Voladoras, Mónica Ojeda
(Polidoro Editore, 2023 – Trad. Massimiliano Bonatto)
«Come si fa quando una famiglia prova cose così diverse e al tempo stesso così simili?»
Leggere i racconti che compongono Voladoras, di Mónica Ojeda, equivale a compiere un viaggio mistico in cui ogni tappa mostra qualcosa che non si sarebbe voluto vedere. Dopo Mandibula, e Nefando, la scrittrice ecuadoriana torna a turbare notti dei suoi lettori con storie che parlano al nucleo profondo del nostro essere umani, e che giocano con la nostra paura – e il nostro desiderio – di toccare con mano la violenza che pervade ogni relazione umana.
Ojeda sceglie la lente del macabro e del grottesco per raccontare il mondo, e il suo sguardo assomiglia a quello delle “voladoras”, le streghe con un occhio solo che danno da bere le lacrime alle api e che innervosiscono i cavalli. Questi esseri mitologici racchiudono in loro tutti gli aspetti e i simboli caratteristici dell’intera raccolta: sono mostruosi sì, ma costituiscono il punto di contatto con la natura e con il divino, e per questo non si può fare a meno di venerarle.
Allo stesso modo, il lettore avrà più volte voglia di distogliere lo sguardo dalle macabre scene raccontate dall’autrice; eppure, c’è qualcosa di così viscerale e attraente che alla fine si finisce per stare a guardare.
Le otto storie che compongono la raccolta ribaltano l’idea della famiglia – e degli affetti in generale – come luogo sicuro: in Testa che vola un padre decapita la figlia e usa la sua testa come pallone da calcio, in Canini, due sorelle assistono e subiscono inermi le pratiche sadomaso dei propri genitori, in Voladora una ragazzina viene abusata dal padre.
Il tutto è condito con un lirismo portato all’estremo, che rende la scrittura molto più vicina alla poesia che alla prosa e che crea delle immagini precise e indimenticabili.
La narrazione del corpo femminile è al centro della poetica di Ojeda. In questo libro, il racconto che forse affronta in maniera più diretta questo tema è Soroche, una storia corale che ha per protagoniste quattro amiche molto diverse tra loro, che decidono di fare un viaggio sulle Ande. Lo scopo di questa vacanza non è semplicemente rilassarsi o divertirsi: l’intento è quello di risollevare il morale di Ana, il cui marito ha reso pubblico un video che la ritraeva in scene di sesso spinte. Quello che però mette in imbarazzo Ana, non è tanto il fatto che tutta la sua comunità l’abbia vista fare sesso, ma piuttosto il fatto che il suo corpo è abominevole, grasso, indegno di essere guardato.
La scena del video viene descritta indugiando pesantemente sui difetti fisici della donna, sottolineando non tanto la pratica sessuale violenta in sé, ma il fatto che questa pratica provenga da un corpo brutto e sbagliato.
«A cosa stavo pensando mentre salivamo la montagna? Pensavo a me sopra il letto a gambe aperte. Alle mie cosce grasse, rugose, con collinette e depressioni a buccia d’arancia. Alle mie vene blu, rosse e verdi, gonfie come vermi di mare. […] Alle mie mammelle viola. Alla mia lingua di bulldog ritardato. […] Alla mia espressione bovina. Ai peli neri e spessi che mi ricoprono il ventre flaccido Alla faccia patetica che faccio quando credo di essere sexy».
Anche Sangue coagulato racconta il corpo in maniera viscerale. Al centro della storia c’è una ragazza che ama il colore del sangue, e che insieme alla nonna aiuta le donne ad abortire. In questo caso, il corpo è uno strumento per parlare della vita e della morte, di come questi due aspetti siano strettamente legati l’uno a l’altro. «Era come un parto, ma al contrario, perché invece di qualcosa di vivo usciva qualcosa di morto», dice la protagonista, parlando di quando le ragazze si siedono sul tavolo della nonna e pongono fine alla loro gravidanza; e ancora «Il sangue mi ha detto anche che una testa tagliata disegna il tempo. Che dove c’era una pianta domani ne crescerà un’altra. Che nonna rimpicciolisce perché io diventi grande».
Il tema della vita e della morte ritorna in Il mondo di sopra e il mondo di sotto, in cui un padre cerca di riportare in vita sua figlia a partire dal corpo di sua moglie, anch’essa morta per il troppo dolore. In questa, storia i miti e le leggende andine si intrecciano al racconto di una natura spietata e divina, che non permette nessuna deroga al suo corso («La morte scolpisce i nostri corpi in forme essenziali e poi ci lascia soli»).
Il padre protagonista di questo racconto è uno sciamano, e con le sue parole e la sua scrittura tante di ribaltare le leggi della natura; ma un indio lo mette in guardia, ribadendo ancora una volta l’inevitabilità del destino umano: «Non sei uno sciamano, sei un uomo. E non ci sono parole in questo mondo con passione sufficiente per resuscitare un morto».
La natura distruttiva torna anche in Terremoto, dove lo squarciarsi del terreno fa da sottofondo all’amore incestuoso di sue sorelle; e poi c’è il condor, un animale sacro per le popolazioni delle Ande, che rappresenta il ponte tra il mondo superiore e terreno, e che non a caso è presente sia nel racconto Il mondo di sopra e il mondo di sotto, che in altri racconti (oltre a comparire nell’immagine di copertina). Ancora in Soroche, per esempio, Ana vede un condor poco prima di decidere di tentare il suicidio, in Terremoto, una delle due sorelle alla fine sentenzia «è meglio essere cibo per i condor che vivere dentro questo abominio».
Come in ogni opera di Ojeda, alla fine di questo viaggio mistico ci si sente svuotati e impauriti, ma forse un po’ più vicini al significato viscerale dell’esistenza. Lei d’altra parte sembra averlo capito perfettamente: per mostrare la realtà, non bisogna aver paura di fare male, e con la scrittura sembra aver seguito l’imperativo di uno dei suoi personaggi: «per vedere la bellezza del sangue devi incidere il corpo: restituire alla terra la grandezza della radice sanguigna».
Francesca Rossi

