Can Xue, Dialoghi in cielo
(Utopia editore, 2023 – trad. Maria Rita Masci)
La commistione esasperata del basso e dell’alto, dell’onirico e del profano permette di osservare, descrivere e interpretare la realtà con una chiarezza e una completezza che difficilmente si può raggiungere in altri modi. È anche per questo motivo che i racconti della scrittrice cinese Can Xue, tradotti per la prima volta in italiano nel 1991 e appena ripubblicati in una nuova edizione da Utopia editore, costituiscono una ricca lente attraverso cui indagare tutto quello che vediamo e viviamo.
Alcuni stralci narrativi hanno una qualità immaginifica talmente forte che sembrano dei miti antichissimi, o delle parabole così intense e pregne di significato che non possono essere comprese se non vengono strizzate come delle arance per farne uscire tutto il succo. Di primo acchito, le frasi di Can Xue sembrano gettate nell’aria con impulsività e sentimento, con l’immediatezza della lingua parlata e l’incisività dei proiettili. In realtà si tratta di costruzioni di una tale ricchezza, che solo in un secondo momento ci si rende conto che questa impressione di immediatezza è un artificio dato da una narrazione che è stata probabilmente limata con grande accuratezza per renderla il più fluida possibile. Sono sì, in questo senso, dialoghi in cielo: ariosi, aperti e fluidi nella maniera che spinge a credere che davvero tutto sia possibile.
Sono diverse le tematiche che si ripresentano con una certa ricorrenza nella raccolta di Can Xue, o che quantomeno lasciano avvertire la loro presenza in sottofondo per tutto il corso del libro.
Il primo è sicuramente il malessere fisico – inteso come malattia, come impossibilità di curare il corpo nella maniera adeguata (o al contrario come zelo eccessivo nel farlo), come trasformazione ai limiti del surreale, ma soprattutto sempre legato alla povertà.
Nonostante si tratti di un’autrice che ha vissuto sulla propria pelle i rivolgimenti più estremi della storia cinese del XX secolo, non si tratta di un libro imperniato sulla satira politica. La situazione politica e sociale è ben delineata, certo, ma la povertà finisce per apparire quasi come una condizione costitutiva dei personaggi di Dialoghi in cielo. È la povertà a determinare la malattia, e la malattia a determinare, in un certo senso, la possibilità del delirio.
Questo tipo di ambientazione non sarebbe possibile, tuttavia, senza un substrato emotivo di costante disagio. È da notare anche la presenza pervasiva di figure genitoriali inquietanti: madri assenti o addirittura crudeli, anziane matriarche che inseguono gli spiriti nel cuore della notte, padri con guance e piedi sanguinanti che si cospargono di polveri tossiche. Anche se le voci narranti cambiano, lo sguardo sulla realtà e sulle relazioni umane è sempre schietto e immediato come quello di una bambina, anche quando gli eventi precipitano dall’inquietante, allo sconvolgente, al crudele.
Queste trasformazioni metafisiche della realtà sono a volte gli sbocchi consequenziali di un ambiente circostante che diventa turbinante e confuso, fino a diventare illeggibile se non attraverso delle lenti che ne danno una distorsione surreale. Altre volte, invece, l’assurdo esplode fin da subito, spesso facendosi foriero di una grossa carica emotiva che evoca movimenti sotterranei:
Mia madre si è sciolta in una bacinella di acqua saponata. Non lo sa nessuno. Se qualcuno sapesse come sono andate le cose, mi darebbe della bestia, dell’assassino sordido e sinistro.1
Anche chi osserva il mondo, però, è sempre malato, o bestiale, o al contrario vittima della sua stessa capacità interpretativa, che si estende e lo avvolge come un involucro, proteggendolo dal reale.
Oggi io e lui abbiamo un appuntamento. Lui è una persona del mio tipo, quello prodotto dalla mia immaginazione. Negli ultimi anni ho avuto appuntamenti con persone di ogni genere, tutte scaturite dalla mia immaginazione. Di solito non vado di persona agli appuntamenti, gli incontri avvengono nella mia mente.2
Un altro leitmotiv che potrebbe essere accostato ai primi due, infine, è la spiazzante partecipazione dell’ambiente naturale. Questo non è da intendersi nel senso di un’intelligenza Gaia, consenziente e presente; piuttosto, si tratta di un paesaggio disperatamente vitale, che dimostra questa sua vita soprattutto nei momenti dedicati ai sogni (di notte, anzitutto). Can Xue si premura di descriverlo, o di farlo descrivere ai suoi personaggi, facendo in modo che da queste descrizioni scaturisca un’infinita bellezza:
Guarda quella sogliola tra le onde di stelle, il sole e la luna sorgono all’unisono, l’affascinante madre Terra si gira sui fianchi… Calma, sotto l’albero antico, la giovane testa squisitamente cesellata.3
L’impressione è quella di una sorta di climax ascendente verso un cielo via via più agitato e burrascoso: dalla trasognata (benché malinonica) vitalità di racconti come La splendida estate del sud alla psichedelia de Il lucernario, o allo strazio de La landa desolata.
Così questo gusto metafisico non invade solo il corpo umano, ma tutto l’universo. Certo un dubbio resta: l’esasperazione sensoriale, l’emotività irradiata dalla compresenza di immagini simboliche e situazioni estremamente prosaiche, la lucidità delle visioni – non saranno sempre solo parte di un’esperienza soggettiva? Non saranno solo l’ennesima descrizione di un modo irrimediabilmente umano di vedere le cose?
Forse sì. Si può però fare il possibile per lasciarsi investire dalle infinite possibilità di interpretare la realtà e, con un po’ di fortuna, arrivare al suo centro più aguzzo e strabiliante.
Emma Cori
1 Can Xue, Dialoghi in cielo, cit. p. 45.
2 Can Xue, Dialoghi in cielo, cit. p. 53.
3 Can Xue, Dialoghi in cielo, cit. p. 66.


1 Comment