Storia di una piccola apocalisse annunciata

Ruthie Fear, Maxim Loskutoff
(Edizioni Blackcoffee, 2022 – Trad. L. Taiuti)

RUTHIE FEAR. EDIZ. ITALIANA

Il giorno in cui Ruthie Fear viene al mondo suo padre, cacciatore provetto, uccide l’ultimo lupo della valle e ne ostende la carcassa ai turisti. Poco tempo dopo, una madre senza volto e senza nome li abbandona, padre, figlia e lupo. Per i quattro anni seguenti, culla di Ruthie sarà la pelliccia trasformata in tappeto, un dolce rifugio in cui il suo sorriso di neonata e il ghigno dell’animale si legano insieme nel sonno.

Siamo nel selvaggio West, e il romanzo d’esordio di Maxim Loskutoff (che ha già pubblicato un volume di racconti, inedito in Italia) non perde tempo nel ricordarcelo: Ruthie Fear parla di dolore e separazione, di espedienti grotteschi e di cuori selvaggi; parla di violenza. La violenza che battezza la nascita della bambina è la stessa che scorre nella valle che dal torrente Bethrooot ha preso il nome, casa di Ruthie, di suo padre Rutherford e di tutta l’umanità scalcagnata, confusa e impaurita che si agita nel microcosmo immaginato da Loskutoff.

Un grumo di rabbia, frustrazione e disillusione impasta gli abitanti di Derby e della valle, sempre pronti a rivolgere i propri improperi e i propri fucili verso il nemico di turno: ex cantanti country dalle mega proprietà recintate, scienziati, turisti dell’ultima ora. La marca antropica che modella il paesaggio a suon di gentrificazione provoca lo sconcerto della comunità, convinta del proprio diritto di prelazione, mentre sullo sfondo i nativi, chiusi nelle riserve, sorridono beffardi. La crisi climatica riscalda gli inverni e scioglie i ghiacci, e fra gli uomini serpeggia la paura di un virus prodotto in laboratorio.

In questa epopea delirante e disordinata vive Ruthie, prima bambina e poi donna selvaggia. Ruthie cresce divisa tra l’amore e l’odio per suo padre-bambino, cacciatore senza scrupoli che piega alberi e animali ai suoi bisogni e ai suoi desideri; ma cresce anche divisa tra l’amore per la natura e l’etica della comunità in cui è cresciuta, la sua violenza, la sua fame. Il mondo che la vede sbocciare è un mondo di uomini soli, brulicanti nella valle come i coleotteri che Rutherford usa per spolpare le carcasse: uomini che si posano con rabbia e voracità laddove annusino della carne. Prevaricatori, impotenti o imbarazzati, Ruthie cerca, alternativamente, di addomesticali, allontanarli o abbracciali, così come tenta di fare con il Bethroot e la sua valle. L’ignoto è pelle d’oca e desiderio di sopraffazione, paura che annoda le viscere e sguardo saldo dietro al mirino del fucile.

Diversamente da molti suoi compaesani, Ruthie ha un rapporto privilegiato con la natura (anch’essa spietata) della valle, che si traduce in visioni arcaiche e interstellari che l’accompagnano da bambina fino al manifestarsi di segni oscuri e intraducibili. La sua giovinezza trascorre sì tra AK-47 e litri di birra in lattina, ma sotto l’occhio silente e attento del cordolo dei monti Sapphire e Bethroot e del buco nero e profondo del No-Medicine Canyon, che l’attirano e l’avvolgono in un abbraccio che trascende le ere geologiche e la miseria della vita umana. Nonostante viva nella parentesi claustrofobica della valle, Ruthie non cessa mai di porsi domande che superano o non considerano l’apparente (agli occhi di un lettore italiano, quanto di più lontano dagli abitanti del Montana) grottesco di una situazione, per farsi universali. Loskutoff sa restituire il mondo interiore di Ruthie, unica guida del lettore, con immediatezza. Allo stesso tempo, questa freschezza della scrittura, che può tradursi in momenti di particolare lirismo (in special modo in quei paragrafi di assoluta comunione tra Ruthie e il mondo naturale) a volte pecca di ingenuità nel descrivere situazioni e sentimenti, o di debolezza nei rari momenti di reticenza e pudore.

Inoltre, la prima parte del romanzo non pare rispettare la promessa, contenuta nell’incipit e nella prima scena di caccia, di un racconto vertiginosamente apocalittico: segni e segnali sono disseminati tra le pagine come semi caduti dalla bocca di un uccello distratto. Superato questo scoglio, però, la narrazione riprende a scorrere veloce sui binari di un disastro meno d’effetto e più quotidiano, pendente.

Questi inciampi, infatti, nulla tolgono a un’esperienza di lettura piacevole al punto di diventare, a tratti, ipnotica, e che soprattutto non si riserva di affrontare moltissimi temi iper-contemporanei: dalla gentrificazione (come accennato), all’innalzamento delle temperature, dal complottismo à la Qanon agli imperativi patriarcali di una società chiusa e maschile come quella della valle. Tutti questi spunti narrativi sono annodati e sciolti più volte nel corso del racconto, senza sporcarsi quasi mai di pretestuosità e artificio: Ruthie cresce, matura e risponde al mondo che le cambia intorno e che la cambia. Ruthie non è un essere immacolato; al contrario, sente pulsare dentro di sé la stessa vena di violenza che muove il resto della valle. Diversamente dagli altri, però, ne ha consapevolezza, e la stempera nel sollievo che le dà sapersi soffio e spirito in un mondo che l’ha preceduta e le sopravvivrà.

Alessia Maria Sciannamblo

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