Dittatori e biblioteche: intervista a Paolo Zardi

Memorie di un dittatore, Paolo Zardi
(Giulio Perrone Editore, 2021)

Il fantasma della dittatura è molto presente nella letteratura pubblicata dalla seconda metà del Novecento in poi: i narratori hanno sempre continuato a riflettere sul passato recente, ma anche e soprattutto a immaginare il futuro, ricordandoci che gli anticorpi democratici di una nazione non durano per sempre. Questo è ancor più vero negli ultimi anni, in cui le democrazie parlamentari sembrano soggette a un lento processo di erosione. Ma come potrebbe instaurarsi, oggi, una dittatura, e quali caratteristiche avrebbe?

Paolo Zardi affronta questo complesso tema attraverso la storia di un uomo che conquista il potere assoluto nell’Italia contemporanea, salvo poi essere deposto ed esiliato su un’isola. 

Memorie di un dittatore (Giulio Perrone Editore, 2021), candidato al prossimo Premio Strega, colpisce fin dalle prime pagine per la presenza di due piani narrativi molto diversi: da una parte c’è la parabola politica del protagonista, da lui rievocata per frammenti, in cui è facile riconoscere echi di eventi storici e fatti di cronaca recente. Dall’altra c’è il mondo dell’esilio: un’isola tropicale di cui non conosciamo le coordinate, una grande villa coloniale ottocentesca, animali vivi e impagliati, una biblioteca che ospita opere di Kant e romanzi contemporanei.

Paolo, partirei proprio dai piani narrativi: uno sembra sospeso nello spazio e nel tempo, l’altro è fortemente calato nella Storia del Novecento e in quella contemporanea. Perché hai deciso di accostarli, e come dialogano tra di loro?

È una domanda difficile, perché le scelte che vengono fatte in un romanzo non sono sempre consapevoli. Io sono molto interessato sia a temi storici, sia a quella che chiamerei freccia del tempo: qualcosa che avanza nella narrazione. Non volevo correre il rischio di creare un personaggio totalmente astratto, che fosse la proiezione della Storia raccontata tramite esempi. Volevo che questo dittatore fosse un essere umano in carne ed ossa, che ci fosse la possibilità di spiarlo nei momenti della sua vera vita, al di là della retorica di regime e del suo modo di gestire il potere: vedere come vive un uomo che ha queste caratteristiche, quali scelte fa nel quotidiano e come si relaziona con le altre persone. 

L’idea dell’isola, poi, nasce da suggestioni legate al mondo dei dittatori, o comunque degli uomini che hanno preso il potere con la forza. Sicuramente il primo riferimento è Napoleone, e molti tratti dell’isola rispecchiano fedelmente le caratteristiche morfologiche di Sant’Elena. Alcune frasi che ho messo in bocca al dittatore provengono proprio dalle memorie di Napoleone, che lui dettò durante l’esilio. E poi ovviamente c’è anche un po’ di Robinson Crusoe, che emerge tra le righe. 

L’immagine pubblica del protagonista è quella di un uomo rozzo, ma in realtà la sua voce narrante lascia trasparire una grande cultura, che comunque nulla toglie alla brutalità del personaggio. Nel romanzo ci sono moltissime citazioni, a volte esplicite, a volte ben mimetizzate nel discorso: Petrarca, Eco, D’Annunzio, Defoe, solo per citare alcuni autori. Inoltre i libri sono molto presenti: che ruolo hanno questi elementi nella narrazione?

L’idea è che questo dittatore sia sostanzialmente una persona onnivora. Un uomo di potere prende tutto quello che trova e lo assembla secondo i propri interessi, quindi anche mistificandolo, interpretandolo in modo sbagliato, masticandolo e poi rigurgitandolo. Anche i libri, ovviamente, sono oggetto di questo saccheggio: nel primo capitolo lui scopre una grande biblioteca nella villa, sfoglia dei libri a caso e ne trova uno che lo colpisce, Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari. Questo gli dà l’idea di scrivere le sue memorie, per costruire una narrazione di sé che giustifichi le sue azioni. E quindi inizia a fare incetta di tutto quello che trova nella biblioteca: è un vero e proprio saccheggio culturale. Come dicevi, lui si mostra rozzo per entrare in sintonia con la pancia del popolo, ma in realtà non è un uomo ignorante, tutt’altro: questa è una delle cose che mi hanno divertito di più nella costruzione del personaggio. Però la sua cultura è totalmente finalizzata alla conquista del potere e alla creazione di una certa immagine. Non è una cultura che viene acquisita e diventa poi pensiero, riflessione e consapevolezza. È un andare a rubare le idee degli altri, e ricomporle per dare di sé l’immagine che si vuole. Nel momento in cui decide di scrivere le sue memorie, lui si cala nel ruolo di un grande dittatore con la stessa rilevanza storica di Hitler, Mussolini, Napoleone: quindi, per darsi un tono, pesca da un bagaglio culturale già esistente. Però lo fa in modo incoerente, a tratti è lirico, ma poi si smonta improvvisamente perché in realtà non è sincero: è una voce che imbroglia sempre i lettori e imbroglia anche se stessa. Come paragone potrei citare Hitler, che negli anni Venti legge molti libri in modo casuale e confuso, senza coglierne la vera essenza, dopodiché scrive Mein Kampf, che è una sorta di Frankenstein: un’accozzaglia di idee mal digerite e mal comprese, finalizzate alla formulazione di una teoria folle e insensata. 

Questo modo di leggere i libri mi fa venire in mente Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg. Ovviamente non voglio paragonare Hitler a un mugnaio friulano del Cinquecento, che non aveva nessun intento mistificatore o demagogico ma cercava solo di capire il mondo con gli strumenti a sua disposizione. Però anche Menocchio pescava frasi e concetti dai libri più disparati, e li metteva insieme alla rinfusa –con inconsapevole spregiudicatezza, dice Ginzburg.

Per tirarne fuori una teoria, certo. Ho letto questo libro l’anno scorso. È un po’ il rischio che corriamo oggi con la gigantesca quantità di informazioni a cui abbiamo accesso. Per non perderci abbiamo bisogno di un disegno o una teoria del mondo che le tenga insieme, altrimenti qualsiasi notizia può essere usata e interpretata in mille modi diversi. 

Tra l’altro, tornando a Hitler, vorrei citare un fatto abbastanza curioso e grottesco: noi sappiamo che molti scrittori per vivere devono fare anche altro nella vita; a lui invece successe contrario. Hitler quando andò al potere era già ricco grazie alle vendite del Mein Kampf. Quindi poté rinunciare in modo demagogico allo stipendio di cancelliere, perché viveva dei diritti d’autore. Ovviamente le vendite erano incentivate dal fatto che a un certo punto diventò obbligatorio comprarlo: ad esempio tutte le coppie che si sposavano in Germania ricevevano in regalo una copia di Mein Kampf. Però comunque Hitler viveva di quello.

Un aspetto che mi ha colpito è l’assenza di personaggi positivi, o anche solo di personaggi con cui il lettore possa entrare in empatia (con un’eccezione su cui tornerò più avanti): tutti ci appaiono grotteschi, avidi, sprovveduti o attaccati a questioni di principio. È la prospettiva del protagonista a essere deformante, oppure questo pessimismo antropologico appartiene all’autore?

Anche altri miei romanzi, come La felicità esiste e Tutto male finché dura, hanno un protagonista con cui è difficile entrare in sintonia. Questo dittatore in effetti è particolarmente feroce, però ho cercato di creare un personaggio che non fosse repellente, ma in qualche modo accattivante nella sua mostruosità. Al di là della rappresentazione del protagonista, comunque, da un punto di vista antropologico sono mediamente ottimista, ho fiducia nell’umanità. Però paradossalmente riesco a concepire il punto di vista del dittatore, il suo sguardo che deforma le persone di cui parla e il mondo in cui è immerso. Politicamente sono pessimista, quasi hobbesiano: senza cultura, senza una visione unitaria, ciascuno di noi rischia di diventare il famoso homo hominis lupus. Un anno e mezzo fa, in quella che con il senno di poi so essere stata l’ultima presentazione dal vivo, a Cavallino, vicino a Jesolo, un amico aveva citato una frase di un presidente americano, Franklin, che sosteneva che la democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare per colazione, e la libertà è un agnello ben armato che contesta il voto. Ed essendo questo un libro sul potere, forse emerge di più il mio pessimismo politico che il mio ottimismo antropologico.

È vero, in effetti quasi tutti i personaggi sono visti sotto una luce politica, non ce ne sono molti che fanno parte della vita personale del dittatore.

Anche in questo caso il riferimento è Hitler: di lui si diceva che fosse Hitler tutto il giorno, non si è mai avuta l’impressione che avesse una vita al di là del suo essere il Führer. Era costantemente calato nel ruolo del dittatore in uniforme che prendeva decisioni. Anche per il protagonista del mio libro, i riferimenti alla sfera privata sono minimi, del tutto occasionali: l’idea che si ha è che non abbia mai vissuto una dimensione intima, affettiva. 

Anche l’infanzia del dittatore, per come lui ce la raccontata, sembra appartenere più alla sua formazione politica che a quella personale: è rappresentata come una sorta di palestra in cui l’individuo impara le logiche del potere e della mistificazione. L’asilo delle suore è un microcosmo che riproduce, su scala ridotta, le stesse dinamiche del mondo degli adulti. 

C’è un saggio di Umberto Eco che spiega come Plinio il Giovane abbia costruito una narrazione quasi agiografica attorno alla morte di Plinio il Vecchio, interpretando in retrospettiva gli eventi che l’hanno causata. Plinio il Vecchio morì durante l’eruzione del Vesuvio, e non aveva assolutamente capito quello che stava succedendo: addirittura andò a farsi un sonnellino mentre attorno a lui crollava il mondo. Plinio il Giovane, ovviamente, ci racconta un’altra storia: ci fa credere che suo zio sapesse già come sarebbe andata a finire, e che si sia esposto al pericolo per amore della conoscenza. Allo stesso modo, anche il dittatore racconta la propria infanzia conoscendo la fine, e quindi si permette il lusso di mistificarla per farla aderire alla sua narrazione. Ora non vorrei sembrare blasfemo, ma questo succede anche nei Vangeli. Quando si racconta la vita di Gesù, lo si fa partendo dal presupposto che alla fine è morto e risorto: quindi ogni cosa successa nell’infanzia diventa presagio di quello che sarebbe successo in futuro.

Devo dire però anche questo: l’infanzia del dittatore è l’unica parte del romanzo che contiene dei tratti autobiografici. Mentre molte delle cose che gli succedono nell’età adulta fanno riferimento a episodi della Storia europea, nel caso dell’infanzia mi sono ispirato alla mia storia personale: l’asilo, le suore, la scuola, alcune riflessioni del protagonista… Ovviamente io non avevo una visione finalizzata al potere, però le dinamiche erano quelle. 

Nella storia però c’è un personaggio che sembra privo di malizia: Fernando, il domestico della villa. Il suo ritratto, filtrato attraverso gli occhi del protagonista, ricalca lo stereotipo colonialista del selvaggio stupido e inconsapevole. Eppure Fernando è l’unico che rimane in qualche modo impermeabile al potere esercitato dal dittatore: pur obbedendogli sempre, gli oppone una specie di resistenza interiore. Che ruolo gli hai affidato?

Esatto, il dittatore applica uno stereotipo a questa persona. Lui non riesce a vedere l’essere umano al di là delle categorie: vede il popolo, vede il servo, ma sempre in termini astratti. Sono solo personaggi a cui assegna un ruolo. È un uomo che ha sempre avuto il potere come unico scopo nella vita; così, quando si trova in esilio, il suo regno diventa l’isola e il suo popolo da sottomettere diventa Fernando: un popolo ignorante, senza disciplina, che va rieducato con la forza. Però Fernando, come dicevi tu, è impermeabile: imita il servo che obbedisce a un padrone, ma senza calarsi davvero nella parte. È come se appartenesse a uno stato di natura precedente al potere, è mosso da altre dinamiche, e quindi diventa resistente proprio per questo. 

In alcuni passaggi, comunque, si intuisce che Fernando non è così inconsapevole e sprovveduto come il protagonista lo descrive: in realtà è interessato a quello che sta succedendo e cerca, a modo suo, di cambiare il corso degli eventi. 

Il romanzo denuncia la debolezza della democrazia contemporanea, ridotta a forma vuota e manovre di palazzo. «Ero pronto a sfondare la porta del potere con la forza: abbassai la maniglia, ed era aperta.» dice il protagonista. La gente ha perso fiducia nella capacità della democrazia di far funzionare bene le cose. Esiste secondo te un antidoto a questa perdita di credibilità?

Questo è forse il tema portante del romanzo: nel momento in cui diamo per scontata la democrazia, la stiamo mettendo in pericolo. La democrazia non deve essere una professione di fede, non si può dire: “Io ci credo a prescindere, anche se funziona malissimo, perché comunque la dittatura è peggiore.” In realtà la democrazia non è un valore realmente condiviso: per molte persone la dittatura è un sistema di governo più efficace e più semplice da comprendere, anche da un punto di vista matematico: quando si marcia si arriva fino al due e poi si riparte dall’inizio: unò, due, unò, due. Cento anni fa, con Mussolini, ha iniziato a farsi strada l’idea che la democrazia parlamentare sia debole, fiacca, e che non sia in grado di gestire le sfide poste dal mondo. E quando la democrazia perde credibilità, e si riduce a semplice esercizio del potere, questa idea torna ad aver presa sulle persone. 

L’antidoto è riconoscere che la democrazia non sta in piedi da sola, non è un diritto a priori, ma è qualcosa che va difeso e riempito di contenuti. È fare in modo che sia la miglior forma di governo possibile anche dal punto di vista utilitaristico, non solo ideale: che sia veramente il modo migliore di stare insieme.

Concludo con una domanda generale che probabilmente ti fanno in molti: ci sono degli aspetti del tuo lavoro di ingegnere che sono finiti dentro ai tuoi romanzi?

Per quanto riguarda i temi, ho scritto due romanzi che sono legati al mio lavoro e ai miei interessi scientifici. In La Passione secondo Matteo il protagonista è un ingegnere informatico, e le dinamiche lavorative raccontate nel libro sono simili a quelle che ho vissuto personalmente. Invece L’invenzione degli animali è ambientato nel futuro, in una grande azienda che si occupa di genetica, e i temi scientifici sono affrontati con cognizione di causa.

Dal punto di vista pratico, la metodologia organizzativa che ho come ingegnere mi aiuta nella stesura dei romanzi: mi permette di darmi scadenze e obiettivi precisi, di essere pragmatico. C’è una fase di ispirazione che appartiene un po’ al mondo dei sogni, ma la stesura somiglia alla realizzazione di un qualsiasi altro progetto, anche ingegneristico. Quindi sì, la ricaduta del mio lavoro sulla scrittura c’è ed è positiva. 

L’inverso, invece, è meno evidente. Nel mio lavoro non c’è traccia del fatto che di nascosto scrivo libri, se non forse nella lunghezza delle mail. I miei nuovi colleghi iniziano già a scherzare su questo: “Hai ricevuto il nuovo racconto di Zardi?” Ma per il resto la scrittura entra poco nel mio lavoro di ingegnere, è abbastanza distante. 

Benedetta Galli

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