“Gli Analfabeti” di Rossella Milone, la solitudine dell’empatia

Gli Analfabeti, Rossella Milone
(Edizioni Industria & Letteratura, 2023)

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Le parole hanno una strana proprietà: a volte si consumano. Quando una parola entra in voga nel dibattito pubblico, essa inizia a perdere il suo senso profondo e gira a vuoto, come una confezione senza contenuto. Vittima proprio di questo processo è stata negli ultimi anni la parola “empatia”, termine tanto invocato nella scuola come anche nei discorsi di quella pseudofilosofia aziendale che finge di preoccuparsi del cosiddetto “lato umano”. Qual è il ruolo della letteratura in questo contesto? Forse, quello di donare nuovamente alle parole significato e concretezza. La novella (o racconto lungo) Gli analfabeti di Rossella Milone riabilita e reinterpreta il significato profondo proprio della parola “empatia” senza utilizzarla nemmeno una volta, ma piuttosto evocandola con una precisione che è propria soltanto della letteratura.

Alessio è un educatore in una scuola elementare che si occupa del pre e post-scuola ed è dotato di una straordinaria capacità: “sente” gli altri dentro di sé. Attraverso delle sensazioni corporee spesso dolorose egli è in grado di percepire chiaramente lo stato emotivo del suo interlocutore, di comprendere appieno la sua condizione. Al netto di una forte miopia, Alessio riesce a “vedere” con il corpo. Questo potere gli causerà non pochi problemi, come la stigmatizzazione da parte dei genitori dei bambini di cui si prende cura.

Il mondo di Alessio è estremamente concreto: la sua empatia non è un concetto astratto, ma un pensiero incarnato. Questa sua cognizione estremamente corporea lo accomuna a Tilde, donna con cui intrattiene una relazione non particolarmente definita al livello sociale (non sembrano essere sposati, ma neanche fidanzati). Tilde legge i fondi di caffè, cura il proprio corpo con olii dal potere quasi magico e conosce le proprietà di particolari pietre. Il loro rapporto è molto intenso, fatto di una complicità che passa dal sesso e quindi – ancora una volta – dal corpo. Anche Tilde è vittima dello stigma sociale in quanto per via delle sue pratiche sui generis viene considerata una “janara”, ovvero quella che nella cultura partenopea è una strega.

La reazione allo stigma sociale è molto diversa tra Alessio e Tilde. Milone rompe lo stereotipato parallelismo tra i binomi maschile-femminile e attivo-passivo, facendolo diventare un chiasmo. Alessio è vittima del suo “potere” e l’urto con gli altri lo disintegra, non si ribella mai apertamente, ma cerca piuttosto di nascondere la sua profonda conoscenza degli altri. Tilde è invece attiva rispetto alla comunità: reagisce ad essa esercitando la propria libertà e dicendo sempre quello che pensa, a volte con rabbia. Custodisce dentro di sé una natura selvaggia, come quella dei cavalli del maneggio per cui lavora. La sua stessa “magia” è la modalità con cui agisce sulla realtà:

‹‹Ecco come faceva Tilde a difendersi dal mondo: alzandosi in volo contro il mondo. Ecco come faceva ad accettare ciò che comprendeva: trasformandolo. In biancospino da essiccare, in gemme da purificare, nelle macchie che vedeva nelle tazzine da caffè, in lozioni per il bagno.››[1] 

La figura di Tilde è dotata di un’aura mitica che passa attraverso il suo rapporto con l’elemento naturale e inumano. Se i due protagonisti sono assolutamente estranei al paesaggio “umano”, trovano invece rifugio in quello naturale, con il quale intrattengono un rapporto intenso e misterioso. In questo senso, assume un’importanza cardine nella novella la presenza del vulcano, unico punto di riferimento geografico in un ambiente spazio-temporalmente sospeso. La scrittura di Milone ci conduce in un’atmosfera indeterminata e magica, lasciando con sapienza al lettore dei “buchi” da riempire, ovvero degli spazi di vaghezza che il sintetico genere della novella richiede necessariamente.

Come l’empatia, anche il Vesuvio non viene mai nominato, ma solo evocato. Pur restando sullo sfondo, esso rappresenta un personaggio cardine della storia, che ha un’evoluzione ben precisa nel corso della narrazione e che, forse, interviene misteriosamente nelle vicende. Il recarsi di Alessio e Tilde sulle pendici del Vesuvio si potrebbe leggere come un sottile riferimento leopardiano, ma per contrasto: l’osservazione del paesaggio brullo e lunare del vulcano era per il poeta il punto di partenza per arrivare a considerare il vivere sociale come una possibile risposta, mentre qui è piuttosto un rifugio, una tregua dalla comunità e da quello che Alessio definisce ‹‹l’abisso della convivenza››.

La vicinanza con gli altri è insostenibile per il protagonista, dal momento che il contraltare della sua eccezionale sensibilità è l’analfabetismo dei suoi interlocutori cui fa riferimento il titolo, che si configura come una vera e propria disabilità. I genitori dei bambini sono assolutamente ciechi nei confronti degli altri, nonché dei loro figli: non ascoltano, ma sono presi da tutt’altro, sempre preoccupati da come appaiono agli occhi della società. Essi utilizzano le parole non per comunicare qualcosa, ma per giudicare e difendersi,  tracciando con gli altri dei confini che la capacità di Alessio è in grado di sfondare, generando paura e rifiuto.

Il potere del protagonista ha così un effetto paradossale e invece che tradursi in una profonda vicinanza con l’altro diviene una sorta di maledizione: l’altro “trascolora” in Alessio, annullando ciò che quest’ultimo prova. La sua coscienza dell’alterità è infelice perché lo obbliga a ‹‹farsi carico del dolore›› altrui e soprattutto perché determina il disconoscimento da parte del prossimo, gettando Alessio in una specie di terra di nessuno. E’ così che il significato più profondo dell’empatia non sembra essere, come si crederebbe, una comunanza tra gli uomini, ma una contraddittoria forma di solitudine: comprendere gli altri significa sostanzialmente non essere capiti.

Giacomo De Rinaldis

[1] p. 78

Immagine in evidenza di Gerd Altmann da Pixabay

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