Letteratura ed eversione: intervista alla scrittrice ceca Sylvie Richterová

La Primavera di Praga, l’invasione militare sovietica, il suicidio degli studenti in segno di protesta, la vita sotto il regime comunista, l’esilio in Italia, la sua amicizia con Milan Kundera, la caduta del Muro. Ma anche una riflessione sulle conseguenze universali della lettura, sul senso della storia come antidoto alla menzogna. Tutto ciò in una testimonianza commovente, preziosissima da un punto di vista storico e letterario insieme: ce la regala in questa inedita e bellissima intervista Sylvie Richterová, una voce potente e prestigiosa nella letteratura europea contemporanea.

Nata nel 1945 a Brno, città che ha dato i natali a molti grandi scrittori, Sylvie Richterová si è formata nello stesso clima culturale di autori eccellenti come Milan Kundera, Bohumil Hrabal, Václav Havel o il Premio Nobel Jaroslav Seifert. Con alcuni di loro ha condiviso l’esperienza dell’esilio, con altri quella delle pubblicazioni in samizdat (edizioni clandestine).
Ha fatto confluire la sua esperienza di vita in Che ogni cosa trovi il suo posto, opera recentemente tradotta e pubblicata da Mimesis. Si tratta di un romanzo corale e non autobiografico, che racconta la storia della Repubblica Ceca sotto il regime sovietico, e in parte anche dell’Italia (il rapimento Moro, ad esempio), attraverso le vicende di un arcipelago di personaggi.

2. J.Nosek Cena T.S
Sylvie Richterová (Foto di Jindrich Nosek concessa dall’autrice)

 

G. Rizzi: Che ogni cosa trovi il suo posto è soprattutto la storia della Cecoslovacchia, ma anche la sua storia. Lei era studentessa a Praga in un momento storico delicatissimo: la gloriosa Primavera, poi l’invasione sovietica, e poi ancora il dissenso, le violenze, l’eroico suicidio di Jan Palach in Václavské náměstí. Cosa ricorda con maggiore forza e nitore di quel periodo?

S. Richterová: Direi che mi ricordo tutto: la progressiva scoperta della verità sui crimini del regime, incredula, indignata e soprattutto liberatoria, un meraviglioso risveglio dell’intero paese. E poi il fascino delle nuove idee sociali, la gioia delle nuove forme artistiche che aprivano nuovi spazi. La voglia di conoscere e di cambiare la società. L’entusiasmo di vivere cose importanti non solo per noi. E poi lo shock dell’intervento militare. Me l’aspettavo, eppure l’ho vissuto come un sogno, una “surrealtà”, se posso dire così. Quello che si stava preparando era così forte e giusto che qualsiasi sconfitta sembrava impossibile. Ma il peggior nemico è sempre quello che è in noi… fa dimenticare, rimuovere, adattarsi.

Il suicidio di Jan Palach, l’ho vissuto con un urlo disperato nel profondo dell’anima. Gridavo: “No”!  Jan Palach mi è caro, lo sento vicino, lo comprendo, è mio fratello. Eppure, ancora oggi, gli sussurro nel cuor mio: “Non farlo!” Sarà una legge della vita, che non ci si incoraggia con la morte. Tutto il paese partecipò al suo funerale, ma dopo… Come se con quel dolore, con quel gesto, la resistenza si fosse bloccata. Come se, insieme a lui, fosse stata sepolta la rivolta. Jan Palach voleva incitare all’azione, non voleva diventare un simbolo.

 

Il peggior nemico è sempre quello che è in noi… fa dimenticare, rimuovere, adattarsi.

 

GR. Nel romanzo viene mostrato come i cechi concepissero l’instaurazione del potere comunista nel paese. Si dice, a un certo punto, che ci si aspettavano pace e giustizia. Il comunismo, dunque, era inteso come una vera e propria utopia. Lei scrive: “Vedevano dietro di loro una guerra terribile e davanti l’abbagliante scia di luce di un futuro felice e splendente, e correvano in quella scia come lepri nel cono di luce dei fari sulla provinciale di notte.”

SR. Attenzione, l’immagine non riguarda tutti i cechi. L’entusiasmo illusorio ha colpito soprattutto la generazione uscita ancora giovane dalla guerra, e tra loro quelli che avevano ideali sociali e ignoravano la natura dello stalinismo. Riguarda il periodo del dopoguerra, quello della “gloriosa edificazione del socialismo”. Dalla guerra erano usciti con la convinzione di sapere dov’era il male e dove il bene. Immaginando ingenuamente che se da una parte c’è stato il male assoluto, dall’altra si dovrebbe trovare un bene assoluto. Chi ha subito le conseguenze nefaste della dittatura non ha certo condiviso quell’abbaglio. I sentimenti dei giovani costruttori di un mondo perfetto erano forti e loro li hanno vissuti come nobili. Nella realtà però gli ideali non erano che astrazioni pure e menzogne istituzionalizzate. Loro hanno scoperto con dolore che non sapere non è ammissibile. Milan Kundera indaga nei suoi primi romanzi quel periodo e le relative patologie, brutte e ridicole, individuali e collettive. Anche qui si tratta di meccanismi in sostanza universali. Ed è stato lo stesso Kundera a dire che la Cecoslovacchia era stata un “laboratorio dell’Europa”.

Il fatto che ho vissuto gran parte della mia vita in Italia mi ha permesso di vedere tutte le cose in modo diverso di come le avrei vissute se fossi rimasta intrappolata dal regime. È stata la fortuna e anche la scommessa della mia vita di poter cambiare continuamente la prospettiva, la distanza, la visuale. Ritornavo in Cecoslovacchia nel ventennio tra il ’68 e  il ’89 grazie al passaporto italiano, anche correndo pericoli. Se fossi rimasta sempre lì, quel romanzo non l’avrei potuto scrivere. La dimensione italiana del romanzo è fondamentale nello spazio-tempo che si racconta.

 

Si credeva non nel comunismo, bensì nell’imbattibilità del sistema comunista.

 

GR. Quando invece è caduto il muro di Berlino, com’era cambiato e qual era il sentimento nei confronti del comunismo?

SR. Nel comunismo non credeva più nessuno, forse nemmeno tutti i membri del comitato centrale del partito. Il regime funzionava ormai sulla base del potere poliziesco, imposto e garantito dall’esterno, dall’Unione Sovietica. Si credeva non nel comunismo, bensì nell’imbattibilità del sistema comunista.  Il quale invece, non potendo tenere il passo con le nuove tecnologie, si stava disgregando. Nel corso dei giorni drammatici in cui avvenne il crollo del regime in Cecoslovacchia, quel potere si polverizzò, scomparve. E si levò un’ondata di entusiasmo, di gioia, di liberazione profonda. Di emozione e di amore. Di nuovo parteciparono tutti, c’è stata moltissima gente nell’immensa piazza San Venceslao, poi nell’enorme spianata di Letná a Praga, e così anche nelle altre città. La campagna forse risultava piuttosto perplessa.

I cambiamenti politici richiedevano una nuova distribuzione dei poteri e molti se la cavarono cambiando casacca o sfruttando le posizioni e le informazioni in loro possesso da prima. I dissidenti non erano preparati a gestire uno stato, un’economia, non potevano esserlo. Salvare gli archivi della polizia segreta è stata un’impresa pericolosa, me l’hanno raccontata le persone che vi si erano impegnate. Insomma, un periodo davvero complesso, affascinante, pieno di speranze. E poco chiaro. La “Rivoluzione di velluto”? Lo si chiamava anche “Far Est”. E circolava una barzelletta, chiaramente autoironica, che consisteva nel porre la domanda: “Quanti abitanti ha la Cecoslovacchia”? La risposta era ovvia: “Quindici milioni”. “Eh no, trenta milioni”, ribatteva il primo, “quindici milioni sono coloro che erano per il comunismo e quindici milioni coloro che erano contro: fa trenta”!

GR. E che ricordi ha lei della caduta del Muro e della fine dell’Unione Sovietica?

Mi trovavo a Roma quando, il 17 novembre 1989, ha avuto luogo a Praga una commemorazione degli studenti che, cinquant’anni prima, nel 1938, manifestarono contro i nazisti e finirono nei campi di sterminio.  Un anniversario organizzato dagli studenti annualmente. Per qualche folle ragione la polizia comunista intervenne nell’ ’89 con inaudita violenza, spargimenti di sangue, botte a passanti casuali. La brutalità della repressione ricordò quella nazista e sdegnò tutta la città e tutto il paese. Fu questo l’evento da cui mosse tutto. Due giorni dopo si era già costituito un “Forum dei cittadini” nel quale confluirono rapidamente diverse organizzazioni di dissenso e di opposizione al regime. La prima richiesta era quella di liberare tutti i prigionieri politici, non c’erano piani sovversivi, solo una valanga di eventi che fece sì che un mese dopo Havel divenisse presidente.

Conoscevo Havel, dissidente sorvegliato a vista dalla polizia. Di colpo, partita quasi subito per Praga, lo trovai al Castello. Mi sembrò di guardare un palcoscenico dove un dissidente, un ex detenuto, veste improvvisamente abiti da presidente per una commedia che lui stesso dovrà ancora scrivere. Tutto era vertiginoso ed esaltante, tutto era possibile. Ci siamo incontrati per un pranzo e lui mi raccontò, emozionato, di aver appena costretto alle dimissioni un ministro di cui era venuto a sapere, poche ore prima, che era ex funzionario della polizia segreta.

GR. E qui bisognava fare i conti con una transizione delicatissima: da una società comunista a una nuova società, aperta verso quell’Occidente da favola sempre precluso.

SR. Un’amica molto vicina, attiva nel dissenso come curatrice dei libri del “samizdat”, mi chiese in quei giorni come vedevo tutti quei cambiamenti. E io, pur temendo di urtarla, le raccontai una delle immagini che mi si presentavano, una visione piuttosto angosciosa. Con mia sorpresa, lei la condivise. L’immagine era questa: un paesaggio di montagna, una china che terminava con un precipizio che da lontano non si vedeva. Fermi sull’orlo di quel precipizio si trovano gli “occidentali”, mentre “la gente dell’est” si precipita da lontano nella loro direzione, inconscia del pericolo, sperando di raggiungere tutte le belle cose di cui gli occidentali disponevano e loro no.
La speranza di una “terza via” sembra sepolta con la Primavera di Praga, spero tuttavia che stia rispuntando con altri nomi e con nuove forze nei vari moti della “società civile”.

 

La forza della letteratura si attua attraverso la lettura, che dall’esterno sembra un’attività minima, ma invece opera in modo complesso e potente. […] La letteratura agisce su un piano diverso di quello del potere, ma è vero che una delle tantissime cose che può ispirare è l’eversione. 

 

GR. Le sue prime opere uscirono in Cecoslovacchia clandestinamente, in edizione samizdat. Nonostante la censura, queste edizioni non autorizzate riuscivano a circolare ugualmente, a dimostrazione di un bisogno diffuso di parola. La letteratura dunque è un potere eversivo?

SR. La letteratura non ha alcun potere diretto. O meglio, non ha alcun potere. Però, ha una forza creativa capace di risvegliare nel lettore le forze creative, di far crescere la coscienza, di far proprio un mondo diverso da quello delimitato del qui e ora. Riesce a ispirare modi diversi di percepire sé stessi, le cose, lo spazio e il tempo.
La forza della letteratura si attua attraverso la lettura, che dall’esterno sembra un’attività minima, ma invece opera in modo complesso e potente. Agisce sulla ragione, sui sentimenti, sull’immaginazione, sulle facoltà artistiche di chi legge, fa entrare la vita del lettore in un’altra dimensione e comunica valori universali.

La letteratura fa crescere, mentre il potere è sempre in qualche misura rigido e costrittivo. Quando il potere tenta addirittura di ridurre lo spazio spirituale delle persone, non può non temere la letteratura. L’opposizione dei due principi diventa evidente. La grande letteratura crea realtà culturali estetiche ed etiche da condividere, offre spazi sociali e spirituali, aumenta il potenziale individuale e sociale. Mentre il potere contiene, domina, restringe. Può perseguitare lo scrittore fino a farlo scomparire fisicamente, ma mai potrà abolire il paradosso che fa sì che più il potere reprime la letteratura, più limitato, meschino e ridicolo apparirà alla luce della letteratura. La letteratura agisce su un piano diverso di quello del potere, ma è vero che una delle tantissime cose che può ispirare è l’eversione.

GR. L’esperienza della censura è in comune con Milan Kundera, con il quale lei condivide anche la nascita a Brno così come l’esperienza dell’esilio che è andata poi a caratterizzare la produzione letteraria di entrambi. Kundera ha scritto spesso di lei, testimoniando una profonda stima nei suoi confronti. Com’è nato il vostro rapporto? Lo sente ancora?

L’ultima volta ci siamo visti a Parigi qualche mese fa. E conto di rivedere Milan Kundera e sua moglie a marzo. Mezzo secolo fa, Milan dava lezioni di letteratura per gli studenti della Facoltà del Cinema a Praga e io mi ci intrufolavo con un’amica perché erano lezioni ottime. Personalmente l’ho incontrato nei primi anni settanta, si era rivolto a me per sapere com’era la traduzione italiana dello Scherzo.  Era pessima e lui lo sospettava. (Era la prima, ormai felicemente dimenticata.)
L’amicizia vera e propria si è creata nel corso degli anni, a Parigi, dove vive con sua moglie Vera. A lui era piaciuto il mio primo romanzo, e poi gli altri, io mi ero cimentata in un saggio sui suoi primi romanzi e lui lo apprezzò. Ho poi scritto anche altri saggi su di lui. Andavo a Parigi abbastanza spesso, mi ha chiesto persino di fare qualche lezione sull’estetica del Circolo linguistico di Praga alla Ecole des Hautes Etudes dove teneva il corso sulla letteratura mitteleuropea. Abbiamo non pochi amici comuni e siamo in grado di ricreare l’atmosfera intima di Brno. Dove il suo editore ceco, anzi moravo sta per pubblicare la traduzione ceca della Festa dell’insignificanza, con una mia postfazione chiesta da lui.

 

Per me è importante, anzi decisivo, il fatto che il fenomeno delle coscienze spente è una minaccia sempre attuale e universale.

 

GR. Tornando alle specificità del romanzo, uno dei nervi scoperti in Che ogni cosa trovi il suo posto è sicuramente la memoria, in due accezioni. La prima riguarda il suo rapporto con l’oblio (ci sono personaggi che scompaiono, ci sono i cosmonauti perduti, ci sono archivi bruciati). Si tratta di un tema profondamente boemo. C’è forse qualcosa nell’identità, nella storia, nella coscienza della Boemia che rende l’oblio un oggetto di indagine letteraria così impellente?

SR. L’esperienza della memoria sottratta o manipolata, dei crimini nascosti o perpetrati come atti eroici, nei tempi del terrore staliniano, ha devastato l’etica sociale. La Primavera di Praga iniziò con una presa di coscienza, con un recupero clamoroso della verità che attivava tutto il paese perché riguardava tutti. I processi farsa con esecuzioni reali, il furto delle terre e delle proprietà, anche piccole, spacciate per una gloriosa “nazionalizzazione”. Il silenzio cui erano costrette le vittime.

Dopo l’occupazione da parte delle truppe del Patto di Varsavia, nell’agosto del ’68, s’insediò un regime poliziesco fondato su un altro tipo di oppressione, distruttivo nell’intimo, sul piano etico: la menzogna. Sull’imperativo di mentire, di cambiare la propria coscienza. Di mentire pubblicamente, di dichiarare il brutale intervento armato appena vissuto un “aiuto fraterno”. Chi non voleva perdere il lavoro era costretto a dichiarare questa menzogna di fronte a una “commissione”.
Non si rischiava più la pelle, ma si aveva la certezza di trovarsi licenziati, emarginati e spiati, di vedere i propri figli cacciati dalle scuole, di dover subire continui soprusi e di poter finire in prigione da un giorno all’altro. A lungo andare funziona, ci si adegua a costo di rimuovere giusto la memoria, di barattare la propria coscienza, contro un quieto vivere nel cosiddetto “socialismo del gulash”. Sottomettersi o salvaguardare la libertà al prezzo dell’emarginazione è un aut-aut crudele.

Non giudico e non giudica il mio romanzo, al centro c’è invece l’inquietante domanda su che cosa succede all’anima di chi spegne la propria coscienza e cerca di dimenticare. Il personaggio “cattivo”, un collaboratore nella polizia segreta, come ce ne sono stati tanti, non rischia, dopo la caduta del regime totalitario, di essere punito, rischia “solo” di doversi vergognare. Ha terrore della propria verità, ne è ossessionato, malato. Gli archivi della polizia sono stati davvero distrutti, almeno in parte, nei primi tempi dopo la caduta del regime, e sono stati saccheggiati da personaggi importanti che poi sono riusciti a ricostruirsi importanti carriere. Rimuovere deformando la propria coscienza è patogeno. Crea un vuoto di memoria e un “non so” complice.

La memoria della Primavera di Praga è stata cancellata nei vent’anni del regime della “normalizzazione” e purtroppo minimizzata anche dopo l’89. Due generazioni di genitori non hanno raccontato ai figli il passato del loro paese. L’attore che ha fatto la lettura del mio romanzo per la radio ceca mi ha raccontato la storia della sua famiglia per rivelarmi che solo da quel romanzo ha appreso l’esistenza stessa della Primavera cecoslovacca, dei moti studenteschi e di altre cose. Oggi sta preparando uno spettacolo ispirato a Ogni cosa insieme ai suoi studenti dell’accademia teatrale. Vedo che per i lettori italiani scoprire quel universo costituisce una sorpresa. Tuttavia, storia di un paese a parte, per me è importante, anzi decisivo, il fatto che il fenomeno delle coscienze spente è una minaccia sempre attuale e universale. Come anche la disponibilità di accettare di vivere una quotidianità assurda senza rendersene conto. Di considerarlo inevitabile, normale. Un grande tema del nostro tempo è quello dell’identità e io penso che l’identità vera e profonda è quella che costruiamo attraverso la nostra etica.

 

Il passato c’è sempre, fa parte di noi, e occorre elaborarlo per essere liberi. È un processo di alchimia e la coscienza non si elabora in ordine cronologico

 

GR. Poi c’è una seconda accezione nel trattare il tema della memoria: quella della ricostruzione del ricordo. Come in ciascuno di noi i ricordi si accavallano senza una coerenza cronologica, così nel romanzo gli episodi si alternano senza un ordine temporale. La struttura narrativa quindi riflette e suggerisce l’idea del ricordare. Un ricordare che sembra innescarsi secondo un meccanismo proustiano: per mezzo di un’emozione, di un’esperienza, di un pretesto inaspettato, che smuove dal presente per riportare al passato.

SR. Non ho pensato minimamente a Proust, ma confesso che da giovane l’ho amato moltissimo. Comunque, non sto solo ricercando il passato, la vera scommessa del mio romanzo è quella di attivare la coscienza. Il romanzo può fare una cosa magica, trasformare il tempo in uno spazio. Permette di muoversi nel testo in varie dimensioni, ritornare, rivedere, riflettere, ricollegare. Facciamo così tutta la vita, perché il passato c’è sempre, fa parte di noi, e occorre elaborarlo per essere liberi.
È un processo di alchimia e la coscienza non si elabora in ordine cronologico. Ho cercato una logica adeguata, ed è stata la cosa più difficile. Nel corso delle varie letture pubbliche che mi capita di fare, ho potuto verificare che ha funzionato: posso ritagliare e comporre ogni volta un collage diverso, mettere al centro un tema diverso, composto magari di pagine lontane nel testo, creare percorsi alternativi e illuminare ogni volta un altro aspetto. E una cosa che mi sorprende e mi fa bene: invece dei “brani” di un romanzo leggo ogni volta un testo nuovo, autonomo, completo.

Che ogni cosa trovi il suo posto è un romanzo che funziona come un caleidoscopio fantastico, capace di fare degli zoom e di usare un cannocchiale che vede nel tempo.  Il titolo del romanzo suggerisce il movimento della mente, dei sentimenti, della percezione etica, un auspicio, non certo l’idea di sapere dove siamo e dove dobbiamo giungere. I miei romanzi precedenti sono catalogati come sperimentali. Non mi piace quell’etichetta, ma di certo non sono tradizionali. Direi che il modo di raccontare, ossia  la poetica del romanzo, non è meno importante dei contenuti. Anzi, lo è di più. Vorrei precisare a questo punto che non racconto la mia biografia, anzi, ho scelto come narratore un uomo per distanziarmi, forse un alter ego spirituale. La prospettiva della narrazione è sua e la rende misterioso il finale (che non leggo mai in pubblico).

unnamed

GR. Lei vive in Italia dal 1971, ma a differenza di altri scrittori cechi che hanno adottato la lingua del paese ospite per scrivere i propri romanzi, lei ha scritto Che ogni cosa trovi il suo posto in ceco e non in italiano.

SR. Vivo in Italia, ma una buona parte del mio tempo anche nella Repubblica Ceca, non mi sono mai distaccata dal mio paese, ho partecipato attivamente al dissenso, da vent’anni pubblico e collaboro con riviste ceche, con la radio ecc.
La ragione profonda della mia scelta è comunque data dal fatto che quel romanzo non poteva non essere scritto in ceco. Sarebbe stato semplicemente assurdo da parte mia scriverlo in italiano. I personaggi sono cechi, tratta il vissuto ceco, e oltre ai contenuti, trasmette un qualcosa che solo la lingua madre può trasmettere. Vale per la madrelingua di ogni romanzo e di ogni poesia: quel qualcosa in più non lo si può rendere nemmeno con la migliore delle traduzioni, come non si può sostituire una voce amata con un’altra. E non avrebbe nessun senso rinunciarvi. Oggi esistono programmi di scrittura elettronica, persino per la poesia (qualcuno sostiene che i risultati non si distinguano da quelli del poeta o del romanziere). Per me questo costituisce una ragione in più per modellare suoni, melodie, intonazioni, ritmi e assonanze, per mescolare diversi registri linguistici: letterario, gergale, antiquato, colloquiale (fiorente in ceco e intraducibile in italiano, così come sono intraducibili in altre lingue i dialettismi italiani).

Nel romanzo Che ogni cosa trovi il suo posto non manca nulla di ciò che avrei potuto scrivere in italiano, ma c’è quel qualcosa in più.  Le traduzioni possono essere fedeli, ma tutti sappiamo che leggere in originale è un’altra cosa. La lingua madre tocca corde che risuonano intime e raggiungono memorie profonde. Permette di lavorare con espressioni cariche di esperienze collettive, di dolori vissuti, di poesia. Se scrivessi in italiano tutto questo si appiattirebbe e, soprattutto, non avrei provato né la stessa gioia, né la stessa libertà.  Il mio ceco arriva oggi ai lettori cechi da vicino e allo stesso tempo da lontano. E convince. (Mentre i contenuti hanno, ovviamente, innervosito un certo tipo di persone.)

Ho collaborato alla traduzione con l’eccellente Alessandra Mura, ho letto e riletto ogni frase, e considero la versione italiana equivalente all’originale. Ogni cosa si potrebbe tradurre in altre lingue partendo da essa. In italiano scrivo volentieri saggi letterari e sto giocando con l’idea di scrivere in italiano un piccolo romanzo situato in Italia. Questo qui però doveva essere così com’è.

 

Intervista di Giuseppe Rizzi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...