Poco mossi gli altri mari, Alessandro Della Santunione
(Marcos y Marcos, 2023)
Cosa accadrebbe se i componenti di un’intera famiglia decidessero di andare a convivere in un solo appartamento? Nella migliore delle ipotesi una sequela interminabile di litigi e recriminazioni, nella peggiore potrebbe anche scapparci il morto. Ben altro si immagina Alessandro Della Santunione in Poco mossi gli altri mari, libro d’esordio uscito per i tipi di Marcos y Marcos poco più di anno fa. In seguito alla decisione di stampo «socialdemocratico patriarcale» di trasferirsi tutti insieme in via Ori 14 a Campogalliano, tra Reggio Emilia e Modena, infatti, alla famiglia raccontata da Della Santunione tocca la sorte più lontana dagli scenari micidiali paventati poco sopra: l’immortalità. «Con la mia famiglia avevamo deciso di rimanere uniti. […] A seguito di questa decisione, che prendemmo tutti molto seriamente, però non morì più nessuno» (p. 11), afferma nelle prime righe il protagonista narratore, senza aggiungere ulteriori spiegazioni.
Conseguenza di questa anomalia è un certo sovraffollamento abitativo e, naturalmente, una serie di cortocircuiti generazionali. Mentre lo zio Mario, una sorta di factotum che sembra sempre sapere qualcosa in più rispetto agli altri personaggi – non a caso è l’unico dotato di nome proprio, mentre tutti gli altri umani, protagonista compreso, sono conosciuti solo nel loro ruolo familiare rispetto al narratore –, ritaglia stanze, ricava sgabuzzini e innalza tramezzi, la bisnonna di 142 anni si esprime in un dialetto talmente arcaico da risultare incomprensibile, un corteo di ex fidanzati e fidanzate si avvicenda per i pranzi domenicali su invito del padre del protagonista, insensibile all’evoluzione dei costumi, convinto che «tutti avrebbero fatto come lui e mia madre, cioè sarebbero rimasti insieme tutta la vita […]» (p. 15). Sembrerebbe esserci spazio davvero per chiunque nel grande appartamento di architettura comunista di via Ori (anche per un maiale di compagnia di nome Baby, sfuggito, forse, al macello), tranne che per la generazione successiva a quella del narratore. Infatti, i bambini, appena nati, scappano e si rifugiano nei giardini di fronte a casa, ribattezzati sovieticamente dal loro nonno “Sezione Futuro”.
Non si tratta dell’unica nota dolente di questa imprevista permanenza, che presto trasforma chi ne beneficia in «esul[e]» (p. 54): di fronte al cambiamento del resto del mondo, che rende obsoleti e incompresi i gesti e le parole di chi non muta, al suo mutare, «noi non morivamo ma qualcosa di noi spariva continuamente» (p. 55). Ecco che la prospettiva ‘inedita’ in cui si trova calato il narratore diviene un osservatorio privilegiato delle trasformazioni socioculturali in atto dalla seconda metà del ‘900: lo spopolamento dei borghi, lo sfarinarsi dei dialetti, la tabuizzazione della morte.
«Mi sentii come ingannato, dov’era la casa di mia madre, dov’erano le sue parole? Non c’è disgrazia peggiore di questa, e chiunque sia stato separato dal proprio alfabeto lo sa. Insieme alla sua casa, la casa dove era nata, un intero mondo, il suo mondo, il suo parlare, il suo dialetto, tutto era stato straniato dal nostro presente. Questa mancanza avrebbe lasciato fame di parole in qualunque cosa ci fosse capitato di amare» (p. 68).
Le voci del mondo che cambia penetrano nell’appartamento di via Ori grazie alle previsioni meteorologiche della radio nazionale – quegli «altri mari poco mossi» del titolo –, «eco lontana di fenomeni che succedono e su cui noi non abbiamo controllo» (p. 18), metafora di un linguaggio istituzionale ambiguo a cui ci si abitua senza coglierne mai davvero il significato. Durante il resto del giorno la parola impersonale del meteo nazionale lascia il microfono alle frequenze della radio locale, che raggiunge solo le mura di questi immortali, e rammenta compleanni, dediche, anniversari di tutto il paese, «eventi che tagliano il tempo a fette, in pezzi a forma di ricordo» (p. 19).
Non solo la radiolina sulla credenza: il racconto è disseminato di oggetti (e di pietanze, di musiche) testimoni di una «resistenza domestica» del passato: la Fiat 127 con l’autoradio, il frigorifero assurdamente raffreddato direttamente dalla Siberia, secondo le convinzioni dello zio Mario, lambrusco, lasagne, polke e mazurke sono correlativi oggettivi della nostalgia che attraversa queste pagine surreali, a tratti allegoriche.
Un unico evento traumatico, dal sapore fortemente nietzschiano (e gucciniano), funge da spartiacque nel racconto: la morte di Dio, comunicata al protagonista dal professore di filosofia, di fronte alla quale la famiglia immortale reagisce in parte come se fosse dipartito un parente stretto (incredulità, lamentazioni prefiche, scoramenti idiomatici come «Son sempre i migliori che se ne vanno», p. 79), in parte intavolando inquietanti dibattiti teologici. Da qui in poi la narrazione assume una piega ancora più onirica e surreale.
Si susseguono così quarantaquattro brevi capitoli (dai titoli evocativi) a restituire una serie di impressioni di questo tempo sospeso. Particolarmente interessante è la postura con cui il narratore costruisce il mosaico: sembra osservare umani ed eventi con l’atteggiamento di chi sfoglia un album di fotografie – come ha sottolineato in diverse interviste Della Santunione.
«Questo ricordare eventi ormai lontani che però hanno ripercussioni sul presente e parlare del presente come se fosse una specie di passato mi fa immaginare il tempo come una specie di fisarmonica che suona una canzone strampalata» (p. 18).
Il narratore, in questo senso, è un fisarmonicista provetto (e la fisarmonica ulteriore simbolo eloquente della nostalgia emiliana): gioca con il tempo del racconto, accelerandolo, rallentandolo, omettendone alcune sequenze. A dominare, sempre, la durata interiore e soggettiva rispetto a quello che dovrebbe essere lo scorrere lineare degli eventi: ecco che il battito d’ali di una farfalla si riverbera per un intero pomeriggio, alcuni «anfratti del tempo regolare» (p. 31) diventano i giorni più belli di una vita.
Come spesso di alcuni eventi conosciamo solo alcuni dettagli, così i personaggi non sono mai caratterizzati nella loro interezza. Della sorella scopriamo la risata travolgente, della madre la tendenza al turpiloquio, della nonna la passione per le «epiche» del paese (p. 52): in Poco mossi gli altri mari viene concesso molto spazio all’immaginazione del lettore. A compensare questa libertà che a tratti può disorientare, il tono del narratore, soprattutto nella prima parte del libro, è confidenziale. La cifra dominante dello stile è l’ironia – anche i passaggi più lirici vengono immediatamente auto-ironizzati. Il registro medio dissimula la presenza nel testo di riferimenti letterari (da Leopardi a Natalia Ginzburg a Gianni Celati), a confermare l’impressione che la narrazione sia molto più stratificata di quanto non possa sembrare.
Intrecciando tutti questi elementi, Della Santunione compone un omaggio disincantato e commovente, irriverente e mitizzante, all’impermanenza delle cose che si amano, cogliendo tutto lo spaesamento percepibile di fronte a un presente cangiante e difficile da decifrare; tuttavia, l’unico spazio che possiamo abitare.
Ginevra Portalupi Papa
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