Scrivere l’Olocausto, oggi

La scrittura è, ancora oggi, l’unico medium espressivo con cui un’esperienza senza precedenti come quella dell’Olocausto riesce non solo a essere comunicata, ma anche a trovare una rappresentazione che possa coglierne tutte le implicazioni (morali, storiche, teoretiche). Anche se Auschwitz – sineddoche di tutta la rete concentrazionaria che va dalla Slesia alla Francia occupata – è ormai quello che Primo Levi definiva «il lager dei nonni», lontano da noi nello spazio e nel tempo, e anche se quell’evento non ci ha mai riguardato al di fuori della commemorazione della Giornata della Memoria, ancora conferiamo alle testimonianze dei sopravvissuti un valore che non ha pari per nessun’altra parola.

Quasi sempre, infatti, il primo contatto tra noi e il genocidio nazista avviene proprio attraverso la parola del sopravvissuto, ancora in vita o scomparso, di solito nel contesto della scuola elementare. Quello dei sopravvissuti è un racconto particolare, perché scaturisce dalla combinazione di due materiali: la memoria e la rielaborazione intellettiva. La storia del sopravvissuto non è mai un semplice inanellamento di cronache quotidiane, disposte in ordine cronologico (“sono stato deportato ad Auschwitz nel 1943, vi ho trascorso sei mesi lavorando alla costruzione della Buna, stabilimento della IG Farben per la produzione della gomma, fino alla liberazione avvenuta nel 1945 da parte dell’Armata Rossa”), ma è un lavorio su più tessuti diversi (quello storico, quello psicologico-traumatico, quello intellettuale) da intrecciare insieme. La testimonianza è una miscela di più parti di sé, che permette al testimone, come scrive Giorgio Agamben in Homo Sacer III, di essere esemplare e parlare in eterno, in un eterno presente.

Questo appare più chiaramente se si considera la testimonianza del sopravvissuto in relazione alla sua esperienza in quanto trauma: la parola per narrativizzare una ferita personale, prenderla in mano, decostruirla, drenarla. Eppure, l’Olocausto non riguarda solo una certa etnia vissuta e sterminata in un determinato periodo storico, nel progetto genocida di una nazione all’interno di una guerra mondiale, ma è uno squarcio aperto nella nostra storia di esseri umani e individui europei, al di sopra delle storie e delle esistenze personali. Il genocidio è implicitamente contemplato dalla società razionale moderna, ieri come oggi al culmine dello sviluppo culturale e tecnologico (Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto). C’è stato e potenzialmente c’è ancora. E, a distanza di quasi un secolo, è ancora una finestra incastonata in una parete della cattedrale europea (un’altra metafora di Bauman), e ogni tanto c’è chi ci guarda attraverso e si pone delle domande. Si chiede se sia davvero tutto finito, se la ferita è guarita – che è una questione molto diversa dal domandarsi se mai ricapiterà in futuro, e più complessa. Finisce quindi con il cercare la risposta a questa domanda attraverso la rielaborazione letteraria.

Il campo di Birkenau.

L’Olocausto scritto, ovvero come noi lo leggiamo e conosciamo al di fuori del discorso prettamente storico, è nato dalla narrazione che chi è sopravvissuto ha fatto della sua microstoria. Il memoir è da sempre (e forse è l’unico) discorso che permette al trauma del sopravvissuto di prendere forma davanti a una collettività, ma è anche la forma con cui molti autori e molte autrici si misurano nel contemporaneo con una ferita non loro, e però ancora e inspiegabilmente presente. A questo proposito, è significativo che il romanzo di esordio di Helena Janeczek, Lezioni di tenebra (1998), consista in una ricerca spiraloidale tra il sé e la madre Franziska, sopravvissuta ad Auschwitz: per comprendere il peso di quel passato all’interno del loro rapporto, e capire come i residui della ferita materna fisica e mentale minaccino ancora e continuamente l’esistenza di una figlia che si riscopre traumatizzata in un’epoca che non ha traumi (Daniele Giglioli, Senza trauma). Il «vorrei sapere» di Helena, figlia di una sopravvissuta, è la domanda indiretta che muove la scrittura di quella che viene chiamata “la seconda generazione”, nata immediatamente dopo la Guerra. Figli e figlie che non hanno vissuto l’Olocausto, ma che percepiscono un aftermath, un effetto ritardato nelle loro esistenze e veicolato da quella che Marianne Hirsch definì postmemoria, ovvero un insieme di ricordi mediati dalle parole o dai silenzi dei genitori sopravvissuti, dai loro gesti attraverso cui affiora il trauma, dai libri, i film, i programmi televisivi sui lager.

Lezioni di tenebra non è poi così dissimile dal romanzo a fumetti di Art Spiegelman, Maus (1991), un vero e proprio mettersi alla prova di un autore di fumetti in quanto figlio di un sopravvissuto, Vladek Spiegelman. È stato forse il primo autore a cercare di forzare in ogni modo lo scacco di Auschwitz come elemento da rappresentare: Maus è, a conti fatti, il tentativo di saldare insieme il realismo verso la Storia e la necessità di crearsi punti di fuga da essa per riuscire a raccontarla, utilizzando la trasfigurazione animalesca di nazisti, ebrei e polacchi in (rispettivamente) gatti, topi e maiali, e dedicandosi alla sistematica rottura di ogni stabilità narrativa, sperimentando sui piani temporali. Solo così un autore può creare lo spazio necessario perché fiorisca una riflessione metaletteraria sui limiti dell’estetica, quando questa si trova davanti alla scritta ARBEIT MACHT FREI.

La forbice della distanza temporale tra noi e l’Olocausto ha di certo slegato la letteratura dalla paura di affrontarlo, e ne vede ridimensionata l’indicibilità. Scrittori e scrittrici oggi godono di una distanza di sicurezza, che permette loro di rovesciare la presa di incommensurabilità con cui la Shoah, per molti decenni, ha schiacciato ogni tentativo letterario (Jorge Semprún, La scrittura o la vita). I sintomi di una disinibizione – che comunque riesce ad astenersi dal diventare kitsch si sono palesati in modo più eclatante con la pubblicazione di Le benevole di Jonathan Littell (2006), un memoir di un nazista inventato, Maximilien Aue. La pubblicazione del punto di vista del carnefice non è nuova: i diari dell’architetto personale di Hitler, Albert Speer, Memorie dal terzo Reich, risalgono già agli anni Settanta; La freccia del tempo di Martin Amis, che è la storia di un medico di Auschwitz raccontata al contrario, è del 1991. Le benevole, però, risulta per certi versi scioccante perché avvicina pericolosamente la figura del militante SS e il lettore del libro, e lo fa attraverso un monologo di novecento pagine, egomaniaco e narcisista («Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata» è il memorabile incipit). Se noi siamo da sempre stati abituati ad accontentarci della formula arendtiana del male banale, Littell la prende e la travasa in un romanzo senza dosi né bilanciamenti: un falso memoir che esplode a bruciapelo, nel cuore finzionale, ma normalissimo e minuziosamente dettagliato, del nazismo; e che dà fastidio perché scardina ogni grado di separazione tra noi e Hitler.

Un dettaglio della recinzione del campo di Auschwitz.

Primo Levi ammoniva il tentativo di comprensione di tutto questo, «perché comprendere è in qualche modo giustificare»; la letteratura contemporanea, dal canto suo, sembra avere esaurito il materiale che stava al di qua di quello sbarramento, e si è lanciata oltre questo muro, per non lasciare alcunché di intentato o taciuto. Complice anche, da parte di scrittori e scrittrici, una confidenza maggiore con gli strumenti letterari e metaletterari che mescidano realismo storico, la finzione e i dispositivi metaletterari: l’Olocausto in quanto narrazione fa meno paura. In L’impostore (2015), per esempio, Javier Cercas lo utilizza come semplice fatto storico, per raccontare la finta vera biografia di Enric Marco, politico spagnolo che per decenni si è spacciato per sopravvissuto al campo di concentramento di Flössenburg. In un’altra occasione, c’è chi ha infranto l’alone di sacralità della vittima del genocidio per sollevare dubbi riguardo la veridicità delle sue parole: è successo con il caso di Frammenti di Binjamin Wilkomirski/Bruno Dössekker, raccolta di memorie di un bambino sopravvissuto al lager: dapprima celebrato in tutta Europa e riconosciuto al pari dei diari di Anna Frank, poi condannato come falso e infine per molto tempo ritirato dal mercato – nonostante l’autore stesso abbia da sempre ribadito la sua buona fede.

In definitiva, scrivere l’Olocausto, oggi, è possibile come non lo è mai stato. Lontano nel tempo, forse, riprendere quell’evento e farlo letteratura è diventato più semplice e meno pericoloso. Il tabù si è sciolto, ma non per questo diventa inutile non perpetuarne la memoria, anzi: la letteratura, forse più di qualsiasi altro mezzo, può aiutarci a cogliere attraverso i suoi tentativi quella verità storica universale che lo storico Saul Friedländer ritiene invece impossibile.

Michele Maestroni

1 Comment

  1. Un articolo davvero molto interessante sulla letteratura e sull’olocausto. Effettivamente la scrittura è stato uno dei medium che più di tutti è riuscito a narrare questo orrore in maniera più approfondita. Anche nel cinema ci sono state molte opere interessanti che ne hanno parlato, ma la letteratura è sempre riuscita a dare qualcosa in più.

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