Sono giorni di neve a Berlino. Mi riparo dal freddo, salgo in metro per andare non so più se dalla psicologa, a un appuntamento o a lavoro. Mentre la mente viaggia verso l’articolo che già da tempo voglio scrivere su Borges e Bachmann i miei occhi rotolano sullo schermo che passa in rassegna le pubblicità e le fermate della U6, che tra Stadtmitte e Checkpoint Charlie spara la citazione del giorno:
»Hätten wir das Wort, hätten wir die Sprache, wir bräuchten die Waffen nicht.«1
Ingeborg Bachmann
Dai sotterranei di una Berlino molto diversa da quella che lei conosceva, in giorni in cui Trump attacca i paesi del mondo come stesse giocando a Risiko, l’Iran è in preda all’isolamento e alla strage di civili, Gaza e Ucraina entrano nel terzo e quinto anno di guerra e genocidio e la crisi mondiale è non solo inevitabile, ma già arrivata da un bel pezzo, proprio Bachmann mi ricorda della responsabilità del linguaggio.
La sera inizio a scrivere quest’articolo.
Non so quante volte abbia riletto le lezioni di poesia di Borges e Bachmann, non le ho contate.
Ingeborg Bachmann, poetessa austriaca morta a Roma in circostanze formidabili di cui fin troppo si parla e che tralascerò in questa sede, ha tenuto un ciclo di problemi di poetica contemporanea2 all’università di Francoforte tra il 1959 e il 1960. Pochi anni dopo, tra il 1967 e il 1968, Jorge Luis Borges tenne a Harvard le sue lezioni americane3 – quelle che Calvino avrebbe tenuto nel 1985 se non fosse morto prematuramente. Un ciclo, sei lezioni (per Bachmann saranno solo cinque).
Leggo Borges, leggo Bachmann e più li rileggo più mi sembra che le loro voci si somiglino, più confondo i consigli di uno con quelli dell’altro. Più li studio più diventano una cosa sola.
Sia Borges che Bachmann parlano di poesia come qualcosa di necessario, vivo, connaturato alla realtà stessa, come la letteratura. La poesia non è un mondo a sé, lontano da quello “vero” della realtà, né è tantomeno subalterna alla prosa. Quello che conta per la poesia e il linguaggio poetico vale tanto quanto per la prosa. Gli interrogativi sono gli stessi, le problematicità e le difficoltà le stesse, il principio, soprattutto, lo stesso. E proprio con la stessa domanda cominciano Ingeborg e Jorge Luis:
cosa pensate che io abbia da dirvi?
Scrittrici e scrittori alla ricerca dei segreti della scrittura, da secoli privi di un incarico, di un compito, di un mandato dall’alto, si costringono, si mettono a scrivere convinti non solo di poterlo ma anche di doverlo fare, persuasi solo e soltanto da sé stessi, commettendo dunque prima di tutto un atto di superbia – non verremo risparmiati dalla colpa, suggerisce Bachmann sottovoce. Auto-investiti di questo assurdo ruolo missionario cercano disperati attorno a sé le parole degli altri, dei grandi, si circondano dei segreti di quegli altri pazzi missionari che prima di loro “ce l’hanno fatta”.
Ma con tenera modestia Borges, con nuda sincerità Bachmann, entrambi subito confessano: non esistono segreti, non ci sono rivelazioni. Nessuna risposta.
La verità è che non ho rivelazioni da fare. […] Ogni volta che affronto una pagina bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è di alcun aiuto. Sicché, come ho già detto, ho solo le mie perplessità da offrirvi.
Borges
Né d’altra parte dobbiamo pensare che tutto il lavoro sia già stato fatto solo perché quaranta o cinquanta anni fa sono nati un paio di grandi spiriti. […] Dalla loro esistenza dovremmo dedurre solamente la certezza che non ci saranno risparmiate le loro stesse rischiose avventure.
Bachmann
Nonostante il desiderio di svelare i segreti che pensiamo nascosti nella grande letteratura sia rimasto, rimanga e, si può dire con una certa sicurezza di spirito, rimarrà sempre vivissimo, e per quanto flebili siano questi segreti della fucina scrittoria, pur sempre li andiamo a cercare, con una buona dose – ci augura Bachmann – di disperazione e messa in discussione di sé. Ma seppur continuiamo a cercare questi aiuti camuffati da segreti, che nulla fanno, se non farci sentire un po’ meno soli, l’unica vera guida che abbiamo è l’esperienza.
Mi viene da sorridere pensando a chi – penso che sia successo a ognun* di noi, almeno una volta – mi ha detto:
è già stato scritto tutto. Non si tratta di cosa, ma di come. In pratica: reinventarsi, originalità.
Io penso che queste persone siano così spaventate dalla fatica e auto-assunzione di responsabilità (affrontare la pagina bianca da soli), da confondere l’impegno con il peso dei grandi maestri, come ad avere una piacevole scusa: loro troppo grandi, qui io, a rubacchiare, scherziamo? Che infatti, poi, dopotutto, si sa, tutto è stato scritto.
Quali opere possono venir fuori da questa posizione di spirito?
Mi viene da dire che passiamo troppo tempo a cercare risposte quando avremmo prima di tutto un estremo bisogno di trovare domande. Una sessantina di anni fa due pilastri della letteratura hanno detto la stessa cosa, nella prima lezione di un ciclo che parte con un interrogativo (quella di Borges si chiama: L’enigma della poesia; quella di Bachmann: Domande e pseudo-domande), come a dire che il primo passo non è la risposta ma la domanda, lo spaventoso e cruciale movente della ricerca, e in questa messa in discussione incoraggiano chi in questo momento deve farsi avanti e parlare [e a cui] manca proprio la parola chiave (Bachmann).
Quello che è stato non importa. Prima di tutto, scrivere è un atto di coraggio: è un gettarsi violento verso una direzione in cui nessuno è mai stato prima. Ai classicisti tornerà forse in mente il carro di Callimaco.
E se sono solo dubbi e domande ciò che ci rimane quando tentiamo di affrontare di nuovo la letteratura, quali sono dunque queste domande che dobbiamo porci, e dove andarle a cercare, nella palude di parole e segreti detti e ridetti, non poi così nascosti?
Anche in questo caso, Borges e Bachmann dialogano un discorso simile. I problemi e le domande di scritt*i contemporanei non si trovano solo all’interno dell’ambito letterario. Pensando alle giuste domande da fare, Bachmann esponeva ad esempio cinquant’anni fa questi interrogativi caldi per l’epoca:
«La materia del narrare ha da essere trattata a freddo?», «Il romanzo psicologico è morto?», «Nell’èra della relatività è ancora possibile una cronologia nel romanzo?», «È proprio necessario che la nuova poesia sia tanto oscura?», «La drammaturgia vista caso per caso».
Bachmann
Domande che oggi, nella nostra cultura e letteratura contemporanea, potrebbero essere tradotte in (tanto per fare un esempio):
“È ancora percorribile la strada dell’autoficiton?”, “Qual è il vero obiettivo della poetica del dolore?”, “Come sopperiremo alla frammentarietà del romanzo?”, “Cos’è un romanzo di lingua?”.
Ma questi e altri interessanti e fondamentali interrogativi appartengono davvero all’esistenza e al compito di scritt*i? Altri interrogativi ancora si possono trovare nella scienza della letteratura, nella critica, nella filosofia, nella psicologia. Ma il problema de* scritt*i di oggi, tra connettivismo, selfismo, postmodernismo, autoficiton eccetera, si trova veramente lì?
Tendiamo a dimenticare che ciò che chiamiamo letteratura ha prima di tutto a che fare con chi si trova dietro la letteratura, chi la letteratura la fa. La domanda fondamentale di ogni scritt*e, è quindi sempre e prima di tutto una domanda rivolta a sé stess*:
perché scrivere?
Le domande sincroniche della letteratura e delle correnti letterarie dovrebbero quindi sempre e prima di tutto essere rivolte a chi scrive.
Perché scrivere?
Porsi questa domanda non come un come interrogativo di curiosità biografica, ma come evidenza del problema esistenziale che occupa e preoccupa chiunque decida di dedicarsi alla scrittura. Sono domande eterne e fondamentali, eppure senza tali domande, che solo in apparenza si trovano fuori dell’ambito letterario, non può nascere letteratura.
Ogni conflitto – sociale, storico, religioso, individuale, psicologico, interpersonale – non può che sfociare per chi scrive, secondo Bachmann, in un conflitto con il linguaggio. Non si tratta di sperimentare nuovi stili, non si tratta di modernità e innovazione (la sentenza dei codardi: non importa il cosa, ma il come), non è un tentativo di trovare nella rete quel piccolo buco ancora scoperto. Questa visione appare assai claustrofobica. Se scrivessi per trovare la maglia scoperta, ancora inosservata, che pazienta di essere scoperta (e quale fortuna, per chi la trova!) non scriverei. Una vera, autentica, nuova letteratura è possibile laddove esiste un pensiero nuovo, una morale nuova, un impulso nuovo che rende possibile un nuovo mondo. E a quel punto la lingua avrà anche un nuovo modo di incedere: non si tratterà di adoperarla, si trasformerà da sé, tramite una nuova comprensione del reale. È tramite questa spinta verso la comprensione della realtà che nasce una nuova conoscenza, un nuovo linguaggio, e quindi una nuova letteratura.
La realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto. Se ci si limita a manipolare la lingua per darle una patina di modernità, ben presto essa si vendica e mette a nudo le intenzioni dei suoi manipolatori.
Bachmann
In questo scatto verso la realtà si crea – e allo stesso tempo si risolve – il conflitto che chi scrive ha con il linguaggio.
Il rapporto di fiducia tra le cose e il linguaggio, che come abbiamo visto è un problema esistenziale-filosofico molto presente in Bachmann, è motivo di fascino anche per Borges, che di questo rapporto ha studiato non solo il presente, ma anche il passato (se non l’origine) tramite i suoi studi di etimologia e di metafora: si vedano, ad esempio, i suoi scritti sulle Kenningar.4
Anche Borges sembra voler preservare il contatto con la realtà rispetto allo studio della scienza (o se vogliamo, la letteratura alla scienza della letteratura), parla dei critici della letteratura in maniera diffidente, dei trattati di estetica come di opere di astronomi che non hanno mai guardato le stelle.
Con un punto di vista quasi bambino, Borges ci parla della profonda connessione tra realtà e poesia come occasione di gioia, di realtà, lontane dalle definizioni e vicine alla vita come lo sono il morso di una mela e l’odore del caffè. Ci avvisa Borges, come introduzione alle sue lezioni di “artigianato di poesia”, quello che tendiamo a dimenticare: che la vita è fatta di poesia, e che i libri altro non sono che occasioni di poesia. La poesia non si trova nei libri, ma accade nei libri; si trova fra chi scrive e chi legge. Quando leggiamo un libro, pensiamo di leggere poesia (io oserei dire: letteratura), dimenticando che quei libri sono solo occasioni di poesia (o letteratura). Ma la poesia accade mentre noi la leggiamo, la pensiamo, la ricordiamo, la creiamo, la intuiamo.
La poesia non è un’estranea; la poesia è, come vedremo, sempre in agguato dietro l’angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento.
Borges
Nell’ascoltare i versi di Keats letti dal padre, Borges rammenta il momento di rivelazione della gioia della poesia:
… quando per la prima volta avevo ascoltato mio padre leggerli ad alta voce […] mi fu rivelato che la poesia, il linguaggio, non erano solo un mezzo di comunicazione, visto che potevano anche essere una passione e una gioia. […]
Sicché si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade. Ecco che cos’è la poesia.
Borges
Se avessimo le parole, e se avessimo consapevolezza delle occasioni di gioia di cui ci parla Borges, effettivamente non penso avremmo bisogno di armi. Se avessimo consapevolezza della nostra esperienza, e di ogni volta che l’esperienza accade.
Oggi guardando il mondo è difficile darsi una risposta. Forse faremmo meglio a partire tutti da una domanda.
Ognuno di noi sa dove trovare la poesia, ci dice Borges.
Io intanto ve ne lascio qui una sua.
Commiato
Tra me e il mio amore si alzeranno
trecento notti come trecento muri
e una magia sarà fra noi il mare.
Non resteranno che ricordi.
O sere che il dolore ha meritato,
notti nella speranza di guardarti,
campi del mio vagare, firmamento
che mentre ammiro perdo…
Definitiva come un marmo
rattristerà altre sere la tua assenza.
J. L. Borges
Esther Bondì
1 Se avessimo la parola, se possedessimo il linguaggio, non avremmo bisogno di armi.
2 Pubblicate in italiano da Adelphi: Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, trad. di Vanda Perretta, Adelphi, Milano 1993.
3 Pubblicate in italiano da LUISS: Il mestiere della poesia, trad. di Vittoria Martinetto e Angelo Morino, Luiss University Press, Roma 2024.
4 J. L. Borges, Storia dell’eternità, trad. di Gianni Guadalupi, Adelphi, Milano 1997


