Uomo invisibile: un classico americano ritradotto

Uomo invisibile, Ralph Ellison
Fandango, 2021
Trad. F. Pacifico

Originariamente pubblicato nel 1952, Uomo invisibile è l’unico romanzo pubblicato in vita dall’autore statunitense Ralph Ellison, che gli valse nel 1953 il National Book Award. In Italia è stato pubblicato nel 1956 da Einaudi con la traduzione di Carlo Fruttero e Luciano Gallino, mentre a febbraio del 2021 è uscita la nuova traduzione di Francesco Pacifico per Fandango.

Il libro è narrato in prima persona da un uomo che non rivela mai il proprio nome e che si definisce invisibile: «Sono un uomo invisibile. […] Sentite, sono invisibile per il semplice fatto che la gente si rifiuta di vedermi». Dopo il prologo, nel quale comincia a raccontare le vicende che lo hanno portato a comprendere la sua condizione, il racconto si sposta nel passato, a circa vent’anni prima, quando sta per entrare al college. Il giovane non ha ancora sviluppato una visione precisa del mondo e il discorso in punto di morte di suo nonno sconvolge lui e il resto della famiglia:

«Figlio mio, quando non ci sarò più, voglio che continui la giusta lotta. Non te l’ho mai detto, ma la nostra vita è una guerra e io sono stato un traditore ogni giorno della mia vita, una spia in paese nemico, ogni giorno da quando ho dato via il mio fucile al tempo della Ricostruzione. Vivi con la testa nella bocca del leone. Li devi sopraffare inondandoli di sì, devi indebolirli coi tuoi sorrisi, devi assecondarli a morte, fino a completa distruzione, lasciarti inghiottire vivo finché non ti vomitano o si aprono in due.» (pp. 21-22)

Il consiglio del nonno è di combattere per rivendicare il proprio posto del mondo, ma continuare a farlo di nascosto: deve esserci un servilismo di facciata che eviti l’esplosione del conflitto e che permetta di agire dall’interno, come «una spia in un paese nemico». Il romanzo procede per episodi, struttura perfetta all’interno della quale inserire il percorso di formazione del protagonista, che da giovane ingenuo si trasforma progressivamente in un uomo con le idee chiare sul suo ruolo all’interno della comunità. Per buona parte del libro tenta di autodefinirsi anche grazie ad azioni concrete, come l’adesione alla “Fratellanza”, un’associazione che inizialmente gli sembra possa battersi per la liberazione dei neri, ma che alla fine si dimostrerà poco interessata a lottare per cambiare davvero le cose. Dopo un lungo percorso di delusioni, però, il narratore giunge alla conclusione di essere invisibile agli occhi della società e di dover accettare la sua condizione nei suoi aspetti negativi come in quelli positivi. È proprio la sua invisibilità che gli permette infatti di continuare la «giusta lotta» a cui si riferiva il nonno in punto di morte:

«Credevo nel lavoro duro e nel progresso e nell’azione; ma ora, dopo essere stato prima “per” la società e poi “contro”, non mi assegno nessun rango né limite, e un simile atteggiamento va molto contro la tendenza di questi tempi. Il mio mondo però è diventato un luogo di possibilità infinite. Che frase… ma è pur sempre una buona frase e un buon modo di vedere la vita, e un uomo non dovrebbe accettarne uno diverso; questo ho imparato nel sottosuolo». (p.581)

Il percorso di formazione del protagonista comincia con un’orazione il giorno della sua laurea; il gran successo che suscita nella comunità fa sì che venga invitato a ripetere il discorso durante una riunione dei bianchi più importanti della città. Quella che sembra un’occasione per far sentire la propria voce si rivela presto per quel che è: l’occasione per i ricchi uomini bianchi di divertirsi alle spalle degli studenti neri. È stata infatti organizzata una battle royale, ovvero uno scontro tutti contro tutti fra gli afroamericani presenti alla serata, con lo scopo di intrattenere i presenti. L’idea di un tale spettacolo è grottesca e brutale, ma il giovane protagonista, ancora ingenuo, non si accorge davvero del sopruso che sta subendo e vede la serata come un’opportunità per esporre le sue idee. La sua coscienza critica e sociale sono ancora di là da venire, ma in questo episodio, come vedremo fra poco, si possono intravedere i primi segni di autodeterminazione del narratore.

Prima di combattere, i partecipanti vengono obbligati a indossare una benda bianca sugli occhi. Il colore della stoffa è significativo e permette di apprezzare il simbolismo che permea la scrittura di Ellison: sarebbe normale infatti aspettarsi una fascia di colore scuro per ridurre il più possibile la vista dei combattenti; il bianco invece simboleggia il dominio dei ricchi organizzatori della serata e la loro volontà di impedire ai ragazzi di capire chi sia davvero il loro nemico, che li porta a scontrarsi fra di loro nella battle royale così come nella società. Solo il protagonista riesce ad accennare un principio di ribellione quando durante la battaglia si sfila leggermente la benda dagli occhi, ed è con questo piccolo gesto che inizia il percorso verso l’autodeterminazione che affronterà durante tutto il romanzo.

Al termine di questa ulteriore umiliazione mentre prova a ripetere davanti a tutti la sua orazione, facendo fatica a causa delle botte ricevute e del sangue in bocca che è costretto a ingoiare, il pubblico lo interrompe di continuo, rendendogli quasi impossibile finire il discorso. Quando finalmente riesce a portarlo a termine viene premiato con una valigetta contenente una borsa di studio per il college statale per studenti neri. La possibilità di poter studiare gli appare come una grande opportunità anche se, in realtà, è solo uno dei tanti strumenti utilizzati dai bianchi per imporre il loro dominio su di lui.

Il lettore capisce che l’accesso al college è un meccanismo di controllo grazie a una scena particolarmente evocativa: il narratore sogna suo nonno che lo invita ad aprire la stessa valigetta ricevuta dopo la battle royale. Al suo interno trova una busta simile a quella che conteneva la borsa di studio. La apre e al suo interno scopre un’altra busta identica. Continua ad aprire buste per quella che sembra un’eternità fino a che non trova un biglietto con su scritto «Fate continuare a correre questo negretto». La scena allude appunto alla capacità del college di tenere occupato il protagonista, che in questo modo non potrà rappresentare una minaccia al predominio dei bianchi.

Uno dei tratti più interessanti di Uomo invisibile è la sua capacità di essere universale pur raccontando della disuguaglianza fra bianchi e neri. Il testo, infatti, come osserva Francesco Pacifico nella sua nota alla traduzione, «parte da Dostoevskij per rendersi visibile al canone occidentale» e grazie a questo atto di mediazione con una cultura che non è solo quella afroamericana, il romanzo si inserisce in un contesto più ampio e tenta di parlare a tutti i lettori, come si può evincere dalle parole finali del narratore: «Chissà se magari, sulle frequenze più basse, io parlo per voi?» (p.586)

Uomo invisibile è stato definito come Grande Romanzo Americano, una definizione evanescente e abusata, ma che in questo caso ha un valore speciale: sono rari infatti i casi in cui l’opera di un autore non bianco è stata definita in questo modo e, a prescindere dalla veridicità di tale affermazione, questo è un libro che continua a parlarci a quasi settant’anni dalla sua prima uscita. È inquietante leggere oggi un testo che, pubblicato nel 1952, mette in scena una serie di soprusi dai caratteri a noi fin troppo familiari, come l’assassinio di un afroamericano per mano di un poliziotto, suggerendo così l’idea che la condizione di questa minoranza non sia poi così diversa da allora, come ci dimostra, ad esempio, l’impegno civico del movimento Black Lives Matter, ad oggi molto rilevante anche a seguito della morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020.

Tradurre un romanzo così stratificato, che si intreccia in maniera complessa al nostro presente, offre senza dubbio molte sfide. Francesco Pacifico riesce tuttavia a restituire un testo dal linguaggio musicale e scorrevole, senza ricorrere a molte note nonostante la distanza temporale e culturale avrebbe potuto indurre in una tale tentazione, al fine di spiegare tutti i riferimenti lontani dal contesto di un lettore contemporaneo occidentale. Ne consegue, ovviamente, una traduzione che ha dovuto perdere alcuni dei tratti della lingua dell’autore, come ad esempio «i termini più o meno dispregiativi per chiamarsi tra etnie americane: ofays, scobos, paddiess…» che sono poi state recuperate nella nota di fine volume:

«Il dilemma del traduttore è che deve dimostrare l’amore per un’altra lingua cancellandola dalla pagina. […] Forse ogni libro importante dovrebbe avere alla fine una raccolta di frasi dell’originale per far sentire come suona, ma in questo caso è proprio un dovere. Perché se la letteratura bianca è visibile, cioè traducibile, se i suoi tipi sono facili da proporre in altre lingue, le acrobazie formali dell’inglese afroamericano non si possono ripetere. Ellison ha fotografato una lingua invisibile e vorrei lasciarne qualche frase qui.» (p.609)

Seguendo la celebre definizione di Umberto Eco secondo cui tradurre significa “dire quasi la stessa cosa” ci si accorge di come la traduzione comporti necessariamente la perdita di alcuni elementi che non possono essere trasportati fra due sistemi strutturalmente diversi, come lo sono due lingue e due culture. Nonostante il carattere intrinsecamente fallibile della traduzione, però, è raro trovare in un libro una dichiarazione così esplicita dei limiti di questo processo: Pacifico è costretto a riportare alcuni brani e parole inglesi per consegnare al lettore un assaggio più completo del testo di partenza. E se da una parte lo si può considerare come un gesto di resa nei confronti dei limiti della traduzione, dall’altra parte si configura come una dichiarazione d’amore alla lingua di Ellison, capace di creare un hapax letterario di cui possiamo soltanto intravedere la grandezza nella sua trasposizione in italiano. La nota di Pacifico ci fa anche capire la serietà con cui è stato svolto il lavoro, e la cura con cui è stato affrontato un testo così importante. Ulteriore pregio della pubblicazione è il fatto che il testo si affianca a un altro autore di spicco della letteratura afroamericana: James Baldwin, di cui Fandango sta ripubblicando tutte le opere.

Francesco Cristaudo

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