Un quadro contro il regime: “L’epica delle stelle del mattino”

L’epica delle stelle del mattino, Rudi Erebara
(Mimesis, 2021 – Trad. Edmond Çali)

elit-erebara-epica-stelle-mattino-1Epika e yjeve të mëngjesit, il titolo del romanzo con cui Rudi Erebara ha vinto l’European Union Prize for Literature, è in origine un quadro di Edison Gjergo, pittore albanese incarcerato nel 1973 dal regime albanese. L’opera rappresenta alcuni partigiani – tra cui una ragazza, rappresentata con calzature tipiche e un fiore rosso nella mano – raccolti attorno a un rapsodo, intento a raccontare loro la storia dell’Albania; sullo sfondo, un cielo dal colore mattutino, ma ancora carico di stelle luminose. Il quadro, che presenta evidenti influenze cubiste ed espressioniste, e non risponde quindi ai canoni del realismo socialista promosso dal Partito del Lavoro albanese, ha portato alla condanna del pittore, accusato di ribellione ideologica contro il regime. È questo dipinto la scaturigine del romanzo di Erebara, che basandosi sulla vita di Gjergo narra le gesta di un pittore perseguitato dal regime e arrestato in seguito all’esposizione nella galleria di Tirana del suo ultimo quadro: L’epica delle stelle del mattino.

Il romanzo prende avvio in un momento antecedente alla realizzazione del dipinto, e la narrazione di lungo respiro trascina  progressivamente il lettore nel vortice degli eventi. Il 16 ottobre del 1978, un giorno di pioggia, coincidono due eventi storici: il settantesimo compleanno di Enver Hoxha, capo del Partito socialista albanese (e dittatore), e l’elezione del nuovo pontefice, Karol Wojtyla. Entrambe le notizie vengono ascoltate alla radio da Edmond, il protagonista, mentre si prepara per andare al lavoro, in una ditta che si occupa della produzione di striscioni propagandistici e dei ritratti ufficiali del dittatore da esporre in Albania in occasione delle festività. Un problema con il colore di alcuni striscioni esposti in occasione del genetliaco di Hoxha è l’evento che scatena una caccia al traditore – e, anche, al tentativo di individuare una cellula di nemici del partito – che porterà alla condanna dei dirigenti e di alcuni operai della fabbrica. La ricerca dei criminali – costruita su insinuazioni, manipolazione delle dichiarazioni, utilizzo di infiltrati che cercano di provocare i presunti colpevoli – mostra il velo di paranoia sottostante al regime socialista albanese, che è denominatore comune di tutte le dittature. Tra i personaggi principali figurano Avni, Koci e Ramish, trasposizioni letterarie dei fedelissimi al dittatore (dietro all’ultimo personaggio si può facilmente indovinare la figura di Ramiz Alia, successore di Hoxha), occupati nella compilazione delle liste di proscrizione: nonostante la consapevolezza di ognuno di non aver avuto un ruolo antagonista verso Hoxha, i tre personaggi sono preoccupati in primis di essere stati inseriti di nascosto nell’elenco dei nemici da un loro compagno, come per esempio nel seguente passo:

«Ramish attaccò il telefono senza dirgli arrivederci, cosa che ad Avni causò sudori freddi. “Non è che questo ce l’ha con me?” disse tra i denti. “Perché quello che viene colpito, lo viene a sapere per ultimo”. Nonostante ciò, prese la cartella e uscì di corsa dall’ufficio. Ramish aveva dato ordine che lo facessero entrare appena si presentava. Avni ritenne questo fatto di buon auspicio. L’incontro testa a testa con Ramish, prima che Koci facesse rapporto […] lo metteva, come nel gioco degli scacchi, una mossa avanti» (p. 461).

Nemmeno quando si rivestono ruoli di comando il sistema distorto della dittatura lascia uno spazio di libertà all’uomo: ogni azione deve essere controllata, ogni parola calibrata. Ogni dettaglio vagamente fraintendibile può portare alla destituzione dalla carica e alla fucilazione.

Per meglio rappresentare la psicosi del regime, Erebara svolge un lavoro minuzioso sulla costruzione dei personaggi, che presentano una doppia personalità: quella pubblica, di facciata, fedele a Hoxha e al socialismo; quella privata, una voce soffocata che conosce e teme i lati oscuri della dittatura. A ogni personalità corrisponde un antroponimo, ed emblematico è il caso del protagonista, l’unico che espone pubblicamente entrambe le sue personalità, seppur involontariamente. Il pittore, di famiglia musulmana e chiamato alla nascita Sulejman, nel corso della sua relazione con la figlia di un esponente del Partito del Lavoro, decide di cambiare il proprio nome in Edmond: un nome moderno, più adatto al nuovo stato socialista, che segna una cesura con le proprie origini etniche e religiose e che possa dunque tutelarlo da eventuali persecuzioni. Gli eventi vengono narrati da entrambe le voci, quella di Edmond, tranquillo e convinto dell’irreprensibilità delle proprie azioni; e quella di Sulejman, conscio dell’irrazionalità con cui vengono attribuite le colpe e le condanne: «Per ogni momento in cui, a Edmond, la vita sembrava come quella di un operaio del bel socialismo, tante volte al Sulejman interno la morte sembrava il piacere più grande» (p. 113).

L’autore svolge un lavoro approfondito e minuzioso – con un’attitudine dostoevskiana – sia sulla psicologia dei personaggi, compresi quelli secondari, sia sui singoli eventi che si trova a narrare (le conversazioni tra marito e moglie, le serate tra amici, i rapporti tra cliente e venditore), con la capacità di ritornare vorticosamente su alcuni episodi rielaborandoli, approfondendoli, reinterpretandoli. L’epica delle stelle del mattino fornisce una rappresentazione accurata e completa della società albanese del secondo Novecento e delle ripercussioni personali di chi è vissuto nel periodo del regime socialista.

In chiusura, mi sembra però doveroso scrivere due piccoli appunti sull’edizione italiana del romanzo, edito da Mimesis nella collana di letteratura europea eLit – cofinanziata da fondi dell’UE. Il primo problema risiede nella continua presenza di refusi in tante pagine del romanzo, soprattutto in coincidenza dei discorsi diretti: i segni di interpunzione di apertura e chiusura del dialogo talvolta mancano, talvolta vengono inseriti casualmente al fondo del periodo, come negli esempi seguenti:

“Non saprei gli fece lui affannato siccome era salito e sceso sette o otto volte per la maledetta scala. (p. 61) (mancante)

No, no, no, deposizione, io… semplicemente volevo di più dire che, di parlare della sua domanda del colore gli disse spaventato come se fosse stato colpito con un bastone dietro alla nuca Enver.(p. 87) (a fine periodo)

Il secondo problema, correlato al primo, è che una revisione disattenta non ha portato solo a una cascata di refusi, ma anche a errori di traduzione che rendono talvolta incomprensibile il periodo:

Dallo stesso sorriso coagulato sulla pelle, come se gocciolasse con l’umidità della guancia rasata di fresco sulla sua voce monotona che lo accompagnava e che giaceva in silenzio tante quante volte i piedi calpestarono il pianerottolo tra un piano e l’altro. (p. 20)

“Esamineremo la situazione, faremo in modo che il colore non si scolori più e che non cadiamo più in discredito, perché con questo che ci è successo abbiamo creduto all’importazione. Ci riusciremo con le nostre forze.” (p. 92)

L’auspicio è che la casa editrice pubblichi presto una seconda edizione riveduta e corretta, che consenta una lettura piacevole de L’epica delle stelle del mattino.

Enrico Bormida

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