“L’amore muto”: la riscoperta di Pia Rimini

L’amore muto, Pia Rimini
(readerforblind, 2021)

Negli ultimi anni l’editoria italiana ha visto un rifiorire di autori misconosciuti riportati sugli scaffali delle librerie in nuove edizioni. La casa editrice readerforblind si inserisce in questo contesto con la collana Le Polveri, la cui ultima uscita, L’amore muto, riporta alla luce Pia Rimini, autrice di successo negli anni Venti e Trenta del Novecento e poi completamente dimenticata. Triestina, colta, attivista per i diritti delle donne, di lei si persero le tracce nel 1944 quando fu fatta salire dai nazifascisti su un treno diretto ad Auschwitz.

La prima domanda che è lecito porsi davanti a un’opera che è stata riscoperta è sempre: perché questo libro è stato dimenticato? Cosa ci ha portato ad accantonare l’autrice per decenni e a celebrare altri suoi contemporanei? Sarebbe spontaneo pensare che le opere dimenticate manchino di visione, che non abbiano avuto niente da dire al futuro. E quindi, chiedersi: cos’è cambiato adesso? Perché vale la pena leggere queste pagine?

Nel caso di Pia Rimini la risposta emerge da sé nel corso della lettura: Pia Rimini non è stata dimenticata perché era indietro rispetto ai suoi tempi, ma perché era anni luce avanti. I temi che emergono ne L’amore muto e su cui traspare una sua netta presa di posizione – la mascolinità fragile e la gelosia, l’amore tossico, lo stigma nei confronti delle lavoratrici sessuali – sono ancora oggi oggetto di dibattito e opinioni contrastanti anche all’interno degli ambienti femministi e progressisti. 

L’amore muto è una raccolta di racconti definita in prefazione da Giulia Caminito come «una porta d’ingresso privilegiata» per conoscere l’opera dell’autrice. Le diciotto brevi storie tratteggiano un’umanità prevalentemente al femminile, popolata da donne povere dalla pelle giallastra che vivono la fatica di avere a che fare con gli uomini.

Le protagoniste di Pia Rimini sono giovani prostitute, sartine, sguattere, cameriere, fioraie. Stanno in fondo alla piramide sociale e il loro destino si svolge solitamente sereno fino al momento in cui non incontrano un seduttore, sempre designato come il primo, tramite cui scoprono le gioie e i pericoli della sessualità e dell’amore. Dopo il primo, è inevitabile, arrivano gli altri e poi le conseguenze. Le gravidanze giovanili sono presenti nella maggior parte dei racconti e vengono narrate con compassione autobiografica: Rimini stessa rimase incinta giovanissima, ma il bambino nacque morto.

È un destino simile a quello di Teresa, protagonista di Maria e Giacomo, che nell’agonia della sua malattia si preoccupa di esser diventata sterile e non poter generare altri figli dopo il primo morto in tenera età, e di Maria, soprannominata La Puledra, pronta a rifiutare un buon partito e una sistemazione per evitare ogni possibile trauma al suo bambino malato. Non importa quanti disagi abbia causato, per le donne di Pia Rimini la maternità è sempre idealizzata e viene accolta come supremo atto d’amore, in suo nome anche la più bieca prospettiva di vita diventa tollerabile.  

Molto più lucido è lo sguardo dell’autrice sulla sessualità femminile: nonostante le sue protagoniste siano inevitabilmente insidiate da uomini insistenti, infatti, non vengono mai rappresentate come soggetti passivi. Alle strategie di corteggiamento ai limiti della violenza operate dagli uomini si accompagna sempre la curiosità delle donne verso il piacere sessuale, che non viene negata né mascherata. Se ne sottolineano piuttosto le conseguenze impari: per le donne, il desiderio di esplorare la sessualità coincide sempre con l’inizio di un mare di guai, mentre gli uomini possono impunemente ripudiare le loro azioni e fingere di non essere colpevoli.

Nella rappresentazione dell’universo maschile, lo sguardo di Rimini è preciso e tagliente. Gli uomini non sono vili e violenti per natura, alcuni anzi non lo sono affatto, ma tutti sono portatori inconsapevoli di un privilegio e questo genera un’incolmabile divario tra i sessi

In Maria e Giacomo Teresa cova un risentimento sempre più crescente verso il suo compagno, che ritiene responsabile del disfacimento che la malattia ha portato nel suo corpo. Quando il compagno in questione entra sulla scena narrativa, però, l’effetto è spiazzante: non ci troviamo davanti al burbero mostro che abbiamo immaginato, ma ad un uomo innamorato e gentile, che cerca come può di star accanto alla donna convalescente. Non importa però chi è davvero questo personaggio, ma cosa rappresenta per Teresa, ossia lo squilibrio sentimentale e fisico che l’ha separata da tutti gli uomini della sua vita, tutta la violenza e gli abbandoni che ha dovuto subire.

Ella sentì passare sopra di sé l’eco di quella furia che l’aveva percorsa, penetrata e le suggeva goccia a goccia la vita, per buttarla poi sfatta e dolorante, con il cuore vuoto e con la carne sterile e sanguinante, in un letto d’ospedale. E lo chiamavano amore. (p. 29)

I racconti La forza di non sapere e Farsi un’opinione sono incentrati sulla gelosia dal punto di vista dei mariti. In entrambe le storie i protagonisti si trovano in difficoltà quando scoprono di esser stati traditi dalle rispettive mogli, ma non provano una rabbia spontanea: la loro indignazione è posticcia e fasulla, costruita ad hoc perché è quello che la società richiede. Non c’è nessun orgoglio ferito, nessuno scatto di violenza, ma solo il panico per la necessaria scelta di un atteggiamento da tenere davanti agli altri. Pia Rimini sfiora così già nella prima metà del Novecento il tema della mascolinità tossica, che ha guadagnato il suo posto nel dibattito femminista solo negli ultimi anni.

L’innovazione di Rimini sta anche nella prosa liquida e incalzante, che in racconti come Maria e Giacomo e Terra pregna raggiunge le sue vette più alte. Le sensazioni fisiche legate in un caso alla malattia e nell’altro alla sessualità e alla gioia di vivere delle protagoniste sono narrata con un lessico ricco ed evocativo che spicca per audacia e originalità.

Nell’odore della sua pelle che sa di fiori e di frutta, ama la terra: gode a far scivolar le labbra, lieve lieve, in un sottile freddo, sulla peluria bionda delle sue braccia scure e fresche, socchiudendo gli occhi, con un sorriso che dentro le divampa di rossa voluttà aspra e violenta, e a succhiare la pelle per sentirla aderire alla sua bocca umida, per bere quel vivo odore: per baciare in sé stessa la terra pregna di sangue e di gioia. (p. 108)

La riedizione dell’autrice triestina, in conclusione, aggiunge un tassello prezioso all’editoria italiana e ci racconta molto sia dell’Italia della prima metà del Novecento, sia dell’Italia di oggi, che di questa voce e questa fermezza ha ancora bisogno per trovare la sua direzione.

Loreta Minutilli

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