Il corpo, la musica, gli Appalachi in “Un diluvio di veleno”

Un diluvio di veleno, Jordan Farmer
(Jimenez Edizioni, 2021 – Trad. G. Testani)

Hollis Bragg è un musicista di grande successo, ma nessuno lo sa. Le canzoni che scrive vengono suonate da una famosa band, i Troubadours, mentre lui vive isolato nei boschi della West Virginia, in una casa edificata dove un tempo sorgeva la chiesa di suo padre, un predicatore fanatico che non gli ha mai dimostrato affetto. 

Anni prima, Hollis e la sua ragazza Angela hanno costituito il nucleo originario dei Troubadours. Con la relazione è finita anche la sua esperienza nella band, e adesso Hollis è il ghostwriter di cui nessuno deve conoscere l’esistenza. C’è stato un breve periodo in cui si è esibito in pubblico, rinvigorito dall’amore e dalla stima di Angela, senza però liberarsi davvero dal senso di inadeguatezza datogli dal suo corpo malformato: una colonna vertebrale ricurva che da sempre influenza ogni aspetto della sua vita. Oggi vuole dare al mondo solo la sua musica, scevra del suo corpo, del suo nome, della sua presenza. Nella solitudine dei boschi si è creato un equilibrio rassegnato ma confortevole: a dargli sollievo sono la sua chitarra e la relazione occasionale con Caroline, una ragazza con problemi di dipendenze. 

Questa calma inizia a vacillare quando Hollis incontra Russell, leader di una band horror punk ma anche rampollo ribelle della famiglia Watson, proprietaria delle industrie chimiche che stanno avvelenando la zona. Pochi giorni dopo, proprio mentre Hollis sta assistendo a un concerto del gruppo di Russell, uno sversamento di sostanze tossiche avvelena la falda acquifera: da quel momento il protagonista si trova coinvolto in una catena di eventi drammatici, che lo porteranno a rinegoziare le scelte su cui ha costruito il suo fragile equilibrio.

Un diluvio di veleno è un romanzo denso di eventi e colpi di scena, dal ritmo serrato e quasi cinematografico, che però lascia anche ampio spazio a passi meditativi e lirici, in particolare quelli legati alla musica: per Hollis, la sua chitarra è l’unica occasione di grazia che la vita gli ha concesso, l’unico momento di dialogo e comunione col mondo.

«Una volta che mi sono seduto, finisce sempre nello stesso modo: le dita dimostrano di essere l’unica parte del mio corpo che non mi ha tradito. Mentre tutti gli altri miei geni sono ostinatamente determinati a distruggersi a vicenda, le mie mani si sentono nobili ad afferrare il manico di palissandro. Scivolano lungo i tasti indipendenti dal pensiero, istintivamente consapevoli del giusto suono da creare nella quiete. La musica comincia a fluire, come fa sempre, e per un secondo benedetto, io non sono un gobbo che suona dentro un banco dei pegni.» [pag. 20]

Anche la relazione di Hollis con Angela, che rivive nei flashback, è inscindibile dal suo rapporto con la musica: è lei che gli ha insegnato a suonare ed è stata anche la prima persona a trattarlo da suo pari, senza disgusto né compassione. L’amore è stato una speranza di riscatto a cui Hollis non si è mai abbandonato fino in fondo, sempre frenato dalla paura dello sguardo altrui.

Nel romanzo, il corpo martoriato del protagonista si specchia nel corpo martoriato dell’America rurale: una terra abbandonata a se stessa dopo un selvaggio sfruttamento di risorse, che ha portato ricchezza effimera senza creare un tessuto sociale coeso. Come Hollis si isola volontariamente dagli uomini, così gli hillbilly, gli abitanti degli Appalachi, rivendicano con ruvido orgoglio la loro diversità rispetto al resto dell’America: dallo Stato non si aspettano sostegno, ma solo disprezzo e derisione.  Questo rancore sociale è ben rappresentato da Victor, il bassista della band di Russel, che ha fatto parte di movimenti ambientalisti ma ne è stato espulso per via della sua inclinazione verso soluzioni violente. Nonostante i due si presentino come grandi amici, il rapporto di forza è nettamente sbilanciato a favore di Victor: Russell ne subisce il carisma, sente continuamente il bisogno di dimostrarsi all’altezza delle sue aspettative e soprattutto di espiare il peccato originale delle sue origini. Russell è il privilegiato che vorrebbe stare dalla parte giusta della barricata, ma non ha la percezione delle forze in gioco, di quanto sia profondo e radicato il senso di ingiustizia sociale in persone come il suo amico.

Se il personaggio di Victor incarna l’esplosione di una rabbia a lungo covata, la lotta cieca per la sopravvivenza e l’autosufficienza emerge invece in una delle scene più efficaci e potenti del romanzo: quella in cui i locali danno l’assalto a un supermercato per fare incetta di acqua in bottiglia e arrivano ad aggredirsi l’un l’altro per l’ultima busta di ghiaccio.

Sarà proprio Hollis, qualche giorno dopo, a contrapporre un gesto di condivisione semplice e privo di retorica a questa guerra di tutti contro tutti. Lo farà per caso, con imbarazzo e quasi controvoglia, ma sarà un primo passo per costruire un ponte tra sé e gli altri, andando oltre quella distinzione tra corpi sani e corpi deformi che ha sempre tiranneggiato la sua vita. 

In questo processo di accettazione gioca un ruolo fondamentale Rosita, una fotografa che Hollis incontra al concerto. La ragazza sta lavorando a un progetto che raccoglie foto e storie di persone malformate o sfigurate, per dare spazio e dignità ai loro corpi liberandoli dallo stigma del fenomeno da baraccone. Se Angela dava mostra di non vedere la schiena malformata di Hollis, Rosita la vede nel senso più empatico del termine. Hollis ha sempre considerato il proprio talento musicale –che lo salva– come qualcosa di estraneo e separato dal proprio corpo –che lo condanna: Rosita invece lo sprona a volersi bene nella sua interezza, perché solo così potrà mostrarsi agli altri senza vergogna, chiedere rispetto o anche amore.

Ma cosa può essere la bellezza, per un corpo sofferente? Forse «qualcosa relativo al fatto che queste cose malformate persistono. Un uomo che continua a respirare anche se l’ossigeno deve passare attraverso uno squarcio enorme. Una pelle ancora calda di vita nonostante sia rimasta bruciata in un lungo incendio.» [pag. 120-121]

In questo senso c’è bellezza nel corpo di Hollis, nelle melodie aspre e grezze che compone, e forse anche nelle squallide cittadine della West Virginia: così i tre temi del romanzo, apparentemente diversissimi tra loro, si fondono e dialogano.

Benedetta Galli

In evidenza: foto di Isaín Calderón da Pixabay 

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