“Ritratto dell’Artista da piccolo”: il tragico Eden dell’infanzia

Ritratto dell’Artista da piccolo, Marta Barone
(Utet, 2023)

61hNHjWARGL._SY466_Le fotografie dell’infanzia custodiscono una temporalità paradossale: rappresentano un punto della nostra memoria, ma contengono anche i contorni sfumati di ciò che sarà. Nel momento in cui le osserviamo il passato guarda il futuro: ci interroga esattamente come lo interroghiamo noi. Di fronte a queste immagini, come recita un paradosso proposto da Martin Heidegger, l’origine non è qualcosa che sta dietro, ma piuttosto davanti a noi.

Con Ritratto dell’Artista da piccolo, Marta Barone ha interrogato e si è lasciata interrogare da una collezione di fotografie che ritraggono celebri scrittori da bambini, a partire dalle quali ha composto le biografie infantili di undici grandi autori: da Marguerite Yourcenar a Virginia Woolf, da von Rezzori a Walter Benjamin passando per Anna Maria Ortese e Natalia Ginzburg. Attraverso queste miniature l’autrice indaga quelle dimensioni profonde della scrittura che forse è proprio l’infanzia a custodire.

Sembra che la scrittura di questi autori sia già contenuta nei primi anni della loro esistenza: a questo proposito, è emblematica la frase di Elias Canetti quando sostiene che la sua vita è in realtà tutta accaduta a Rustschuck, la città bulgara in cui visse fino ai sei anni.  Ciò non implica però una corrispondenza meccanica tra scrittura e infanzia: lo scrittore non si limita a riprodurre in letteratura la propria infanzia, però è in quest’ultima che ha origine la formazione di uno sguardo, di una particolare maniera di nominare le cose.

Tale processo avviene in luoghi “mitici”, degli Eden in cui questi scrittori hanno potuto vivere in una condizione di totale felicità, in continuità con l’ambiente che li circondava: è il caso di Vyra, città dove nasceranno le prime poesie del piccolo Nabokov, così come del castello dell’infanzia di Yourcenar o del villaggio in Cornovaglia dove Woolf trascorreva le estati. Lo sguardo infantile intrattiene un rapporto peculiare con i nomi, spesso interpretati in maniera erronea o storpiati: ad esempio la piccola Ingeborg Bachmann crede che la Durchlaßtraße (ovvero semplicemente la “via del passaggio”) sia legata a un gioco di briganti, così come il giovane Benjamin scambia con naturalezza la strada Stieglitzer per Stieglitz, cioè “cardellino”. Per questi futuri scrittori i nomi hanno qualcosa di magico, si fondono con le cose come in uno stato preadamitico, rappresentando delle allusioni della realtà piuttosto che semplici entità convenzionali. Così avviene per il piccolo Canetti di fronte alla lingua dei genitori:

‹‹Il bambino li ascolta attentamente, e associa il tedesco alla loro gioia: pensa che le cose meravigliose si possano dire solo in quella lingua. Chiede spiegazioni di questo e quello, ma non su tutto ha risposta, e si sente escluso e, allo stesso tempo, di fronte a un incanto, a un mistero che appartiene solo a sua madre e suo padre insieme››[1]

La scrittura per immagini di Barone asseconda questa carica evocativa del linguaggio: spesso le fotografie sono i punti di partenza o di arrivo della narrazione, su di esse vengono raccontati fatti e atmosfere, per mezzo di un montaggio tra avvenimenti diversi sempre ricostruiti in maniera documentata, tranne nei casi in cui le testimonianze sono più scarne, come in Bachmann o Ortese, nella quale Barone può concedersi uno spazio di immaginazione più ampio, ma facendosi sempre guidare dalle personalità di queste autrici. Il tono della scrittura è quello di una sorta di cura nei confronti di queste storie: lo stile avvolge con semplicità una materia che intende toccare con perizia e rispetto.

In queste pagine non manca però il dramma, che è molto presente quando viene raccontata la dissoluzione dello splendido giardino dell’infanzia, ovvero il momento in cui l’equilibrio magico tra mondo e parole si rompe. Tutte queste storie contengono infatti irrimediabili cadute, come quella della tredicenne Virginia Woolf che perde la madre o l’ingresso delle truppe di Hitler in Austria, che cancella letteralmente l’infanzia della dodicenne Ingeborg Bachmann, la quale non parlerà mai dei suoi primi anni di vita.

Barone svela in questo modo una dimensione inaspettata dell’infanzia, cioè il suo essere profondamente connessa con la sua fine. È infatti proprio la tragicità della conclusione di queste esperienze a mantenere vivido in questi scrittori il ricordo dei loro Eden, il quale risulta – come nel caso di Nabokov – talmente forte ‹‹che riduce il presente a un fantasma››[2]. La letteratura gioca un ruolo fondamentale in questo senso, in quanto si presenta come il tentativo di ricucire la rottura tra nome e cosa, di recuperare il potere magico dei nomi che era proprio dello sguardo infantile: lo stesso Benjamin adulto cerca di scrivere le proprie memorie nel corso della catastrofe nazista, aggrappandosi alla memoria con l’approssimarsi della fine.

Scrivere significa cercare di ritornare in un luogo perduto nella memoria, balbettare in una lingua straniera la semplice quanto fondamentale domanda: “Dove?”[3], connettendo attraverso questa ricerca l’origine mitica delle parole con il futuro della creazione letteraria. Le storie raccontate da Barone sono in definitiva storie di rinascita: Ritratto dell’Artista da piccolo inizia infatti con la nascita-morte della madre di Marguerite Crayencour (poi Yourcenar), e termina con la percezione di una promessa, nuova nascita verso ciò che ha da venire.

Giacomo De Rinaldis

[1] p. 117

[2] p. 173

[3] Esattamente come la governante francese di Nabokov, Mademoiselle, che ripete questa domanda in un russo stentato.

Immagine in evidenza di Suzy Halzelwood da Pexels

Lascia un commento