Il mostro sotto la maschera. “La fuga dei corpi” di Andrea Gatti

La fuga dei corpi, Andrea Gatti

(Pidgin, 2021)

copertinaUna relazione stagnante nella sua monogamia e un lavoro banale e inutile, condotto alla stessa ora, ogni giorno, ogni mese, per mantenere i propri figli. Sorridere quando viene richiesto, giustificare il proprio disagio e continuamente mortificare il proprio corpo, negare ciò che si desidera per soddisfare le aspettative di una società stanca e bigotta.

Questo è il destino da cui fuggono Vanni e Daniel, lo stesso che hanno vissuto i loro genitori prima di loro, e che hanno scelto di lasciarsi alle spalle intraprendendo un lungo viaggio lontano da casa. Zaino in spalla, senza cellulare e fermandosi a suonare nelle strade per racimolare i soldi necessari ai pasti, la loro non è una vacanza estiva, ma un vero e proprio viaggio, attraverso Italia, Francia e Spagna.

La meta è Cala Bruja, una spiaggia sul litorale spagnolo dove vive una comunità che pratica nudismo, libertà sessuale e, secondo alcune leggende, riti satanici propiziatori. Ai due ragazzi appare come un’utopia salvifica, dove potranno finalmente liberarsi dai fardelli che hanno ereditato dalla civiltà occidentale. Un mondo senza preconcetti sociali, senza etichette né confini convenzionali, fluido, dove seguire fino in fondo il desiderio di quel corpo umiliato, represso e schiacciato da anni di educazione borghese.

Questa liberazione, che avviene nelle modalità di una metamorfosi, non è un processo indolore. Attraverso la fame e la sete, le bruciature del sole, il sesso, la tensione, la violenza e l’abuso di alcool e droghe allucinogene, i corpi dei protagonisti vengono messi alla prova, battuti come incudini per far uscire fuori i segreti che si celano sopiti in essi. E le verità terribili, irreversibili come un vaso di Pandora, che ne conseguono.

Per La fuga dei corpi, a cui ha lavorato per ben sei anni, Andrea Gatti ha tratto ispirazione dai suoi viaggi e dalle persone che vi ha conosciuto, ma è stata fondante la lettura di On the road di Kerouac. Con uno stile ruvido e scevro da banalità, capace di coinvolgere e sconvolgere, l’autore ha deciso di raccontare il rapporto tra due persone, due amici, alla stregua di una conversazione. Una conversazione intima con l’Altro, fatta più di azioni che di parole, che appartengono invece a una dimensione più pubblica e razionale: gesti, sguardi, timbro della voce. Non è un caso che i due suonino, usando la musica come forma di comunicazione preverbale tra loro.

Dall’inizio alla fine del romanzo, i due personaggi si identificano l’uno per mezzo dell’altro, in una dialettica continua e in continua trasformazione. Da una parte c’è Vanni, che inizialmente sembra quello più ingenuo, contemplativo e insicuro, e dall’altra Daniel, l’amico-mentore, più disinvolto, forastico e a tratti inspiegabilmente aggressivo. Simbolico è l’utilizzo delle maschere che indossano quando si mettono a suonare per le strade: Vanni ne ha una a forma di agnello, Daniel a forma di lupo, a rappresentare le loro reciproche personalità e dinamiche relazionali.

Il punto di vista della narrazione, in prima persona, cambia alternativamente tra quello dei due, a un ritmo sempre più veloce e serrato fino a renderci difficile distinguere chi stia parlando: l’identità di uno si riversa in quella dell’altro, fino a rendere il tutto più simile a un monologo interiore, un conflitto tra parti diverse della medesima persona. A mano a mano che il testo prosegue, appare indiscutibile come si rispecchino l’un l’altro, come si amino l’un l’altro e allo stesso tempo come lottino l’uno contro l’altro. «Quello che lui guarda non è me», ragiona Vanni su Daniel, «bensì l’immagine che io do di me, un simbolo per i suoi oscuri scopi o per la sua solitudine».

Il processo di catarsi che compiono durante il viaggio li libera entrambi dai ruoli sociali che finora hanno indossato, ma ciò che succede in realtà tra di loro è che se li scambiano: quello che prima, nella loro relazione, era l’oppressore diventa vittima e viceversa. Continua a perseverare in loro uno squilibrio, nonostante questo sconvolgimento, come a dire che non esiste rapporto umano che non abbia sottintese delle dinamiche di potere.

Daniel e Vanni arrivano inevitabilmente a scontrarsi, perché ognuno vede riflesse nell’altro le parti di sé che odia, ognuno ha imparato a smascherare l’altro e a vederne oltre: le insicurezze, la vulnerabilità, la ricerca di attenzioni, la paura del giudizio, la dipendenza dagli altri ma anche la violenza, la superbia, l’oscenità dei desideri. Sono delusi da scoprire tutto questo al posto dell’immagine idealizzata che avevano proiettato con tanto sforzo, portano rancore come per delle promesse non mantenute.

«La persona che amiamo, in un batter d’ali, si trasforma in un mostro. Le vacanze finiscono. L’estate finisce. Ma come avvicinarsi a quel mostro anche solo per sfiorarlo e dirgli Ehi, io ti amo, ma per colpa tua o colpa mia, non so, io sono costretto ad abbandonarti?»

Da meraviglioso sogno utopico, Cala Bruja diventa improvvisamente incubo, mostrandoci la vera natura degli uomini e il perché non siano fatti per il paradiso. Poco prima che accada, come un evento premonitore, un ragazzino nato e cresciuto nella comunità mette in guardia Vanni citando Schopenhauer: «En el corazón de cada hombre hay una bestia, que solo espera el momento adecuado para volverse selvaje.» («Nel cuore di ogni uomo c’è una bestia, che aspetta soltanto il momento giusto per scatenarsi»). Il racconto prende la piega di un thriller, per poi dare il via a un vertiginoso climax in cui le voci di Daniel e Vanni, come le loro identità, si confondono insieme in un unico grido.

È il grido della bestia che vive nel cuore dell’uomo. Non c’è niente di bello, di piacevole e buono in questo grido; è un grido sofferto, violento e straziante, che distrugge, annienta, brucia e stupra. Questo il raggiungimento ultimo del desiderio, ciò che si nasconde dietro la patina di civiltà e perbenismo: una bestialità primordiale e spietata, che, forse, sarebbe stato meglio non risvegliare mai.

«Sentivo il peso del mondo e la profonda consapevolezza che non fosse l’armonia a governare, ma il caos, la morte, la lotta perpetua di tutto ciò che vive».

Davide Lunerti

1 Comment

  1. “Sentivo il peso del mondo e la profonda consapevolezza che non fosse l’armonia a governare, ma il caos, la morte, la lotta perpetua di tutto ciò che vive”…Nella vita può accadere anche questo ! E non è semplice …

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