Quegli alieni dei millennials

Admin-SaponiSaponi, Elena Ghiretti
(Fandango Libri, 2021)

Saponi, romanzo di Elena Ghiretti pubblicato per Fandango, inizia nel più classico dei modi. Lucia ha 40 anni e lavora come “senior strategic account manager” (un appellativo che suona come «una fregatura ben confezionata») presso un’agenzia di comunicazione a Milano; è fidanzata con Luca, che lei chiama affettuosamente «l’orso buono» e con cui condivide un amore quieto e rassicurante. La sua vita sembra essere completa, eppure bastano pochi eventi per rivoltare completamente ogni certezza.

Il giorno in cui tutto inizia a sgretolarsi piove a dirotto, una pioggia che ha qualcosa di «soprannaturale e osceno», come se fosse un presagio di ciò che sta per abbattersi sulla vita della protagonista. Lucia è diretta in ufficio per un incontro con un cliente importante, durante il quale dovrà presentare l’idea per un nuovo marchio di prodotti per l’igiene maschile; la riunione prende subito una piega inaspettata a causa della presenza di due figure “aliene”: due ragazzi trentenni che in pochi minuti smontano senza troppi riguardi la «semplice e potentissima» idea di Lucia, ovvero quella di utilizzare  proprio “Saponi” come brand:

«Dopo inutili incursioni in territori femminili con fluidi enzimatici, gel per contorno occhi, spray solari, superfetazioni unisex, è tempo per il maschio di riaffermare la propria arcaica grossolanità cosmetica e tornare al primo gesto dell’igiene personale, quello più autentico ed efficace: il sapone».

Come se non bastasse, una volta rientrata a casa Lucia scopre di essere stata abbandonata da Luca (da quel momento in poi chiamato “luca”, con la minuscola).

Un inizio, come dicevo, abbastanza classico, in cui la protagonista perde improvvisamente tutto, e si ritrova a dover ripartire da zero. Ciò che rende però interessante la storia di Lucia è la sua ossessione per i trentenni, questi ragazzi che di colpo sono dappertutto («Appollaiati torvi lungo i tavoloni di legno grezzo adibiti a desco comune nei bar a est del Centro, intenti a intingere brioche vegane dentro cappuccini al latte di soia») e che diventano immediatamente il capro espiatorio di ogni problema.

La descrizione dei millennials è piena di lucido e pungente sarcasmo, che l’autrice riesce a ben dosare soprattutto nella prima parte del romanzo; i paragrafi dedicati alle riflessioni di Lucia su questo tema sono i più divertenti, e non mancano di una certa originalità anche per via delle immagini che riescono a evocare.

«Gli alieni sanno tutto. […] Sono nati e cresciuti dentro il brodo della rete, immersi ma al tempo stesso consci delle distanze dal reale, di limiti e pericoli, ne perlustrano i fondali come pescigatto di fiume e scrollano velocissimi col polpastrello digitale»; «Si comportano come piante carnivore: stanno lì, apparentemente disinteressati, aspettando che l’insetto di posi sul bordo dello stelo cavo e che rimanga appiccicato, per poi cadere nel buco e venire assorbito e digerito».

Se inizialmente il tema dello scontro tra due generazioni sembra essere il pilastro attorno al quale ruota la narrazione, man mano che si va avanti con la lettura ci si rende conto che c’è un’altra domanda al centro di Saponi: è possibile vivere bene nella propria età anagrafica? Lucia sicuramente non ci è mai riuscita; ricorda i suoi vent’anni «con un languore annacquato e un senso di opportunità mancate», ed è come se non fosse stata mai consapevole delle sue potenzialità («Capiva sempre tutto dopo, anni dopo. Era fatta così»). I suoi trent’anni non sono stati molto diversi, se li è lasciati alle spalle senza esserseli realmente goduti, e adesso che tutte e possibilità si sono chiuse le sembra di aver sprecato gli anni migliori della sua vita. In confronto, “gli alieni” sono perfettamente consapevoli del loro tempo, ed è proprio per questo che Lucia li invidia.

Ma i trentenni, che pure sembrano così noncuranti e disinvolti, sono in realtà solo più bravi a mascherare le loro insicurezze. Questa riflessione, che meriterebbe maggiore spazio, è solo accennata verso la fine del romanzo, quando Lucia fa in modo che Gregorio – uno dei due ragazzi che aveva distrutto la sua idea del marchio “Saponi” – si trovi in una situazione imbarazzante di fronte al Presidente dell’agenzia. Così, l’immagine dei millennials che all’inizio diverte, finisce per diventare una rappresentazione macchiettistica di una generazione che è sicuramente molto più complessa. Tutto è infatti filtrato dallo sguardo parziale di Lucia, fino all’epifania finale. Quello che manca è forse una maggiore attenzione verso i personaggi collaterali, che vengono trattati appunto come delle figure stereotipate e che invece, se fossero stati meglio sviluppati, avrebbero potuto conferire una maggiore profondità al romanzo.

Nel libro sono comunque presenti diversi spunti interessanti, un esempio è la pratica del Kapalabhati che Lucia impara da Gabriella Sarfatti (una vicina di casa trentenne e «disgustosamente attraente») e che la trasporta in una sorta di seduta onirica di auto aiuto. In questo «baluginio blu» in cui viene catapultata incontra persone da ogni angolo del mondo (Mark da Albuquerque, Beatrice da Birmingham, Nashi da Cassiopea) e riceve consigli a volte sensati, a volte totalmente incomprensibili.

Le ambientazioni sono molto ben costruite: Milano è quasi un personaggio a sé stante, con tutte le sue contraddizioni; ci sono le vie alla moda e le influencer “di nicchia” (solo 10.000 follower) che sorseggiano cappuccini in giardini segreti, e c’è Via Eustachi, con il traffico continuo e i marciapiedi rotti, il mercato che si anima a inizio estate e gli abitanti del quartiere che tirano uova sulla macchina di chi osa ostruire l’entrata di un parcheggio abusivo. Anche l’ambiente lavorativo in cui Lucia si muove è dipinto con ironica accuratezza: le occhiatacce alla macchinetta del caffè, le manovre ruffiane dei colleghi arrivisti, e soprattutto un sessismo spietato e subdolo.

Saponi è un romanzo leggero, senza troppe pretese, che con una scrittura fluida e lineare regala qualche ora di spensierato divertimento. È un romanzo che è stato scritto per esorcizzare una paura che infondo abbiamo tutti (e non solo i nati negli anni 70), ovvero quella di essere fuori tempo massimo, di non aver sfruttato appieno le nostre possibilità, una paura tipica della società della performance in cui viviamo. Senza svelare troppo, il finale ci riporta con i piedi per terra e ridimensiona ogni nostro dramma esistenziale: alla fine non importa niente a nessuno, per cui tanto vale mettersi in gioco senza prendersi troppo sul serio.

Francesca Rossi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...