adolf Paul. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Luca Taglianetti, curatore e traduttore del volume.

Formatosi presso l’Università degli Studi di Salerno, Luca Taglianetti ha partecipato come relatore a diversi convegni di studi scandinavi e tenuto dei seminari di letteratura nordeuropea presso le Università di Roma, Milano e Napoli. Pur spaziando tra lingue ed epoche nella sua attività di traduttore di letteratura nordica, dedicandosi tanto a opere moderne quanto a testi medievali, di recente si sta occupando principalmente di letteratura scandinava di fine Ottocento, traducendo volumi ancora inediti in Italia come Sensitiva amorosa (2023) di Ola Hansson e Generazioni senza speranza (2025) di Herman Bang.

Quello che mi ha colpito di più della tua introduzione è vedere Dagny presentata come una persona vista quasi sempre come (bellissimo) oggetto in funzione dello sguardo o della percezione altrui, ora musa ora vistosa presenza nei circoli culturali del tempo, e più raramente come soggetto parlante da sé e per sé; tanto più per questo mi ha allettato l’idea di leggerla nel ruolo di autrice, di demiurga creativa. Qual è stato il tuo primissimo incontro con Dagny Juel?
Ho incontrato Dagny per la prima volta attraverso i quadri di Munch. In particolare, mi incuriosiva sapere chi si celasse dietro il celeberrimo dipinto Madonna del pittore (che è anche l’immagine di copertina che ho scelto per il libro). Leggendo vari articoli, ho scoperto che una delle possibili modelle del quadro poteva essere Dagny; da lì ho voluto approfondire questa figura così affascinante e, al tempo stesso, tragica. Avevo infatti letto alcune righe biografiche su di lei scoprendo non solo il suo ruolo di modella, ma anche la sua attività di scrittrice e la sua vita bohémien.

Qual è stata la genesi della pubblicazione? Sei stato tu a proporre l’autrice all’editore o ti è stato affidato il progetto?
Sono stato io a proporre il progetto all’editore. Ho intuito fin da subito le potenzialità di un’opera che non raccogliesse soltanto gli scritti di Dagny o unicamente la sua biografia, ma che unisse entrambi gli aspetti. In genere, nelle altre pubblicazioni sulla Juel — siano esse scandinave, tedesche o inglesi — si è privilegiato uno solo dei due piani, offrendo spesso un quadro incompleto della sua personalità, dal momento che l’opera e la vita di Dagny sono indissolubilmente intrecciate.

Com’è la lingua di Juel? C’è omogeneità da un punto di vista linguistico e stilistico nella raccolta, al di là delle differenze tra i generi letterari rappresentati? Quali diresti siano state le sfide maggiori o gli aspetti più interessanti nel tradurla?
La lingua utilizzata da Dagny risente fortemente dell’influsso della scrittura simbolista e decadente di fine secolo. La sua prosa è molto omogenea e i temi trattati ritornano spesso sia nei drammi sia nei racconti. Nella lirica, invece, il significato si fa più sfumato: la lingua diventa tenue e arcana, con lunghi periodi spezzati in più versi. Non ho riscontrato particolari difficoltà nella traduzione, se non nel tentativo di rendere al meglio in italiano tutta la tensione e la suspense dell’originale. Un discorso a parte merita invece la sezione biografica, per la quale ho dovuto comporre un vero e proprio collage di tutte le fonti a noi note, cercando di unirle in modo coerente in un testo che non risultasse confuso o, peggio ancora, cronachistico, e che fosse al tempo stesso anche avvincente.

Personalmente, da ingenua lettrice, ho trovato che la voce dell’autrice risulti più forte nei
drammi. Quale sezione ti è sembrata la più riuscita, la più “autentica”, sotto questo punto di vista? Quali diresti siano i punti di forza della penna di Juel?
Anch’io ho apprezzato molto la sezione dei drammi, che considero la più riuscita. Credo che tutte e tre le forme letterarie in cui si è cimentata Dagny — prosa, teatro e poesia — svelino il suo lato più autentico: sono tutte una confessione diretta della vita, delle esperienze e delle sensazioni, solo in parte celate, dell’autrice. Il tema del tradimento, del triangolo amoroso e della scelta di una vita estrema, priva di compromessi, rimandano direttamente alla biografia di Dagny. Le poesie sono forse meno immediate, ma, leggendo tra le righe, si intravedono le stesse ansie e le stesse paure che hanno attanagliato la giovane donna nel corso della sua vita. Il merito della scrittura di Dagny risiede proprio in questo: rivelare, senza finzioni, senza filtri né addolcimenti, il lato oscuro dei rapporti d’amore che oggi definiremmo “tossici”, e la volontà della donna di scegliere consapevolmente il “male”, per così dire, senza sottostare a giudizi morali o sociali.

Quale invece dei pezzi, tra racconti, drammi e poesie, ti è piaciuto di più, da lettore? Perché?
Come dicevo sopra, ho apprezzato maggiormente i drammi. Probabilmente la forma dialogica, la confessione di sentimenti profondi e laceranti, le scelte non ortodosse delle eroine, così come le tragedie e la “malvagità” che investono i protagonisti, mi hanno colpito in maniera più incisiva rispetto ai racconti e alle poesie.

Qual è la fortuna di Juel in patria oggi, nella critica e nel pubblico? È stata oggetto di una “riscoperta”, o rivalorizzazione, come certe autrici dell’Otto/Novecento italiano?
Fino alla fine degli anni Settanta, quando, grazie ad alcuni manoscritti rinvenuti tra le carte di Munch, le sue opere furono ripubblicate, Dagny era ricordata più per il gossip che circondava la sua figura che per la sua produzione letteraria. Ciò si riflette anche nel film del 1977, Dagny, che mette in risalto le sue doti di femme fatale all’interno dei circoli culturali fin-de-siècle, tralasciando completamente il lato artistico dell’autrice. A partire dagli anni Novanta, attraverso articoli, volumi accademici e alcune tesi universitarie, si è iniziato a prendere in considerazione anche la sua dimensione autoriale. Oggi l’eredità di Dagny è mantenuta viva soprattutto dal Kvinnemuseet (Museo delle donne), ospitato nella casa paterna di Dagny a Kongsvinger, in Norvegia. Attraverso eventi, festival e materiali d’archivio, il museo non si propone soltanto di promuovere la ricerca sulla vita e sulle opere di Dagny, ma anche su quelle di tutte le autrici norvegesi moderne e contemporanee.

I motivi ricorrenti negli scritti raccolti in questo volume sono molto evidenti: rispecchiano certo il gusto dell’epoca, come ricordato dall’introduzione, ma riflettono anche la tragicità insita nella vicenda biografica dell’autrice. In particolare, si possono individuare due tipi femminili ricorrenti: secondo te Juel si riconosceva in uno dei due? In entrambi? O si tratta in ogni caso di maschere letterarie, non del tutto aderenti alla realtà?
Credo che Dagny abbia spesso utilizzato la letteratura con una funzione catartica. È difficile non riconoscere, nelle eroine tragiche dei suoi drammi e dei suoi racconti, così come nell’io poetico delle sue liriche, la presenza di Dagny stessa. Si tratta, a mio avviso, di due facce della stessa medaglia: probabilmente molti dei conflitti irrisolti con il marito venivano trasposti sulla pagina quasi come una valvola di sfogo.

Alla luce dello studio, della lettura, della traduzione, come giudichi l’autrice: una donna, in fondo, incatenata alle norme sociali e ai ruoli di genere dell’epoca, o una donna trasgressiva e libera, avanti sui tempi?
La considero una donna profondamente emancipata e libera. Non temeva il giudizio altrui quando ballava da sola o con diversi uomini durante le serate danzanti nel locale berlinese frequentato dagli intellettuali bohémien dell’epoca. Non aveva paura della riprovazione pubblica nel mostrarsi vestita in un certo modo, nel fumare e bere, né nell’intrattenersi con scrittori o giornalisti fino a tarda notte. Tutto questo perché, in fondo, Dagny non aveva nulla da nascondere, era una donna di profonda cultura e non temeva il confronto su temi di un certo spessore. Ma soprattutto non si era mai piegata alle regole sociali imposte a una donna comme il faut, espressione ricorrente nella letteratura dell’epoca per indicare una donna che si conformava ai rigidi dettami del tempo (prima fidanzata casta e priva di esperienze sessuali pregresse, poi moglie servizievole, che non doveva mai uscire di casa se non accompagnata dal marito, infine madre totalmente piegata alle esigenze del coniuge e dei figli).

Quale dev’essere secondo te la prima qualità di un buon traduttore? E cosa invece un buon traduttore non deve assolutamente fare?
Credo che la prima qualità di un traduttore, al di là di un’ottima conoscenza della lingua di arrivo nei suoi aspetti grammaticali e sintattici, sia la capacità di rendere la traduzione come qualcosa di vivo. Una traduzione deve suonare come qualcosa che esiste nella realtà, non come un dialogo artificiale che non si ascolterebbe mai nella vita quotidiana. Ciò che un traduttore non dovrebbe mai fare, invece, è adagiarsi esclusivamente su una conoscenza empirica della lingua di partenza, trascurando gli aspetti culturali, epocali e contestuali in cui il testo originale è inserito. È proprio questa la differenza tra un traduttore in carne e ossa e uno artificiale: la traduzione non è téchne, ma epistéme.

Com’è il tuo processo traduttivo? Ti dedichi a uno o più progetti per volta? Hai un setting preferito o – passami il termine – dei piccoli riti associati all’attività della traduzione?
Di norma lavoro a un progetto alla volta, dedicandomi anima e corpo a un unico testo. Preferisco lavorare al mattino presto, quando la mente è riposata e più lucida, oppure la sera dopo cena, quando regnano il silenzio e la tranquillità. Nel mio studio ho creato un ambiente adatto al lavoro: luce naturale o una lampada soffusa, una libreria di fronte alla scrivania per poter consultare immediatamente i volumi necessari e alcune candele tutt’intorno, che contribuiscono a rendere l’atmosfera più rilassante. Tutto qui!

A chi consigli questo libro?
Consiglio questo libro innanzitutto a chi desidera ascoltare una voce femminile che per lungo tempo è stata silenziata da vicende esterne, le quali ne hanno compromesso il riconoscimento e la legittimità. Gli amanti di Poe e del romanzo gotico troveranno nei racconti di Dagny un elemento originale: il punto di vista di una donna alle prese con drammi di natura “psichica”. Anche qualche regista teatrale potrebbe trovare stimolante portare in scena le pièces ibseniane di Dagny. Inoltre, la sua biografia è talmente ricca e affascinante che chiunque voglia approfondire il clima culturale dell’epoca vi troverà numerosi spunti di riflessione. Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti!

Intervista a cura di Alessia Angelini

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