Uno sguardo filosofico sulla famiglia, oggi

La famiglia degli altri, Elena Rui
(Garzanti, 2021)

Famiglia-copertinaCon La famiglia degli altri, uscito per i tipi di Garzanti nel febbraio 2021, Elena Rui si posiziona tra i dieci autori esordienti che concorrono alla VI edizione del Premio Opera Prima. È un esordio, il suo, che non risparmia colpi al presente e che si fa carico di una riflessione su un concetto attorno cui si annidano insidiose le convenzioni sociali del nostro tempo – cioè la famiglia tradizionalmente intesa e tutte le relazioni che da essa e in essa si sviluppano. Ne scandaglia chirurgicamente le contraddizioni con tanta audacia quanta grazia, facendone crollare irrimediabilmente le fondamenta.

In una conversazione riportata alla fine del suo romanzo ambientato tra Parigi e Padova, Rui – padovana di nascita e parigina d’adozione – specifica di non aver voluto scrivere una storia autobiografica. Tuttavia, la protagonista, Marta, condivide con l’autrice non solo la doppia appartenenza geografica, ma anche un forte tormento interiore: Marta viene identificata come suo alter ego letterario, cui attribuisce una ricerca filosofica personale «sul conflitto fra i codici sociali e il naturale anelito all’autodeterminazione».

Marta è una giovane donna che vive in un quartiere benestante di Parigi, città emblematica in cui ha deciso di costruire una famiglia fuori dagli schemi convenzionali con il compagno Antoine. I due, sul modello della celebre coppia di filosofi esistenzialisti, Sartre e de Beauvoir, aspirano a un ideale amoroso che si concretizzi in un patto intellettuale di non esclusività formale e sessuale. Patto che, però, si rivela insostenibile non appena si scontra con la realtà e soprattutto con la nascita di una figlia, Giulia. Marta, diversamente dall’ormai ex marito, sembra accorgersene, tanto più che si sta accingendo alla stesura di un romanzo sui rapporti familiari.

«Il materiale bibliografico che accumulava e nel quale si stava perdendo serviva più ad alimentare riflessioni destabilizzanti sulla sua relazione con Antoine e sul futuro della loro famiglia che a costruire un romanzo. Gli argomenti della ricerca la toccavano troppo da vicino per attenersi a un piano di lavoro strutturato e si sorprendeva a divagare, a lasciarsi assorbire emotivamente dalla lettura senza organizzare e archiviare in modo utile le informazioni. Aveva un’idea molto approssimativa di dove stesse andando, tanto nella scrittura quanto nella vita.»

La ricerca personale dell’autrice trova una interessante realizzazione e contestualizzazione in una trama costruita in modo oculato, in cui ogni evento si carica di significati e acquisisce profondità grazie al costante esercizio introspettivo della protagonista. Al momento di crisi creativa e sentimentale, si aggiunge un lutto: si tratta della morte di Ada, nonna paterna di Marta. Il repentino ritorno a Padova, sua città natale, in occasione del funerale della nonna, diventa il pretesto per cercare di colmare i vuoti esistenziali che il dialogo con Antoine, di cui ha sempre avuto grande considerazione in quanto espressione di un amore maturo e desiderabile, non è riuscito a colmare. Anche grazie al ritorno di Alberto, suo amore giovanile, Marta si scontra con il suo passato e mette in discussione il suo presente, confrontandosi in maniera particolarmente profonda con modelli di famiglia diversi.

Marta è donna, moglie, madre, figlia: etichette, queste, che tradizionalmente presumono determinate responsabilità e generano precise aspettative. Marta le riconosce, analizza e demolisce sistematicamente mettendo a confronto le famiglie che si trovano a commemorare Ada: famiglie che non sono niente, dice, «solo corpi che vivono sotto lo stesso tetto». È questo l’effetto che fa vedere la coppia degli zii, Domitilla e Dario, che per seguire il copione preconfezionato del matrimonio romantico e borghese hanno indossato i costumi dei loro ruoli di genere soffocando i loro bisogni e desideri; è lo stesso effetto che fa vedere i propri genitori, Giacomo e Rebecca, separati da quando la madre ha deciso, invece, di non reprimere affatto i suoi bisogni – non più coincidenti con quelli del marito – e di non nascondere più la sua mancanza di inclinazione alla maternità, determinando il fallimento del matrimonio agli occhi della società perbenista di provincia. Per Marta, soltanto Ada e Augusto erano riusciti a incarnare un ideale di amore primigenio e genuino, al di là di ogni iper-intellettualismo, capace di far funzionare una famiglia in armonia: un amore, tuttavia, figlio di un’epoca che non poteva più tornare.

Verrebbe da pensare che la durata della storia, che si svolge nell’arco di pochi giorni, proprio quei giorni di fine maggio del 2012 in cui un terribile terremoto si preparava a sconquassare l’Emilia, non sia del tutto casuale: la scossa di assestamento che si verifica durante il funerale di Ada sembra pronosticare la sensazione che proverà Marta quando scoprirà che anche il matrimonio della nonna, durante l’epoca fascista, aveva costruito una felicità di facciata con un cemento fatto di silenzi. Quando anche l’ultimo – e forse l’unico – baluardo delle ormai poche certezze in fatto di relazioni familiari crolla, Marta si sente venir meno la terra da sotto ai piedi.

Qual è, allora, la ricetta della famiglia felice, ammesso che possa esistere? Attraverso il flusso di pensieri di Marta, insieme illuminante e fastidioso – un po’ come quelle voci che abbiamo dentro e cerchiamo di scacciare perché ci dicono verità che preferiremmo non sentire –, Rui ha iniettato nel suo romanzo una serie di riflessioni estremamente lucide ed inevitabilmente scomode su temi dal respiro universale. La famiglia, fondamento delle strutture sociali, diventa il nucleo problematico da mettere in discussione per cercare di smarcarci dal conformismo che tende a farci inseguire certezze apparentemente immutabili, quando invece a volte avremmo solo bisogno di disorientarci per trovare una strada che sia nostra.

Tante sono le domande che, con un piglio ironico e tagliente combinato ad uno stile elegante e misurato, vengono poste al lettore in materia di relazioni, ruoli di genere e genitorialità. E tutto pare ruotare attorno a una parola chiave: autodeterminazione. Per non lasciare il lettore del tutto in balia delle scosse di assestamento che inevitabilmente la lettura di questo romanzo provoca, l’autrice prova a lasciare, se non la ricetta completa, almeno un ingrediente segreto per raggiungere quello stato di felicità che deriva dalla possibilità di determinarsi nella famiglia così come nella società: come suggeriva Simone de Beauvoir, potremmo innanzitutto provare ad accettare le nostre ambiguità di esseri umani, così da trovare nell’autenticità personale le ragioni del nostro agire.

Beatrice Palmieri

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