When the Rain Stops Falling e l’ossessivo ticchettio del tempo

When the Rain Stops Falling, Andrew Bovell
(Luca Sossella Editore, 2019 – trad. M. Mauro)

I titoli in genere sono delle promesse, e When the Rain Stops Falling rispetta a pieno le promesse insite nel suo titolo. Aver lasciato il nome inglese nella traduzione potrebbe sembrare una mera questione di moda. Tuttavia, credo che qui si tratti piuttosto di una questione di rispetto nei confronti del senso originario – il verbo potrebbe tanto essere tradotto al presente quanto al futuro: When the Rain Stops Falling non promette solo di dirci cosa succeda quando la pioggia smette di cadere, ma anche quando smetterà di farlo. Ci si potrebbe chiedere perché l’autore non sia ricorso a un più comodo “When It Stops Raining”, ma nel testo del drammaturgo australiano Andrew Bovell la pioggia che accompagna i gesti degli attori, metafora del tempo e del suo ripetersi, è essa stessa motore dell’azione, personaggio che agisce al pari se non al di sopra degli altri.

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“Il poeta muto e altro”: L’esordio di Vittorio Parpaglioni

Il poeta muto e altro, Vittorio Parpaglioni
(I Quaderni del Battello Ebbro, 2019)

Il poeta muto e altro è il libro di esordio di Vittorio Parpaglioni, giovane poeta proveniente dalla Capitale. Molte sono le tematiche che vengono toccate all’interno del libro, tra cui spicca il tema dalla giovinezza di memoria rimbaudiana, evidente dagli stilemi che palesano questo substrato. Il libro si divide in due sezioni: la prima delle prose poetiche, il poeta muto, e la seconda di poesie. Continua a leggere

L’essere senza casa di Maini

Casa rotta, Valentina Maini
(Arcipelago Itaca, 2016)

maini-casa-rotta-arcipelago-itacaQuesta volta torniamo a parlare di un libro di esordio: La casa rotta di Valentina Maini. La sua è una poesia in cui tutto viene ribaltato di segno, a partire dalla struttura speculare del libro, dove al centro si ripete la stessa poesia. L’esergo di Cappello: «l’albero è capovolto, la radice nell’aria» afferma la volontà poetica di mostrare non solo la radice, ma di impiantare un elemento nel suo impossibile, ricordando una struttura neuronale in cui il linguaggio adoperato dalla poetessa coinvolge diverse zone contemporaneamente, deflagrando, spesso, il senso logico a causa delle omesse concordanze soggetto-verbo, aggettivo-nome.

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“Il giardino dei cosacchi” di J. Brokken svela un Dostoevskij mai visto prima

Il giardino dei cosacchi – Jan Brokken
(Iperborea)

cosacchiA Jan Brokken, già conosciuto e apprezzato dalla critica dopo la pubblicazione di Anime baltiche, bastano poche righe per fare dimenticare a chiunque il tempo e il luogo in cui si trova e per trascinarlo con sé nella Russia dell’ormai lontano 1849 senza troppi sforzi: da un attimo all’altro, infatti, si arriva inspiegabilmente a San Pietroburgo e si assiste con i propri occhi al celebre momento in cui lo scrittore Fёdor Michajlovič Dostoevskij era pronto ad essere condannato a morte sul plotone di esecuzione insieme ad altri prigionieri, con l’accusa di avere partecipato a un progetto complottistico ai danni di Alessandro II, prima che la grazia concessa dallo zar commutasse inaspettatamente la pena in una coscrizione a tempo indeterminato nella desolata Siberia.

Per secoli, ormai, si è letto di tale episodio con stupore e con interesse, ma adesso per la prima volta, grazie al personaggio del diciassettenne barone Aleksandr von Wrangel, si osserva in prima persona la scena e ci si sente attratti senza mezzi termini dalla figura pallida e incerta dello scrittore che, a distanza di qualche anno, sarebbe diventato il più apprezzato in tutto l’impero.

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