“Sabrina e Corina”, tra Denver e Saguarita

Sabrina e Corina, Kali Fajardo-Anstine
(Racconti ed., 2021 – trad. F. Gavioli)

Una delle domande che mi faccio spesso, quando ho finito di leggere una raccolta di racconti, è: qual è stato il criterio per scegliere il titolo della raccolta? Una domanda che vale soprattutto per quelle raccolte che hanno il titolo di uno dei racconti che ospitano. Nel caso di Sabrina e Corina, il libro di esordio della scrittrice americana Kali Fajardo-Anstine, la risposta è molto semplice: Sabrina e Corina è il racconto più bello che c’è in questa raccolta. 

Sabrina e Corina sono due cugine quasi sorelle che, dopo essersi prese cura l’una dell’altra, prendono strade diverse e, senza un’apparente sofferenza, si staccano. Tutto quello che non è stato riemerge però con il ritorno di Sabrina nella vita di Corina (la voce narrante del racconto) dopo la sua morte per strangolamento. Un racconto spiazzante e di grande maturità che riassume bene molti dei temi portanti di tutto il libro: la condizione femminile e, più nello specifico, delle donne latine, nell’area di Denver, Colorado. Lì, in quel luogo contornato dalle montagne rassicuranti e, come scrive l’autrice nell’incipit del primo racconto, dove «la terra è tipicamente arida», le donne dei racconti della Fajardo-Anstine si scontrano con una cultura dominante che non ne considera la complessa eredità tradizionale. Anzi, in alcuni casi, come ad esempio nel bellissimo racconto Sorelle, si spinge quasi a cancellarla. 

Sul suolo del Colorado meridionale, in genere secco e facile alle crepe, quella primavera aveva nevicato e poi piovuto più del solito. (p. 11)

La scrittura della Fajardo-Anstine è molto uniforme, omogenea lungo il corso della raccolta. Ciò fa inevitabilmente il paio con le storie raccontate, che sembrano muoversi all’interno del medesimo “spirito” e che, soprattutto, hanno luogo nello spazio che unisce le stesse due città: Denver e Saguarita. La prima esiste ed è la città nella quale l’autrice è nata e cresciuta, l’altra è una città immaginaria che ha un po’ i tratti di un luogo fatato e solo in parte toccato dalla complessità di Denver. A Saguarita le tradizioni appaiono ancora in carne e ossa, come la nonna che in Rimedi è capace di trovare una pozione per ogni dolore che sfiora i propri cari e che, grazie a questo potere, sembra immune da ogni sofferenza. Ma a Saguarita i personaggi dei racconti possono soprattutto trovare una via di fuga, uno sfogo esterno che li accolga con il calore della rassicurazione. 

Quella notte la sognai prima che si ammalasse. Avevo cinque anni ed eravamo andati a trovare mio nonno molto lontano, in una cittadina chiamata Saguarita, dove era cresciuta mia madre. Il paesaggio si apriva in un’ampia vallata circondata da montagne azzurrissime sormontate da cime di un bianco assoluto. (p. 120)

Candidata al National Book Award e vincitrice dell’American Book Award, Kali Fajardo-Anstine ha deciso di raccontare da vicino un’universo femminile coeso e per questo potenzialmente esplosivo. I rapporti forti che l’autrice descrive con attenzione e una granulosità letterariamente molto efficace, lasciano intravedere sempre un legame che oltrepassa quelli più immediati di sangue. L’identità (culturale e non solo) affiora costante in un dialogo serrato con quanto accade alle protagoniste di queste storie. I loro incontri sono sempre angolari, spigolosi e mai irrealistici. Il richiamo al sapere profondo, radicato, torna come un vettore che non si può lasciare indietro. Questo rispetto è quindi una cifra stilistica ma anche il messaggio più trasversale che ci viene consegnato da questi racconti, splendidamente tradotti da Federica Gavioli. 

«Ti svelo la ricetta per i capelli lunghi, mija, ma devi stare attenta con questo infuso».
«Attenta?»
«La vanità è pericolosa, bambina mia. Lasci che ti racconti […]». (p. 97)

Là dove i legami di sangue invece vengono amplificati con funzioni narrative il piano si fa spesso corporale, epidermico e tutto assume una forma definita. In Ancora più a ovest figlia e madre si trasferiscono da Saguarita alla città, per cercare lavoro e per sfuggire dalla collosità che può avere la tradizione. Fin dalla prima riga sappiamo che le due donne vivono distanti dagli uomini (o almeno in apparenza), perché quelli che hanno fatto parte delle loro vite erano troppo violenti oppure morti «per mano di un pazzo». Neva e Desiree, figlia e madre, vanno a vivere sopra la rimessa di Casey che diventerà in breve un elemento disturbante nel fragile equilibrio tra le due. Una fragilità che è però radicata in una certa solitudine e diffidenza giustificata, in una innata incapacità di vivere distanti da sé. Desiree, trascinata nel vortice di Casey, sembra cedere alle richieste della figlia per poi invece imporsi in senso contrario. Le due attraversano anche momenti di grande vicinanza che, in uno dei passaggi più belli dell’intero libro, l’autrice trasporta efficacemente sul piano corporeo. 

«Mi racconti una storia?»
«E su cosa, Neva? Lei sai tutte le mie storie»
«Perché non su di me? Com’è andata quando sono nata?»
Mia madre si lamentò e si diede una rassettata. Le presi la mano, intrecciando le sue dita esili, molli come un brandello di pizzo, con le mie. «Nevicava. Ero così stanca, anche nonna era stanchissima. Mi hanno dovuto fare un taglio per tirarti fuori perché hanno provato per ore, ma non volevi uscire.» Prese le nostre mani, spostandole sotto le coperte e le lenzuola, e si fermò sulla cicatrice del cesareo. «Qui. Ecco da dove sei venuta. Stavi sempre a piangere. I dottori dicevano che piangevi talmente tanto che non avresti più avuto bisogno di piangere per il resto della vita. Avevano ragione. Non piangi mai, Neva. Sei sempre forte.» Si interruppe per un momento, ed entrambe restammo zitte. 

Questa raccolta di racconti è un libro prezioso che affronta temi attuali senza schierarsi in modo aprioristico, ma descrivendo un’ecologia di sentimenti che rischia di franare per colpa degli stessi che dovrebbero salvaguardarla. L’operazione letteraria di Kali Fajardo-Anstine è chiara e ben costruita: raccontare delle storie verosimili (alcune di queste richiamano fatti di cronaca realmente accaduti) per far affiorare quello che di solito si percepisce e con difficoltà si vede: la forza che serve per rimanere attaccati a delle vicende molto più grandi di noi. 

Saverio Mariani

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