Voce del verbo accettare. Niente di vero di Veronica Raimo

Niente di vero, Veronica Raimo
(Einaudi, 2022)

Non riesco a togliermi dalla testa un’immagina di Niente di vero. È (letterariamente) insolita, destabilizzante, provocatoria, quotidiana. Veronica (autrice/protagonista) è sul water, sforza i muscoli ma niente. Vorrebbe piangere, si trattiene, si arrabbia: lo accetta? Il romanzo di Raimo ruota attorno a questa domanda. Mi spiego.

Niente di vero è un’autobiografia sui generise di conseguenza un romanzo di formazione. Ma l’idea strutturale è altrove: è ora di ripensare (o superare) questa tassonomia. Può sempre esserci utile a livello narratologico per distinguere il romanzo di Raimo da Il mondo nuovo di Huxley o da altre opere altrettanto diverse per temi e/o ambientazioni – anche se pure Huxley racconta di una crescita. Quale narrazione (dell’umano e non) non lo fa? La formazione è una categoria biologica, inevitabile e al contempo non deterministica. Ecco il significato dell’accettazione (locale): all’autrice interessa poco del processo formatore, a favore di un’intenzione meccanica, di uno sforzo, concentrato in un punto, che però non produce effetti, o traumi (sociologicamente) macroscopici, ma piccole crepe, anche fasulle. «Scriviamo per inventare lutti» è una dichiarazione d’intenti: è quasi impossibile non fare autofiction, il passaggio persona-personaggio è inesorabile. 

Ho letto una bellissima domanda[1] a Raimo che mette bene a fuoco il tema – forse la vera cifra stilistica del romanzo: «Come si riesce a trovare materiale autobiografico in vite prive di guerre, incidenti, prigionie, morti sensazionali? Mettendo da parte l’idea che la letteratura debba essere fatta di quella roba lì?» È l’argomento di un lungo articolo di poco tempo fa sul New Yorker[2]il cui titolo è proprio The Case Against the Trauma Plot. Una sorta di esegesi narratologica, come a suo tempo fece Virginia Woolf con il saggio Mr. Bennett and Mrs. Brown[3], in cui Parul Sehgal (l’autrice) va alla ricerca delle ragioni che hanno reso il trauma un topos/cliché (quasi) indispensabile per e della narrativa contemporanea. Ebbene, Niente di vero è un esempio controcorrente: i traumi ci sono, come nella vita di chiunque, ma sono ridimensionati e narrativamente anestetizzati, non avviano cioè le fila della storia, sono “stitici” (etimologicamente che stinge, riduce). Penso a un pezzo di Cosa succede in città di Vasco Rossi che calza a pennello: «quando c’ho il mal di stomaco/ ce l’ho io, mica te, o no?». I dolori della protagonista sono sia importanti quanto la fame del mondo, sia insignificanti. La sineddoche persona-mondo è stracciata. 

Dunque, Niente di vero decostruisce il romanzo di formazione, o, in altri termini, ne vuota il significato. Il tema del trauma è emblematico e indicativo del tentativo di ripensarne la narrazione di Raimo. Un esercizio che, senza esagerare, è rivoluzionario, ossia ribalta lo status quo descritto nell’articolo di Sehgal. Le modalità con cui Raimo rovescia «la predominanza del dispositivo traumatico[4]» sono due. Primo, in Niente di vero il trauma non è una categoria ma uno strumento, serve, cioè, per raccordare al presente ricordi passati, senza costituire mai un filtro interpretativo e/o classificatorio. Secondo, non c’è alcuna «casa insanguinata[5]» rivelata all’ultimo: la letteratura di Raimo è fine a se stessa. Una merce rarissima: «sono sempre stata aliena al concetto di lasciarsi andare per un motivo banale: non so dov’è che devo andare». Ogni piccola o grande difficoltà non rende il lettore testimone[6], pur essendo testimonianza, stream of consciousness – non continuo alla Joyce, ma frammentato alla Manguso, rimestato alla Roth; da tutto ciò lo spettatore resta resta fuori. 

Un altro elemento chiave in Niente di vero è il motivo della distanza. Raimo ci sa stare, alla  Rooney. Ma distanza da cosa? Anzitutto dalla verità, che è forse il senso del titolo sapientemente “paraculo[7]” come dice l’autrice – «non credere mai a una persona che dice di averti sognata» scrive nel libro. È paradossale ma rivelatorio che Raimo sia molto più attaccata al tema della verità, per esempio, nel romanzo precedente Miden (Mondadori, 2018) che in questo. In Niente di vero più che spaventata è disinteressata, la verità non è lo stato delle cose ma la loro interpretazione, ovvero la dinamo dell’unica grande categoria fenomenologica italiana: la famiglia. A riguardo, Raimo prende l’incipit di Anna Karenina e si infila nell’intercapedine tra felicità e infelicità; il suo “lessico famigliare” è asfittico, opprimente ma al contempo – questa la contraddizione italiana – risolutorio, quando il valore semantico è stravolto. 

L’ultimo tema del romanzo che mi preme mettere in risalto è la noia «coalescente», ossia che aggrega eventi, che manipola il tempo quotidiano: lo dilata per intensione ma non per estensione. È una dichiarazione programmatica forte, che in un libro – un oggetto fuori dalla logica tempo/intrattenimento – raddoppia la sua onda d’urto. Torniamo al tema dell’accettazione. Niente di vero è un lunghissimo esercizio di sottrazione, inespletato, che dopo anni cerca cos’è rimasto a galla; lo avvicina, si arrabbia, lo accetta. E si arrabbia ancora.

Davide Spinelli


[1] https://www.liminarivista.it/comma-22/niente-di-vero-una-conversazione-con-veronica-raimo/

[2] https://www.newyorker.com/magazine/2022/01/03/the-case-against-the-trauma-plot

[3] Del 1924, edito da Rogas. 

[4] Vedi nota 2. 

[5] Ibidem.

[6] A riguardo, Sehgal cita il clamoroso caso editoriale di Una vita come tante (Sellerio, 2015)

[7] Vedi nota 1.

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