Un ritorno impossibile: “La luna e i falò” di Cesare Pavese

Cesare Pavese, La luna e i falò

(Einaudi, 1950)

luna copertina

Ripeness is all è l’epigrafe che apre La luna e i falò (prima edizione Einaudi 1950) di Cesare Pavese. Dunque un problema di maturità (ripeness) è quello che si pone al protagonista Anguilla di ritorno al suo paese d’origine, nella Langhe piemontesi, dopo aver vissuto a lungo in America. Anguilla ha quaranta anni, venti passati a Santo Stefano Belbo e venti all’estero: in una fase esistenziale in cui si tirano i primi bilanci della propria vita, torna nei luoghi che lo hanno cresciuto, lui orfano di padre e di madre. In Italia è il 1948, e nella valle del Belbo basta smuovere un ciglio per trovare corpi di partigiani, fascisti e tedeschi lasciati lì dalla guerra.

Il paese non sembra cambiato. Sempre gli stessi terreni, la stessa fatica nei campi, la stessa allegria nei giorni di vendemmia; le due famiglie che hanno cresciuto Anguilla non ci sono più, ma famiglie simili abitano quei cortili e quelle aie. Ad essere cambiati sono gli occhi di chi guarda. «A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare cose difficili – come comprare una coppia di buoi […]. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora come era adesso».

Emigrare, andarsene, è stata la scelta giusta? Il ritorno al paese per lui è impossibile: la libertà di costruirsi la propria vita l’ha pagata con la solitudine, non appartiene più a quella piccola comunità contadina, non crede più nemmeno al potere che la luna e i falò hanno di rendere fertili i campi. Lasciare tutto è stata una frattura, ma perché ha coinciso con il diventare adulto e con il prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Durante la resistenza tutti hanno preso una posizione: Anguilla non era in Italia in quel momento, ma nel farsi raccontare cosa è successo in quegli anni nel paese si schiera. Sia i partigiani che i fascisti si sono macchiati di indicibili atrocità, e una grande pietas avvolge tutti i caduti. Ma anche di fronte all’orrore del corpo di una spia fascista arso come in uno dei falò che ogni anno si accendono nei campi, Anguilla si schiera, pur problematicamente, con chi combatte per la giustizia e la libertà.

La luna e i falò, nonostante il finale a tinte fosche, porta un messaggio di progressismo e di fiducia nel futuro per nulla scontato in Pavese (il quale si suiciderà pochi mesi dopo l’uscita del romanzo): il libro sembra dare una risposta alla domanda che poneva La casa in collina (Einaudi, 1948), il cui protagonista non riesce a fare la resistenza, rimane ai margini, vede, capisce ma non fa nulla. La risposta è un principio etico di responsabilità individuale: tornare al paese ha reso Anguilla più solo, ma più sicuro delle proprie scelte. L’arretrata società contadina organizzata sul tempo ciclico delle stagioni e che crede ancora nella luna e i falò ha fatto il suo tempo: ciò non significa disconoscere le proprie origini, ma capire che emigrare è stata la scelta giusta. Direbbe De Gregori: «fra la vita e la morte ho scelto…l’America».

 

Adriano Cecconi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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