Lady Chevy: l’America delle armi e della rabbia

Lady Chevy, John Woods
(NNE, 2021 – Trad. M. Martino)

Siamo a Barnesville, una piccola cittadina dell’Ohio, Stati Uniti. Una culla di rancori repressi, ambizioni fallite e odi razziali condannati solo sulla facciata, roccaforte del tanto discusso fracking, la fratturazione idraulica con cui si estrae dal sottosuolo il petrolio o il gas a rischio della salute ambientale. Tra aumenti sospetti di bambini deformi, malattie e avvelenamenti, i cittadini devono convivere con la consapevolezza di aver svenduto le proprie terre e la propria sanità alla ditta Demont.

Qui vive la giovane Amy Wirkner, conosciuta ai più con il poco lusinghiero soprannome di Chevy, in riferimento al suo ingombrante sedere, largo quanto quello di una Chevrolet. Amy ha un fratello più piccolo condannato dalle emissioni del fracking a convivere con un grave ritardo mentale, un padre inetto e indifeso, una madre infedele e una gran voglia di fuggire, andare al collage e non tornare mai più.  Questo fino a quando Paul, il ragazzo che ama da quando era una bambina, non le chiede aiuto per far esplodere una delle cisterne della Demont. Quello che doveva essere solo un gesto di rabbia, un modo per far sentire il loro dissenso, si trasforma in una terribile colpa quando qualcuno finisce con il perderci la vita.

Comincia così il romanzo di esordio di John Woods, originario proprio della stessa Barnesville in cui vivono i suoi discutibili personaggi. Una terra dipinta con tratti noir e grotteschi, amata e odiata dai suoi abitanti come un cancro di cui non ci si vuole liberare. Qui la chiesa è un collante sociale, la scuola prepara al college solo una manciata di eletti e le persone vivono sospese tra la mediocrità della provincia e la loro inettitudine personale. La storia segue quindi il personaggio di Amy nel suo tentativo di fuga da Barnesville. I lunghi capitoli dedicati al suo punto di vista si alternano ad altri, più brevi e impersonali, incentrati sul controverso personaggio dell’agente Hastings, incaricato di seguire il caso della cisterna esplosa.

Lady Chevy sembra quindi mettere in scena tutti gli elementi principali di un buon thriller, tra omicidi e indagini poliziesche, ma la componente investigativa perde ben presto di valore per lasciar spazio all’introspezione dei personaggi. Il lettore segue la presa di coscienza di Amy, la sua evoluzione psicologica, le reazioni personali e a tratti crudeli con cui si fa carico, quasi con distacco, degli eventi che hanno condotto alla morte di un uomo. Se all’inizio i capitoli di Hastings sembrano solo uno scontato e superficiale stratagemma per presentare al lettore l’aspetto investigativo del romanzo, con il proseguire della narrazione ci si rende conto che l’agente è tutto fuorché interessato alla verità.

La componente gialla è talmente secondaria da diventare irrealistica: sembra quasi che nessuno abbia dubbi sul fatto che Amy e Paul siano colpevoli. Anche se gli indizi a loro carico sono circostanziali, la polizia si focalizza sui due adolescenti senza cercare altre piste. Un paradosso narrativo che comincia poco dopo l’omicidio, quando la polizia deve ancora cominciare a indagare, e Hastings si trova nel liceo di Amy. In mezzo alla folla di studenti, senza che i due personaggi abbiano mai avuto ragione di interagire prima, lui la osserva camminare verso il suo pick-up e pensa: «La ragazza sostiene bene tutto quel grasso. Si muove con grazia dissimulata. Il suo viso racchiude segreti» (p. 124). Con queste parole si sancisce l’inizio della cieca persecuzione dei due liceali da parte delle forze dell’ordine.

Eppure, Amy è un’ottima bugiarda. La lotta interiore tra la sua parte colpevole e quella combattiva, descritta con realismo e profondità, alla fine conduce alla vittoria della sfera razionale, al punto che niente, nemmeno le accuse prepotenti degli agenti di polizia, sembra metterla in difficoltà. Stranisce quindi trovarsi davanti a un’ambivalenza tra le parole convincenti della protagonista e l’ottusa certezza della polizia che lei sia comunque colpevole.  

D’altro canto, Lady Chevy non è un thriller nel senso proprio del termine, per quanto facile possa sembrare etichettarlo in questi termini. Si tratta invece dell’indagine profonda della psiche di una ragazza cresciuta in un ambiente ostile, pregno di influssi negativi. Per quanto il padre sia un uomo religioso e rispettoso, Amy deve fare i conti con la vicinanza di uno zio violento, un ex-soldato fascista e razzista, e del nonno materno che anni prima era stato un membro del Ku Klux Klan. Pesa centoventi chili e i suoi compagni di scuola non si sono mai fatti problemi a farglielo notare, spesso affliggendola con atti di bullismo. I genitori hanno una relazione tossica, corrotta anche dal dolore di dover crescere un bambino malato a causa della loro scelta di vendere i diritti minerari della terra a una ditta di fracking. In un quadro insieme realistico e terribile, dopo l’omicidio Amy comincia a lasciarsi andare ad alcune influenze conservatrici, a radicalizzare la sua visione del mondo, senza per questo mai cedere completamente al fascino dell’uomo forte incarnato da suo zio e dal nonno. Grazie all’uso della prima persona, per il lettore diventa difficile sia condannarla, sia sollevarla da ogni peccato. Amy è insieme vittima e carnefice.

Anche per questo Lady Chevy è uno spaccato realistico della provincia americana, con qualche necessaria esagerazione nelle atmosfere cupe che danno forza alla componente noir del romanzo. Questo affresco terribile viene tracciato con uno stile fluido ed elegante, di stampo cinematografico, ricco di dialoghi e con un ritmo narrativo che sembra scandito dai tempi del montaggio “invisibile” di un film.

L’unica nota dolente, il dettaglio che impedisce una totale immersione nella Barnesville di Woods, è la rappresentazione della figlia di Hastings, Liza, e dei suoi giovani amici. Una bambina di sei anni che viene “usata” dall’autore come voce dell’innocenza, un ruolo strumentale che le toglie spessore trasformandola in una macchietta, il riflesso del pensiero dell’agente di polizia. La si vede per esempio dire a suo padre che è «un superuomo» che cattura «i cattivi», per poi cambiare idea quando al lettore diventa evidente l’ambiguità del personaggio di Hastings. È solo allora che Liza gli domanda: «Tu sei cattivo?». La bambina diventa quindi lo specchio innocente dell’interiorità marcia del padre e di tutta Barnesville, dicendo sempre la cosa giusta al momento sbagliato. Non ce n’era assolutamente bisogno: quell’orrore traspare comunque, pagina dopo pagina, senza dover passare attraverso alcun artificio narrativo.

Anja Boato

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