Ogni cosa è narrazione: intervista a William Wall

Il turno di Grace, William Wall
(Nutrimenti, 2021 – Trad. Adele D’Arcangelo) 

copertina_ilturnodigraceNel romanzo di William Wall ci sono tre isole: «l’infanzia, la giovinezza e l’età adulta», che sono dei luoghi reali, oltre che metaforici. La prima è Castle Island, al largo delle coste irlandesi. In questo posto Grace e Jeannie – le due voci narranti – passano gran parte della loro infanzia praticando uno stile di vita votato al rispetto della natura e all’autosufficienza. Tom, loro padre, è uno studioso affermato, che nei suoi libri racconta l’originale stile di vita della sua famiglia, senza mai prenderne realmente parte. È infatti la moglie Jane a sostenere il peso di quella scelta radicale. Tutto cambia il giorno in cui Em, la sorella più piccola di Grace e Jeannie, muore cadendo dalle rovine del castello che dà il nome all’isola. Il racconto di quello che è avvenuto, plasmato dalle verità degli adulti, diventa il materiale su cui si costruiscono le vite delle due protagoniste. Ci saranno poi altri due luoghi a fare da sfondo alla crescita e alla maturità di Jeannie e Grace, ovvero l’isola di Wight e Procida; proprio in quest’ultima la verità su ciò che è successo a Em verrà infine rivelata.

Il turno di Grace, oltre ad essere un romanzo che indaga le contraddizioni dei legami familiari, è un libro capace di insinuare in noi diverse domande a proposito della memoria e del modo in cui le parole possono modellare la nostra stessa esistenza. Ho avuto il piacere di parlare di questo e di molto altro con l’autore.

Leggendo Il turno di Grace ho avuto l’impressione di leggere due diversi romanzi. Il primo è quello narrato appunto da Grace, che è cresciuta con la convinzione di essere stata lei la responsabile della morte di Em e che nutre un profondo senso di risentimento nei confronti di suo padre; il secondo è quello raccontato da Jeannie, che, al contrario della sorella, prova una forte ammirazione per Tom. In che modo la struttura del romanzo riflette questo dualismo?

La memoria non è altro che una catena di significanti, una narrazione che collega momenti che hanno un significato per la persona che ricorda. Non ricordiamo l’insignificante o, se lo facciamo, è perché non ne abbiamo ancora compreso il significato. In un certo senso, quindi, la memoria è costruita dalla persona che ricorda. Il subconscio estrapola un significato dal passato e crea una narrazione che contenga quello stesso significato. Questo è il motivo per cui due persone – per esempio, due sorelle – pur avendo vissuto la stessa infanzia, ricordano le cose in modo diverso, ricordano eventi, parole, dettagli diversi e attribuiscono a ognuno di essi significati diversi. L’infanzia felice di una sorella è l’inferno dell’altra. Mi viene in mente la tipica domanda da detective: “Lo pensi o sai che è vero”. In un certo senso, Il turno di Grace suggerisce che è impossibile sapere che qualcosa facente parte di un lontano passato sia indubbiamente vero. Così, Grace e Jeannie, quando raccontano la storia della loro infanzia, raccontano in realtà storie diverse. A chi stanno raccontando quel passato? L’una all’altra, forse? Al loro padre assente? Costruiscono due facce di un passato che ha significati diversi.

In generale, mi sembra che il romanzo ruoti attorno a una questione: ogni cosa è narrazione e ogni evento può assumere un significato diverso a seconda di chi lo racconta e di come lo racconta. Questo porta all’incapacità di stabilire la verità, perché ogni fatto narrato può facilmente essere distorto. Come influisce questa idea nella sua scrittura?

La memoria è un romanzo che raccontiamo a noi stessi e, in parte, agli altri. Assume senso e forma da una serie di eventi casuali. Pensiamo che il nostro passato ci spieghi qualcosa, quando, in realtà, siamo noi che attribuiamo una spiegazione al nostro passato. Siamo tutti narratori inaffidabili perché siamo allo stesso tempo testimoni e giudici del nostro stesso processo, il che si ricollega alla questione della colpa e dell’innocenza, temi centrali nel libro. In un certo senso, si potrebbe dire che a Grace non importa tanto sapere la verità, quanto trovare un modo di raccontarla che le permetta di salvarsi.

Il romanzo è costruito intorno a queste due narrazioni che riflettono le personalità delle narratrici: una piena di dolore e rabbia, l’altra caratterizzata da un’infanzia di libertà e natura. In entrambi i casi sono presenti elementi inaffidabili, ma il romanzo afferma anche che i racconti dell’infanzia presentano dei punti in comune, che c’è un nucleo di verità che lega le due storie, nonostante siano diverse tra loro.

Sempre a proposito del tema della memoria e della narrazione, c’è una frase che mi ha colpito: “le parole hanno quel modo di invadere la memoria, le storie che ci raccontano diventano le nostre storie”. Mi sembra che questo descriva molto bene anche quello che succede quando un ricordo diventa materiale per un romanzo.

Nel romanzo, il padre, Tom Newman (il cognome non è casuale), trae ispirazione dalla vita delle figlie per scrivere racconti fittizi su una famiglia che vive a contatto con la natura. Sfrutta la loro esperienza di vita per fare carriera. Ciò accade, in certa misura, in tutta quella letteratura che presenta sia una relazione parassitaria nei confronti della vita degli altri, sia una relazione di tipo sacerdotale. Da un lato ci nutriamo della sofferenza altrui, e dall’altro le diamo un senso, la consacriamo. Ora che ci penso, questa è una relazione di tipo sacerdotale da entrambe le parti! Il problema di Grace è che l’evocazione della sua infanzia da parte del padre è talmente potente da plasmarne i ricordi – le parole del padre hanno invaso la sua memoria. Parte della lotta di Grace consiste proprio nel districare la narrazione del padre dalla propria, nel trovare il proprio significato in contrasto rispetto a quello del padre, nel raccontare la propria storia. Questo processo implica che la storia che suo padre racconta è falsa e che lei ha la possibilità di risalire al vero significato. In poche parole: di ricordare. Non è un caso che Grace, che dubita di tutto ciò che le è stato detto sulla sua infanzia, diventi psicologa, mentre Jeannie, che pensa che il proprio passato sia sicuro e solido, diventa geologa. In definitiva, penso che il romanzo evidenzi come i ricordi della psicologa siano più affidabili delle certezze della geologa.

Ci sono diversi passaggi in cui emerge l’idea che sia il mondo esterno a definire chi siamo. Grace, nel primo capitolo del romanzo, definisce una vita vissuta come «una lenta stratificazione di significato». La sua stessa vita è costruita su una bugia. C’è un momento preciso in cui lei sembra avere una sorta di epifania, ovvero quando si trova a Procida. Lì si rende conto che gli abitanti dell’isola hanno costruito «all’esterno su concezioni dell’interno, del cuore o dell’anima». È un caso che questa epifania (e il desiderio di tirar fuori finalmente la verità) avvenga proprio in Italia?

Come sai, l’isola di Procida è una delle zone non urbane più densamente popolate d’Europa. Per me, che sono irlandese originario di un’isola la cui popolazione nel 1840 era di otto milioni di persone e che la carestia e l’emigrazione hanno ridotto a cinque milioni, trovarmi in un luogo così densamente abitato che non era, però, una città, è stato sorprendente. Parte della progressione del libro consiste nel passare da un’isola quasi disabitata al largo della selvaggia costa atlantica della contea di Cork, a un’isola più “civilizzata” in Inghilterra e, infine, alla densità e vivacità di Procida, e questo movimento è parallelo al passaggio dall’infanzia all’età adulta. La sua vita a Procida è influenzata dalla folla negli autobus e per le strade, dalle case caratteristiche del luogo, ma anche dalla pressione esercitata dalla memoria, la cui forza scaturisce dall’esperienza vissuta. Ed è la memoria che porta allo scioglimento del romanzo. Il nuoto provoca sempre un’epifania in Grace. Quando, nella prima sezione del libro, nuota al largo dove poco prima c’erano le balene, capisce per la prima volta la natura della colpa sessuale. Nuota anche a Procida e lì riesce ad allontanarsi dalla casa del padre. Vede l’isola con la sua straordinaria architettura, la sua apparente solidità costruita su un vulcano dormiente, e questo le permette di liberare il dolore e la rabbia che erano nocivi per lei e che aveva represso per tutta la vita.

Il senso di colpa è un altro tema al centro del libro. Quello che prova Grace è così forte da bloccarla in una sorta di limbo, tanto che lei stessa si definisce “un ibrido” («una non bambina, non donna, non moglie, non amante»). In questo senso, la scelta finale di Grace – scrivere la propria storia – può essere interpretata come un modo per riappropriarsi della propria identità e liberarsi dal senso di colpa?

Sì, Grace è una psicologa professionista. Di certo comprende l’importanza dello “scrivere la propria storia”. Ma, in un certo senso, allo stesso tempo corregge la storia della sua vita raccontata dal padre. Forse possiamo pensare al libro come a quella storia, o almeno alla versione di Grace. Ha bisogno di mettere in ordine la storia della propria vita, di trovare un senso per sé stessa. Sa che è arrivato il momento di decidere per la propria vita e il primo passo per farlo è raccontare la storia a modo suo.

La natura è molto presente nel romanzo, soprattutto nella prima parte. È una natura sensuale e materna, in grado di curare e dare conforto, ma anche spietata e dura, e sembra riflettersi nel temperamento delle donne che vivono sull’isola. Come dialogano questi due elementi?

L’infanzia passata sulla selvaggia costa atlantica dell’Irlanda è un’esperienza formativa per entrambe le sorelle. Ha permesso loro di sopravvivere a eventi terribili. L’isola stessa è reale. È disabitata ormai da un centinaio d’anni, ma la casa in cui la storia è ambientata è lì, anche se in rovina, con una piccola spiaggia di ciottoli e, più in là, il mare. Le fotografie su questo sito danno un’idea del paesaggio, anche se io immagino l’isola più al largo di quello che è.

Il rapporto che hanno con il paesaggio influenza le loro vite. Grace è influenzata dall’incertezza del vento e del mare, dalle maree, dalla luce e dal buio e dal modo in cui il clima cambia. Jeannie è influenzata dalla geologia: «a Jeannie piacciono le pietre», dice. L’incertezza del mare di Grace si solidifica nel litorale modellato dalle onde di Jeannie.

Sempre a proposito di questo tema, le donne sono depositarie di una saggezza profonda, quasi primitiva. Mi ha colpito molto quando Grace dice che sua madre «era una narratrice di storie». Ai personaggi maschili invece è affidato un ruolo negativo. Tom, Richard e Bill, che pure hanno un certo fascino, almeno nelle prime parti del romanzo, finiscono per essere dipinti come uomini volgari, divorati dal loro ego, e incapaci di capire veramente le donne che hanno al loro fianco. Può dirci qualcosa di più su questo aspetto?

Perché ho scritto dal punto di vista di una donna? In parte perché ero prigioniero dell’ispirazione originale. Una mattina mi sono svegliato con una frase in testa: «C’erano tre isole: l’infanzia, la giovinezza e l’età adulta, e io ero alla ricerca di mio padre in ognuna di queste». Una volta scritta, in qualche modo sapevo che era la voce di una donna. Ma sono sempre stato circondato da donne forti: mia madre e mia zia quando ero bambino, mia moglie Liz. Nella mia famiglia erano le donne a raccontare le storie di famiglia. Anche mio padre era un abile narratore, ma i suoi racconti erano più simili ai racconti folkloristici. La concezione che ho della famiglia è stata plasmata dai racconti di mia madre. Nel romanzo ho poi cercato di catturare l’energia delle fiabe popolari.

Le figure maschili sono ispirate a persone reali più delle figure femminili, in particolare a diversi tipi di scrittori che ho conosciuto, soprattutto nel caso di Richard Wood, poeta che racchiude in sé le caratteristiche di altri due poeti irlandesi (entrambi morti, ma non svelerò la loro identità). Sono egoisti di prima categoria, ed entrambi strumentalizzano le donne, usandole come ispirazione e per piacere personale. Per certi versi, penso che siano l’incarnazione del patriarcato. Distruggono la madre ma, ciononostante, sia Grace che Jeannie sopravvivono e alla fine trovano comunque la redenzione.

Il turno di Grace è sicuramente un romanzo che indaga i legami familiari, ma vuole raccontare l’ipocrisia di alcuni movimenti ambientalisti. La figura di Tom ne è l’esempio più lampante: uno studioso affermato e ammirato in tutto il mondo che è incapace di vivere seguendo i propri ideali (e anzi, costringe moglie e figlie ad adeguarsi a quella vita che lui stesso non vuole vivere). Si è ispirato a qualche personaggio o movimento particolare? In generale, che ruolo ha la politica nella sua scrittura?

In Irlanda, il partito dei Verdi (il Green Party) è sempre salito al governo in coalizione con la destra, in modo tale da poter promulgare la legislazione in materia ambientale da loro fortemente voluta. Tuttavia, naturalmente, la destra mostra ben poco interesse in materia, e i Verdi perdono ogni volta. In parte, Il turno di Grace critica l’idea che il pianeta possa essere salvato senza salvare le persone. A un certo punto Grace cita sua madre in una critica feroce a suo padre, definendo i Verdi “la borghesia vegetariana”. Sua madre, d’altra parte, era una socialista militante. Credo che non possa esserci una rivoluzione verde senza il socialismo. Per risolvere i problemi climatici, bisogna anche risolvere il problema dei senzatetto e della mancanza di un adeguato servizio sanitario e di un adeguato sistema di trasporto. Ma questi problemi non potranno essere risolti dalle imprese private. Solo la proprietà pubblica dei mezzi di produzione porterà a una rivoluzione verde. Solo l’impresa statale può risolvere l’emergenza dei senzatetto. Se aspettiamo che i miliardari salvino la Terra, ci ritroveremo con il pianeta in fiamme, mentre loro saranno in vacanza sui loro super yacht.

Lo scorso anno, durante la presentazione del suo racconto Ceneri e pezzi di carta pubblicato sul numero 5 dell’Ircocervo, citando la scrittrice Lorrie Moore, lei ha detto che un racconto breve è come una storia d’amore, mentre un romanzo è come un matrimonio, e che i racconti non ci danno una narrazione completa, ma ci lasciano con delle domande. Ha utilizzato questo approccio anche nella stesura del romanzo? Ho avuto come l’impressione che Il turno di Grace fosse più simile a un racconto lungo che a un romanzo, proprio per il fatto di lasciare alcune domande in sospeso.

Hai ragione. In un primo momento avevo pensato di scrivere una novella, un genere molto più breve del romanzo, che tende ad avere un finale più aperto del romanzo ed è più simile al racconto breve. Alla fine, Il turno di Grace ha mantenuto alcuni elementi della forma più breve. Ma credo anche che le narrazioni che presentano una chiara conclusione non rispecchino la vita. C’è solo una certezza nell’esistenza umana: la morte. Fino ad allora, la nostra vita è caratterizzata da incertezze e l’interpretazione e la comprensione del mondo sono in dubbio. Finché siamo vivi, la narrazione delle nostre vite rimane incompiuta e il futuro, finché ce n’è uno, rimane sempre un punto interrogativo senza risposta. Ho cercato di riportare questa apertura mentale nel libro, sperando di riflettere la vita umana con maggiore precisione. Gli esseri umani hanno una tendenza naturale a trasformare la propria vita in una narrazione, ma la realtà trapassa i confini d’inizio e fine.

Francesca Rossi
Traduzione dell’intervista di Simona De Bellis

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...