Spazzolare il gatto, Jane Campbell
(Atlantide, 2023)
Il punto forte dell’esordio dell’ottantenne Jane Campbell è sicuramente il punto di vista. Di per sé, è già abbastanza sorprendente trovarsi di fronte alla voce di un’autrice che ha fatto il suo debutto nel mondo letterario in un’età così avanzata, ma lo è ancora di più scoprire la leggerezza e la facilità con cui questa donna smonta gran parte dei cliché collegati alla quarta età.
Il filo conduttore delle storie che compongono Spazzolare il gatto è proprio il tentativo di ribaltare la classica immagine della donna anziana, sola o accompagnata che sia, ma sempre candida, soddisfatta e senza passione. Le protagoniste di Campbell rifiutano questo stereotipo: sono donne ancora forti, che difendono strenuamente il loro diritto ad essere ancora loro stesse.
Questo è particolarmente vero in “Susan e Miffy”, il racconto che apre la raccolta. Per questa storia, Campbell sceglie la terza persona, che suona come una voce fredda e piatta, quasi a sottolineare la superficialità dello sguardo altrui sulle protagoniste. Susan – una signora anziana ricoverata in una clinica – è descritta come «una donna che non aveva mai oltrepassato il limite». Nella semplicità di questa frase è racchiuso tutto ciò che caratterizza la mentalità perbenista che vorrebbe ridurre le donne in generale – e le anziane in particolare – a personaggi passivi che subiscono semplicemente il proprio destino. Susan sembra essere stata schiava di questa narrativa per tutta la vita, rassegnandosi agli accoppiamenti coniugali («come immaginava facessero tutte le donne») e partorendo figli nei tempi previsti; ma proprio quando si trova sul finire della sua vita qualcosa la colpisce: l’intensità di un sentimento inatteso, un amore appassionato e puro per Miffy, l’infermiera che si prende cura di lei.
Il racconto prosegue con questo effetto straniante: da un lato il crescere dell’intesa e della relazione tra le due donne, dall’altra la prospettiva dei figli di Susan, che pur volendole bene non riescono a comprendere – come forse è normale che sia – i reali desideri della loro anziana madre.
Le altre protagoniste della raccolta affrontano problemi simili, e sono spesso vittime di amori tragici o di scherzi del destino, come accade sia in “Lamia” che in “Lacrimae Rerum”. Nel primo, un’ex giornalista torna in Africa per ritrovare il suo amore di gioventù, l’uomo che l’aveva strappata alla monotonia matrimoniale molti anni prima, mentre nel secondo la protagonista si ritrova per caso al funerale di un suo ex fidanzato, e finisce per avere una visione – alla fine piuttosto deludente – di quest’uomo («Mi sento espropriata Tim. Dov’è la nostra storia in questo resoconto della tua vita?» p.76). In entrambi i casi, le figure maschili risultano in qualche modo spietate: sono uomini che prendono senza dare. In questo senso, le relazioni uomo-donna che popolano Spazzolare il gatto sono caratterizzate da un grosso squilibrio, e la bilancia sembra sempre pendere dalla parte degli uomini. Unica eccezione è forse “Gentilezza”, che è uno dei miei preferiti, perché in quel racconto Campbell non ha paura di tratteggiare una protagonista spietata, così diversa dall’immagine che si ha di solito delle donne anziane.
Un altro dei temi ricorrenti del libro è la solitudine, che viene affrontato in maniera originale in “Fantasmi del Lockdown”: in un mondo ancora afflitto dal Covid, il governo ha costretto all’isolamento le persone anziane, permettendo però a coloro che vivono soli di ricevere una volta a settimana un fantasma che soddisfi ogni loro bisogno emotivo e sessuale. In questo caso, l’autrice utilizza la prima persona, riuscendo così a dare maggiore solidità alla vita interiore della protagonista, così come avviene anche nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Quest’ultimo è forse quello che rappresenta più pienamente lo spirito del libro, e la stessa autrice nei ringraziamenti spiega di averlo scritto per primo.
Ciò che colpisce di questa storia è la rassegnazione cinica della protagonista. Si tratta di un’anziana signora che vive alle Bermuda con il figlio, la nuora, e una vecchia gatta che condivide con lei l’inesorabile processo di “espropriazione” che caratterizza la loro età:
Invecchiare è spesso descritto come un accumulo, di malattie, di sofferenze, rughe, ma è in realtà un processo di espropriazione, di diritti, di rispetto, di desiderio, di tutte quelle cose che una volta possedevi e di cui godevi con tanta naturalezza(p. 36)
Il racconto procede assecondando i pensieri della protagonista, le sue riflessioni rassegnate ma lucide su tutto ciò che ha perso insieme alla sua giovinezza, prima di tutto il diritto di godere del proprio corpo e della propria mente; il fatto di non potersi più offrire fisicamente ad un amante viene descritto come “una perdita terribile” che non può minimamente essere rimpiazzato dall’offrire al proprio figlio “qualche centimetro di lavoro a maglia”. È questo probabilmente l’aspetto più interessante del racconto e in generale del libro: il sovvertimento dello stereotipo della donna che soddisfa i propri bisogni tramite piaceri semplici, come la cura della casa e della propria famiglia.
L’ultimo baluardo di libertà sembra essere proprio il rapporto con quella gatta selvatica e indifferente, che però si accoccola tra le sue gambe la sera dopo aver cacciato. Nel constatare che forse suo figlio le porterà via anche quel piacere, la protagonista mantiene tuttavia il suo sguardo lucido e disilluso.
La verità è che l’ammazzerebbero suppongo, e poi si aspetterebbero che io mi metta a sferruzzare per il bimbo. A volte mi chiedo se non sia mio compito difenderla fino alla morte, per così dire. Esisto solo perché, come in tutte le relazioni d’amore, non sono certa di quanto altruismo contenga. (p. 40)
Se il contenuto e il punto di vista di Spazzolare il gatto è sicuramente originale e convincente, lo stesso non si può sempre dire dello stile di scrittura, che risulta a volte essere poco maturo. L’impressione è che Campbell debba ancora affinare la sua penna, per renderla più tagliente ed accurata. In alcuni racconti, sembra quasi che l’autrice diventi vittima del buonismo che cerca di combattere quando scrive, e si ha l’impressione che la storia avrebbe meritato un po’ di spietatezza in più, la stessa che anima la protagonista del già citato “Gentilezza”.
Nonostante questo, la scrittura di Cambell ha comunque il merito di aprire una finestra su un mondo ancora poco esplorato, che parte dal punto di vista femminile ma che contiene in realtà una domanda universale e urgente: che fine fa la nostra vita, dove vanno a finire le nostre passioni, le nostre geniali intuizioni, quando l’involucro che le contiene non è più in grado di valorizzarle?
Francesca Rossi
Foto in evidenza di Heloisa Vecchio: https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-arte-sagoma-danzando-6760183/

