Tenera oscurità e oscura tenerezza

Neroconfetto, Giulia Sara Miori
(Racconti Edizioni, 2021)

9788899767693_0_536_0_75Fino a dove può portare l’ossessione? Quella per il corpo, ad esempio? Qual è il confine fra una serie di curiose coincidenze e il sovrannaturale? Quanto di ciò che pensiamo essere reale lo è per davvero? Stiamo impazzendo o c’è un bug nel sistema del mondo?

Neroconfetto, l’esordio di Giulia Sara Miori per Racconti Edizioni, lascia il lettore con queste e tante altre domande e soltanto per alcune abbozza una risposta. Nei ventuno racconti che compongono la raccolta l’autrice gioca con il perturbante, con le tenebre, con una fitta nebbia di ansia e oscurità. Lo fa in molti modi diversi, ma sempre con lo stesso comun denominatore: un’angosciante atmosfera di quiete, che spaventa proprio in quanto quiete.

In tutti i racconti una specie di calma piatta pervade gran parte del narrato. L’evento tragico e il dramma vengono quasi agognati dal lettore, tutto pur di uscire da quel clima pervasivo e asfissiante. I finali soddisfano questo bisogno: tutti d’impatto, spesso a sorpresa. Il picco di tensione viene lasciato in molti casi proprio per l’ultimissima frase. Non sempre però l’effetto “tagliola” riesce a pieno. Se in un racconto breve e agile come Capelli il finale spiazza molto piacevolmente, in uno come L’inquilina risulta già più prevedibile e forzato.

In ogni caso, è senz’altro interessante il modo in cui i temi e le strutture si ripetono e si rincorrono all’interno del libro, tant’è che si potrebbero definire alcune precise categorie nelle quali inserire i racconti: c’è l’oggetto magico (o presunto tale) de La giacca e Occhiali; ci sono i matrimoni in crisi di Notturno, Isabel e Sigarette; il tema della madre ne La culla, Lucille, La padrona di casa e Candeggina.

Ma i temi principali sono due: il corpo femminile e l’invidia come ossessione e appaiono spesso negli stessi racconti, soprattutto La clinica, Camilla e Per sempre. Quando tratta queste due tematiche, sia singolarmente, sia correlandole, Miori evoca tonalità emotive molto vivide. Il dolore che fa vibrare è sofferenza autentica, i tic dell’invidia sono genuini. Attraverso uno stile mai eccedente e a una scrittura molto matura, l’autrice riesce a restituire nitidamente un ampio spettro di sentimenti, che il lettore è portato a comprendere più che a giudicare. Infatti, anche l’ossessione più disturbante, o la più morbosa delle attenzioni, viene percepita in fin dei conti come accettabile. Gli ossessionati (o più spesso le ossessionate) dei racconti di Miori richiedono compassione, si mostrano deboli e fragili, nonostante in superficie sembrerebbe regnare un crudele egocentrismo. Forse, almeno in parte, risiede proprio qui il confetto del titolo, in una tenue e docile ingenuità che tuttavia si macchia di nero.

Come si è scritto precedentemente, oltre allo sguardo lucido sui temi trattati, anche lo stile si presenta maturo. Giulia Sara Miori dimostra di padroneggiare una serie di artifici retorici variegata ma allo stesso tempo personale e originale. Fra tutti spicca il meccanismo della ripetizione quasi anaforica, adoperato spessissimo, ma nonostante ciò sempre efficace, soprattutto nell’iniettare nell’atmosfera narrativa la giusta dose di ansia che il genere richiede. A titolo di esempio, Miori in Lucille scrive così:

«Anche se alla fine avrei dovuto scegliere, si capisce che avrei dovuto scegliere, o lei o mia moglie, o Isabel – la mia amata Isabel – o quella sconosciuta che mi dormiva accanto. Ma il tempo passava, ormai erano già tre mesi e l’estate era finita da un pezzo, e io continuavo a mentire, ormai erano tre mesi e io continuavo a rimandare». (p. 151)

 Un ritmo, insomma, che spezza il discorso, ma in questo modo spezza anche il fiato del lettore, che è proprio ciò che il perturbante e la tensione si propongono di ottenere.

La ripetizione è anche uno dei temi ricorrenti del racconto. Spesso i protagonisti e le protagoniste si ritrovano a dover fare i conti con una sorta di eterno ritorno dell’uguale, un macabro ripresentarsi di oscure circostanze passate. Purtroppo però questo elemento, insieme ad altri, va a costituire il più grande punto debole della raccolta: le trame.

Soprattutto nei racconti centrali, infatti, la struttura narrativa delle storie è fragile. Alcuni snodi sono a tratti esagerati o confusi. Proprio lo schema con cui l’autrice sembra essere più in confidenza, la storia di un’ossessione morbosa che mina alle fondamenta di una relazione, rischia a volte di perdere qualche punto d’appoggio e condurre troppo in fretta al finale tragico e di rottura. Il precipitare degli eventi, a volte, appare più come una valanga artificiale che come un processo naturale. A risentirne è la logica. Nel racconto La babysitter la protagonista si getta a capofitto in quello che è evidentemente un pericolo senza che i bisogni che la portano a farlo siano sufficientemente enfatizzati. Soprattutto se si considera che il lettore può leggere i suoi pensieri, dai quali traspare a pieno la consapevolezza di questo pericolo. In Camilla le decisioni drastiche prese da un personaggio non appaiono pienamente giustificate dal comportamento di un altro, come se il finale a tagliola giungesse troppo presto, prima che gli elementi più disturbanti e morbosi si siano espressi al massimo del loro potenziale.

Risulta già più comprensibile la scelta di un finale ad ampissima libertà d’interpretazione come quello di Sigarette. Tuttavia, anche questa decisione rientra all’interno di una percezione ambigua che rimane al lettore una volta concluso il libro. Come se, dal punto di vista narrativo, tutti i racconti siano contenuti all’interno di un universo simbolico e allegorico le cui chiavi d’interpretazione sono custodite gelosamente dall’autrice. Non che sia sbagliato, la significatività nell’arte del narrare emerge spesso e volentieri dai non detti. Nel caso di Neroconfetto però questi generano uno spaesamento che soltanto a volte conduce al fascino, altre volte porta a una confusione che potrebbe risultare non troppo piacevole. Tuttavia, non si deve intendere Neroconfetto come un libro sconclusionato e ricco di illogicità. Anche le sporadiche e apparenti carenze in fatto di razionalità narrativa non sono un problema di per sé, ma esclusivamente laddove appaiono fuori luogo, nei passaggi in cui sembrano forzare il percorso della storia o quando accelerano precipitosamente un decorso che richiederebbe più tempo.

Anche dal punto di vista narrativo, infatti, sono diversi gli elementi da apprezzare. Si può soltanto applaudire, per esempio, la costruzione di un racconto come Candeggina che le primissime parole collocano dalle parti del thriller e nel quale la conclusione, piuttosto prevedibile da un certo momento in poi, colpisce ugualmente grazie al modo in cui vi si giunge. Si apprezzano molto anche i rimandi interni fra i vari racconti, simbolici e tematici, sebbene poggino in alcuni casi su qualche cliché del genere, come la bambola in quanto oggetto perturbante. È curioso, infine, il ruolo di Per sempre, il racconto che chiude la raccolta, il quale sembra una versione ampliata di Camilla, in cui quel potenziale a cui si accennava prima sembra finalmente sviluppato. L’ossessione morbosa risulta lì piena e compiuta e il racconto finisce per essere uno sguardo originale su un tema come lo stalking.

Neroconfetto di Giulia Sara Miori si presenta insomma come un libro interessante, sia anche soltanto per questo alternarsi ritmico di alti e bassi; per la varietà di temi e stili, la quale conduce perfino a una presunta allegoria politica in un racconto come Insetti; per le atmosfere cupe e per quella bizzarra e avvolgente nebbia che ogni giorno fa da sfondo alle nostre vite e che l’autrice è riuscita a tradurre in racconti.

Giuseppe Vignanello

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