Non un semplice romanzo di formazione: intervista a Marco Peano

morsi copertina

Morsi, il secondo romanzo di Marco Peano, inizia con un’atmosfera di quieta immobilità. Sonia, la protagonista, è una ragazzina di circa 13 anni, che si divide tra la vita nella piccola città di Ciriè – dove suo padre ha trovato un nuovo lavoro, dopo aver perso quello precedente a causa del vizio di bere – e le giornate a Lanzo Torinese a casa della nonna Ada, dove frequenta la scuola. Lanzo è il tipico posto che sembra essere rimasto fermo nel tempo: siamo negli anni ’90, ma gli abitanti del luogo conducono una vita dettata dai ritmi placidi della provincia e credono ancora nelle leggende popolari.

Quella che sembra essere una classica storia di formazione, ambientata in un tipico paesino di montagna, è però destinata a trasformarsi in qualcosa di diverso, a causa di un evento inaspettato che arriva a scombinare le carte in tavola. Un male oscuro si manifesta attraverso la figura della professoressa Cardone, davanti agli occhi increduli di un gruppo di studenti delle medie. Una fitta nevicata copre poi l’intero paese, costringendolo all’isolamento; spetterà a Sonia e al suo amico Teo riuscire a liberare Lanzo da questo cancro misterioso e soprannaturale.

A partire da queste premesse, Peano declina un romanzo che riesce a combinare la narrazione della fine dell’infanzia con un immaginario horror, che richiama quello di Stephen King. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore.

I due protagonisti, Sonia e Teo si trovano in una fase molto delicata della loro esistenza: hanno circa 13 anni, e stanno attraversando quel periodo in cui sono troppo grandi per essere definiti ancora dei bambini ma ancora troppo piccoli per essere già dei ragazzi. Nonostante il senso di insicurezza che accompagna inevitabilmente quest’età, i due sono gli unici capaci di sconfiggere l’orrore che è piombato sulla cittadina di Lanzo. Perché secondo te?  

Mi piace pensare che Sonia e Teo, così come il maialino che a un certo punto inizia a seguirli, posseggano non tanto la purezza che spesso si attribuisce a quell’età – del resto i bambini sono quei signori che strappano le ali alle mosche o che torturano le lucertole –, quanto piuttosto la capacità di vedere davvero le cose. Un po’ come il ragazzino del film Il sesto senso, che poteva dialogare coi fantasmi. Se vedi più degli altri forse puoi salvarti.

Il fatto di non essere ancora adulti ha salvato i due protagonisti, ma, come dici alla fine del libro «il verbo del cambiamento, spietato e necessario, è sceso su di loro come una benedizione: crescere». In quest’ottica, il fenomeno di auto-distruzione che piomba sulla cittadina, potrebbe essere interpretato come una metafora della brutalità del processo di crescita?   

Sicuramente. C’è qualcosa di più spaventoso di un corpo che cambia forma, di peli che spuntano, della voce che si modifica? Messi in fila così questi elementi sembrano fantastici, sembra quasi si parli di lupi mannari o chissà quali altre metamorfosi, eppure è successo e succede continuamente. La muta a cui tutti noi siamo destinati mi affascina da sempre.

Morsi è anche un romanzo di rapporti famigliari, primo fra tutti quello tra nonni e nipoti. In questo senso, il legame di Sonia e Ada è piuttosto particolare: nonna e nipote sono legate da un destino comune, eppure mi sembra che rimangano in qualche modo distanti da loro, quasi provassero una reciproca diffidenza. 

Ti svelo un segreto: se ci hai fatto caso, in tutto il romanzo non sappiamo mai che “voce” possegga nonna Ada. Parla pochissimo, e quando si rivolge alla nipote ho scelto volontariamente di non riportare mai il discorso diretto – questo per aumentare senz’altro quella diffidenza di cui parli tu, e insieme per fornire al personaggio della guaritrice un ulteriore alone di mistero. Eppure sono legate, anche se Sonia pensa che la nonna sia soltanto la sua carceriera.

C’è un momento in cui il narratore afferma che «conoscere il nome delle cose significa salvarsi» e che «le parole salvano sempre». L’importanza di conoscere la propria lingua è un tema che attraversa in maniera sotterranea ma costante tutta la narrazione, in particolare con riferimento al dialetto. Sonia, però, non ha dimestichezza con il dialetto parlato dai suoi familiari. Mi sembra che proprio la riscoperta delle parole “giuste” giochi un ruolo importante nello sviluppo di Sonia come personaggio.  

È proprio così. Ricordo che alle elementari c’erano molti miei compagni – sono cresciuto in un paesino di provincia molto prossimo a Lanzo, anche se ancora più piccolo – che parlavano solo il dialetto piemontese perché a casa i genitori non avevano insegnato loro l’italiano. Era qualcosa che mi atterriva, l’idea di non poter comunicare con loro e di vederli così in difficoltà a rapportarsi con gli altri. Le parole “giuste”, come dici, sono la chiave per comprendere meglio chi si è.

Il ruolo salvifico delle parole è preannunciato già nelle prime pagine del romanzo: Morsi inizia infatti con delle parole inafferrabili che sbocciano in sogno nella mente di Sonia. C’è qualche similitudine tra questa immagine e il processo di ispirazione che ti ha guidato nella stesura del romanzo?

La primissima immagine di questo libro è stata quella di una ragazzina che giocava nella neve, nel cortile della casa dei miei nonni materni (che è quella che descrivo nel romanzo). Sapevo che c’era una minaccia incombente, anche se ignoravo esattamente di che cosa si trattasse. Ho scritto per indagare questa immagine iniziale, e per capire chi fosse quella ragazzina. E poi sì, io ricordo tutti i miei sogni, ho un’attività onirica fittissima e pressoché ogni notte vengo “visitato”.

La gente di Lanzo si è sempre dimostrata nostalgica e ostile al cambiamento, tanto che persino l’evento che scuote la cittadinanza pare non essere sufficiente a mutare la condizione di immobilità del paese. Credo che questa condizione sia appropriata a descrivere quello che stiamo vivendo adesso: la pandemia sembra aver esacerbato la nostra nostalgia per il passato che si riflette anche in ambito letterario e cinematografico (vedi anche il proliferare di remake di film e serie tv anni ‘80 e ‘90). Il tuo libro è stato influenzato da queste tendenze?

Ho iniziato a scrivere Morsi nell’agosto del 2018 e l’ho terminato nella sua prima stesura all’inizio del 2020, proprio mentre stava affacciandosi la pandemia. Ovviamente mi sono chiesto che cosa avrei potuto cambiare nel libro perché non sembrasse che mi fossi ispirato a un fatto di cronaca che stava riguardando tutti noi, poi ho deciso di lasciar perdere. Che rimanesse così. Ma sicuramente la passione per Stranger Things, ad esempio, è finita tra le pagine del romanzo.

Ci sono diversi elementi sovrannaturali all’interno del romanzo, alcuni sembrano trarre ispirazione dell’universo di Stephen King, mentre altri sono più legati alle leggende popolari torinesi. Come hanno influito questi due immaginari nella stesura del libro?

Mi sono sempre nutrito di storie di paura, e Stephen King ho iniziato a leggerlo più o meno a dodici-tredici anni (la stessa età di Sonia e Teo!), dunque ha formato in maniera decisiva il mio immaginario. Penso soprattutto a un racconto come Il corpo, dove quattro ragazzini vanno alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo investito dal treno: scoprono la morte e la vita in un solo gesto. Aggiungici che da piccolissimo le mie nonne mi raccontavano leggende popolari legate al territorio, per cui capisci che il nesso per me è inevitabile.

Una cosa che mi ha colpita particolarmente è il fatto che l’evento che dà il via alla catena di orrori non sembra trovare alla fine del romanzo un movente specifico. Come se il male non avesse bisogno di spiegazioni.

Il male è elementare e onnipresente, giustificarlo significa assecondarlo.

A cura di Francesca Rossi

Immagine dell’autore in evidenza di Stefano Stocco

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