La fugacità del tempo in “Prossimo e remoto”

Prossimo e remoto, Eleonora Rimolo
(Pequod, 2022)

collageLeggere Prossimo e remoto di Eleonora Rimolo è come sbirciare dallo spioncino di una porta attraverso la quale vediamo una coppia di amanti, una madre che parla un figlio, due sorelle che si parlano. A volte è difficile capire ciò che si stanno dicendo, ma grazie a dei gesti eloquenti possiamo dedurlo, e spesso rimaniamo incantati, a spiare, perché in questi personaggi possiamo riconoscerci.
Altre volte, invece, quando la composizione è meno focalizzata, meno asciutta, vediamo solo ombre sovrastate da immagini come in un bricolage. In casi come quest’ultimo, si è alieni, si rischia di cadere in un semplice voyeurismo.

Come lettori siamo catapultati fin dalla prima pagina nell’avvenimento/evento di una vita. Dei suoi amori (come accade nella prima sezione), dei suoi attraversamenti da uno stato di coscienza a un altro, fino ad arrivare a una reale e tremenda consapevolezza, quella per cui tutto ciò che concerne l’“io”, la sua esistenza, giungerà a una fine, si dissolverà.

Lo stile di Rimolo è estremamente musicale, ricco di armonie che fanno vibrare i significati. Si percepisce la ricerca artigianale del verso giusto in ogni singola poesia; né troppo né troppo poco. Da questo punto di vista la precisione di Rimolo è impeccabile. Tuttavia, alcune volte, verso la metà del libro soprattutto, si rischia di cadere sempre nella stessa tonalità. La costruzione fonica del testo risulta ripetitiva. Se il tono non cambia si rischia di perdere l’attenzione del lettore.
Nonostante ciò, la poesia di Rimolo si rende molto più accessibile grazie a una versificazione affascinante e avvolgente.

Durante la prima sezione “Microcosmo”, il tema è, appunto, quello amoroso. Rimolo ne fa una narrazione scattosa, tra l’ira, la passione, l’impossibilità. Uno dei temi – forse il più contemporaneo tra quelli evocati dalla poeta – è quello dell’incapacità di amare. Di un amore timoroso, pauroso di farsi male e perdere tutto ciò che dapprima si era raggiunto.

Citando le parole di Rimolo nelle prime poesie che aprono la silloge: «l’amore/ che non parte – che non dovrebbe mai partire/ per il rischio feroce dello spreco».
I luoghi che circondano il racconto della prima sezione sembrano quelli di una generazione passata, quella che ha vissuto intensamente nella metà del Novecento.
Ciò che colpisce di più della prima sezione sono alcune descrizioni della modalità di amare del “tu”. Il personaggio che si staglia pian piano attraverso le parole di Rimolo è un personaggio privo di controllo, disordinato, impossibilitato a provare la convinzione di una certezza. In qualche modo è il personaggio che riecheggia di più in tutto libro, e soprattutto verso l’ultima sezione, dal titolo “Marcrocosmi”, che, a mio avviso è anche la più interessante. 

In questa parte, la consapevolezza che l’io poetico ha raggiunto è una consapevolezza universale. L’addio è inevitabile. Ciò che si può lasciare ai posteri è terra, è scrittura, non è nemmeno il nome; è, comunque, una mutazione fisica dell’amore. Ed è per questo che Rimolo commuove quando scrive: «[…] A volte dimentico i nomi/ ma lo giuro io vi amo, vi amo più/ di quanto una donna possa amare/ il suo uomo […]». È qui che l’intera opera raggiunge un’accessibilità a chiunque la stia leggendo.

Rimolo quindi, passando dal microcosmo al macrocosmo, permette ai due personaggi simbolo di un amore preciso e definito in una determinata occasione di rendersi universali. Il lirismo, a quel punto, diventa totale.

Il libro di Rimolo è un libro intriso di tempo. Tempo come materia fisica e costante. Le poesie di Rimolo “soffrono” della continua trasformazione verso cui la vita stessa spinge. Ne denunciano il dramma.
Come suggerisce Milo De Angelis nella postfazione: «anche la persona più cara è sfigurata, varca il cerchio della memoria e della consuetudine, si inoltra in un territorio oscuro, dove un volto amato si sgretola e viene portato via dalla corrente».

Questi corpi elementari che volano eterni
dai ponti metallici sono mossi dagli urti
e scarnificati fino alla completa dissoluzione:
forse camminano al nostro fianco, vestono di lana,
si proteggono dall’infezione. Non basta per esserci.
Sempre in qualunque luogo stia qualunque persona
da ogni lato si lascia sempre un tutto infinito:
vorrei toccare Vera con la punta delle dita,
rimettere in piedi Umberto con un abbraccio,
dire a Nilde che il dolore è solo un lampo.
Ogni giorno voltiamo la pagina, con grazia
attraversiamo le epoche, recitiamo la favola
dei mondi antichi in esametri. Questa è
l’ottusa insistenza della storia, il mio breve
messaggio di congedo, la sola parola che conta.

Vittorio Parpaglioni

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