“Ex figlio”: il coma di una nazione

Ex figlio, Saša Filipenko
(Edizioni e/o, 2022 – Trad. C. Zonghetti)

Goodbye Lenin, uno dei film più famosi sul crollo del blocco sovietico, racconta di una donna che entra in coma a Berlino Est nel 1989 e si risveglia dopo la caduta del muro, in un mondo completamente trasformato. È interessante come anche lo scrittore bielorusso Saša Filipenko, nel raccontare il destino di un altro Paese post-sovietico, abbia deciso di farlo attraverso la storia di un personaggio che entra ed esce dal coma. Non è dato sapere se in questa scelta ci sia un riferimento intenzionale a un film così famoso; quel che è certo è che in Ex figlio il coma ha un ruolo narrativo diametralmente opposto rispetto a Goodbye Lenin

Il protagonista, il liceale Francysk, entra in coma nel 1999, calpestato dalla folla in un momento di confusione durante la festa della birra di Minsk. Il mondo della sua adolescenza è dominato dal potere autoritario di Lukashenko, dalla sudditanza politica ed economica verso la Russia, dalla manipolazione della Storia, dalla povertà e dalla rassegnazione diffusa. Francysk si risveglia solo dieci anni dopo, e scopre che in un arco di tempo così lungo niente di tutto ciò è cambiato: il presidente è lo stesso, la libertà è soffocata con violenza sempre maggiore e la Bielorussia è ancora più isolata dal resto del mondo, sprofondata a sua volta in una sorta di letargo. Come dice uno dei medici che assistono il protagonista:

«Il nostro è il paese migliore per svegliarsi dal coma. Tanto qui non cambia mai niente. Possono restare in quello stato quanto gli pare: un mese, qualche anno, l’eternità…» [pag. 119]

L’immobilità è forse il tema centrale di Ex figlio e si declina in molti modi diversi, dalla politica alla condizione clinica di Francysk, dall’urbanistica a quello che avviene nella testa delle persone, e in qualche modo permea anche la struttura del romanzo. Soprattutto nella parte centrale, il testo è dominato dai lunghi monologhi (che siano interiori o pronunciati ad alta voce) dei personaggi che gravitano attorno al letto d’ospedale di Francysk. Un ruolo di primo piano è rivestito dalla nonna, che, nonostante il parere dei medici e il passare del tempo, non perde per un attimo la certezza che il nipote si sveglierà, e con incrollabile forza d’animo continua ad accudirlo, parlargli, renderlo partecipe del mondo e della vita. La madre di Francysk, al contrario, è molto più veloce nell’accettare l’irrimediabilità della perdita e nel rifarsi una vita con il primario dell’ospedale, un uomo cinico e narcisista, e col passare degli anni appare sempre più impegnata a inventare giustificazioni e attenuanti per aver relegato il figlio in un angolino dei suoi pensieri. 

Se il frequente ricorso ai monologhi rischia di rendere poco fluida la narrazione e schematica la caratterizzazione dei personaggi, quello che invece emerge con freschezza e dinamismo è il ritratto della società bielorussa contemporaneaEx figlio è il prodotto dell’esperienza personale di Filipenko, che è stato un giovane bielorusso negli anni in cui lo è stato Francysk e per molto tempo ha fatto attivismo contro Lukashenko prima di lasciare il Paese e trasferirsi in Europa. Nel romanzo la complessa situazione della Bielorussia è raccontata attraverso dettagli di vita quotidiana, battute sarcastiche e canzoni pop. L’aspetto più notevole del libro è la capacità di creare un filo che trasporta il lettore dal piccolo al grande, dalle vittorie a tavolino della squadra presidenziale di hockey a temi di ampio respiro come la privazione della libertà. Come tutti i regimi autocratici e isolazionisti, anche quello bielorusso si sclerotizza in una retorica autoreferenziale, scivolando in situazioni insieme grottesche e drammatiche, che possono essere percepite come tali solo da un occhio esterno. In questo senso è molto rappresentativo l’episodio in cui, durante le indagini per arrestare il colpevole di un attentato, la polizia è incaricata di prendere le impronte digitali di tutta la popolazione maschile – e quindi anche quelle di Francysk, che è in coma da anni. Con l’occasione, i due agenti trovano anche il tempo di rimuovere il ritratto di Lukashenko appeso sopra il letto d’ospedale del ragazzo, in quanto «il presidente ha deciso di stroncare il culto della personalità». 

Proseguendo il parallelismo tra la storia di Francysk e quella del Paese, nell’ultima parte del romanzo Filipenko racconta il risvegliarsi della coscienza politica nelle persone della sua generazione. Per anni i giovani hanno attraversato la vita con cinismo e rassegnazione, cercando una fuga negli svaghi e riducendo i problemi del Paese ad aneddoti grotteschi da scambiarsi insieme a una canna, in un clima di divertita complicità e clandestinità che però sono lontanissime dall’azione politica. Nel 2010, con l’avvicinarsi delle elezioni-farsa che segneranno l’ennesima riconferma di Lukashenko, il clima comincia a cambiare: l’impossibilità di dire o ascoltare la verità diventa sempre più asfissiante, e spinge Francysk e i suoi amici ad agire, con una protesta in piazza che sarà repressa in modo efferato. Questo graduale processo di risveglio avrebbe forse meritato più spazio nell’economia del romanzo; in ogni caso, tra le pagine è palpabile il misto di speranza e di angoscia, d’insofferenza e di sarcasmo, il terrore delle perquisizioni, la disillusione e lo scoramento che seguono alla repressione. Il sentimento che emerge con più forza è forse il bisogno di bucare la cupola d’irrealtà in cui il regime ha rinchiuso il Paese. Come dice Francysk a sua madre:

«Voglio solo convincermi che questa cosa surreale non esiste davvero, che il delirio che ci mostrano alla TV, che le stupidaggini che dicono non sono vere, che niente di tutto questo è vero. Che è solo una bolla di sapone! Voglio essere come Cincinnato, voglio far crollare le scenografie! E voglio vedere scendere in piazza anche altra gente, gente che come me non crede a questa farsa. Per me è importante capire che non sono l’unico ostaggio di questo manicomio.» [pag. 161]

Ex figlio non offre una risposta alle molte domande che solleva: non potrebbe essere altrimenti, dato che il romanzo affronta una storia recentissima e in continuo divenire. Si chiude così, sospeso tra la speranza e il disincanto, e offre a noi lettori occidentali uno sguardo dall’interno su un mondo di cui spesso parliamo senza troppa cognizione di causa. 

Benedetta Galli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...