Mai abbastanza oro: il western postcoloniale di C Pam Zhang

 Quanto oro c’è in queste colline, C Pam Zhang
(Bazar, 2020 – Trad. di Martina Testa)

9788832971996_0_536_0_75«Sta qui la questione, Lucy mia: come te, anche io non sono cresciuto in mezzo a gente che mi assomigliava. Ma non è una buona scusa, non la usare. Se ho mai avuto un papà, è stato il sole che quasi sempre mi scaldava, e a volte mi martellava di sudore e ustioni; se ho mai avuto una mamma, è stata l’erba che mi abbracciava quando mi ci sdraiavo per dormire. Sono cresciuto fra queste colline, e sono loro che mi hanno allevato.» (pag. 206)

Il giorno in cui Lucy e Sam diventano orfani sono poco più che bambini. Costretti a partire, si lasciano alle spalle il loro villaggio, un insediamento di minatori sulle colline del selvaggio Ovest americano, tra la polvere e l’erba gialla riarsa dal sole. Viaggeranno da soli in lande desertiche, tra i giganteschi scheletri dei bisonti estinti e le pozze bianche di sale dei laghi prosciugati, unici testimoni di un tempo in cui abbondava la vita, l’acqua colmava i fiumi e la vegetazione cresceva rigogliosa. Un passato così diverso dalla realtà, che quando suo padre glielo raccontava Lucy non ci credeva mai, finendo per offenderlo. Ma quello che cercano, sotto il sole bollente e il peso del lutto, della fame e della sete, non è il passato, che a loro non serve a niente; cercano un futuro, se ancora possibile, che possa accoglierli, un luogo che possano chiamare di nuovo “casa”.

Romanzo d’esordio di C Pam Zhang, Quanto oro c’è in queste colline è stato nominato per il Booker Prize e finalista ai Lambda Literary Awards. Non è semplice da classificare: si può definire a grandi linee un romanzo di narrativa western, ma, nell’ambito di un genere contraddistinto dallo stereotipo del maschio bianco, conquistatore e dominatore (spesso e volentieri pregno di antropocentrismo e macismo) l’autrice ha scelto invece di scrivere una storia sugli ultimi.

Una storia che ricalca gli avvenimenti della febbre dell’oro, eventi tragici come il massacro di Rock Springs, che ricorda la disumanità delle condizioni di lavoro e gli atti di violenza razzista inferti in America nei confronti dei minatori immigrati di origine cinese, così come dei superstiti autoctoni indiani. Attraverso una chiave di lettura postcoloniale, l’autrice americana ci restituisce lo sguardo dei vinti: il racconto di chi è stato sfruttato e schiacciato, e che non ha potuto contribuire con la propria testimonianza ai libri di storia.

È allo stesso tempo un romanzo d’avventura e di formazione, scritto nello stile epico di un cantastorie, in cui si mescolano descrizioni di crudo realismo, specialmente riguardo le condizioni di estrema povertà in cui la famiglia di minatori è costretta a vivere, e scene di respiro animista, di una mitologia personale: il crepuscolo che confonde i contorni è l’ora dello sciacallo, il sole diventa padre e l’erba del prato una madre che culla; un incendio prende la forma di una tigre, personificazione della natura ferita dall’uomo e della sua furia vendicativa, scavalca un fiume come fosse il passo felpato di una zampa.

Le dinamiche della famiglia, che lotta strenuamente per migliorare la propria situazione economica, destinata ad un eterno fallimento più simile a una maledizione, sono associabili al fatalismo del ciclo dei vinti verghiano, con un’ambiguità perenne: è difficile distinguere se quelli a cui assistiamo siano gli effetti dell’ingiustizia del mondo o al contrario della tracotanza dell’essere umano, nella sua ricerca di una vita migliore.

La ricchezza che i genitori di Lucy e Sam cercano per i loro figli non è tuttavia una ricchezza di denaro, ma una ricchezza “di scelte”: la libertà di poter scegliere, che loro non hanno mai avuto, e che riempirà di significato il finale aperto.

Le promesse della civiltà, con i suoi bagni caldi e i vestiti puliti, al di là delle colline nella città di Sweetwaters (chiaro riferimento alla contea di Sweetwater nel Wyoming, all’interno della quale è situata appunto la città di Rock Springs), si rivelano in questo senso un’illusione; Lucy spera che lì potrà essere ciò che vuole, ma ancora una volta viene trattata come se non appartenesse a quelle terre, e questo le nega ogni diritto. A tradirla i suoi tratti somatici riconoscibili, oltre i quali nessuno si sofferma.

«Da come la gente ti vede dipende come ti tratta», era solita dire sua madre. Poco importa che loro siano nati in quelle colline: nessuno, vedendoli, li considererà appartenenti a quelle terre. Poco importa se anche gli antenati degli altri membri del villaggio sono arrivati da oltreoceano, per conquistare il continente con il sangue e la polvere da sparo. Poco importa se l’hanno sottratta a chi le apparteneva, sradicando insieme alle case la vegetazione, gli animali, la cultura di chi c’era prima. La conformazione dei volti di Lucy e Sam li tradirà sempre, un segno somatico indelebile che li perseguiterà, li renderà per sempre stranieri in terra straniera. Per questo si rivelerà inutile la ricerca dell’oro: pur trovandolo, non possono appropriarsene, perché non hanno alcun diritto sulle terre in cui eppure sono nati.

In questo senso, la narrazione viene utilizzata per ribadire i confini della proprietà privata e di demarcare la differenza di classe. Zhang ci ricorda che nella storia scritta dai vincitori e dai privilegiati non c’è spazio per le testimonianze dei vinti; quella che leggiamo nei manuali è una storia pulita dal sangue, ordinata e messa a posto come argenteria in una vetrina. La storia non scritta è quella che non ci piace ascoltare, violenta e a volte selvaggia, immorale, senza giustizia e talvolta priva di senso, il che la rende ancora più spregevole e mostruosa.

«Te la raccontavano così per tenertene fuori», sussurra ancora a Lucy lo spirito del padre morto, quando le spiega che i primi a trovare l’oro non erano stati i bianchi, ma lui e gli indiani. «La raccontavano così per impossessarsi di quella storia, per farla loro e non tua. La raccontavano così per poter dire che noi siamo arrivati tardi. Ladri, si chiamavano. Dicevano che questa terra non sarebbe mai stata la nostra terra.»

«Lo so che ti piacciono le cose messe per iscritto», continua, in tono dolcemente paterno, il fantasma irrequieto, «e lette ad alta voce da un maestro di scuola. Lo so che ti piace quando le cose sono belle e ordinate. Ma è ora che tu senta la vera storia, e se sentirla ti farà male, beh, almeno ti renderà più forte.» (pag. 204)

Davide Lunerti

immagine in evidenza di Quintin Gellar da Pexels

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