Mascherare come ladre tutto questo fuoco: l’estro delle Brontë

Tutto questo fuoco – Ángeles Caso
(Marcos y Marcos, 2024 – Trad. C. Tarolo)

Ángeles Caso, storica dell’arte e di storia moderna da sempre attenta alle questioni di genere, sceglie di raccontare la vita delle sorelle Brontë in un libro che è romanzo storico e, al contempo, saggio. Le tre figlie del reverendo Brontë sono universalmente riconosciute come sorprendenti scrittrici dal talento straordinario, ma Caso decide di rimarcare quanto siano tra i più grandi scrittori mai esistiti, tentando di evidenziare, in questo modo, che le loro opere sono da porre allo stesso livello di quelle dei loro contemporanei uomini, nel caso fosse ancora necessario specificarlo.

La storia delle loro vite comincia con il primo di molti traumi, ovvero la morte prematura della loro giovane madre. La donna lascia al marito una prole composta di sei bambini, cinque femmine e un solo maschio, Branwell. Presto la zia materna delle sorelle Brontë si trasferirà da loro nella canonica di Haworth, lasciando la Cornovaglia a favore dello Yorkshire, per aiutare il cognato a seguire la crescita dei figli e la gestione della casa. Il secondo dei traumi che segneranno le vite di Charlotte, Emily e Anne è la scomparsa di Maria ed Elizabeth, le loro sorelle maggiori, uccise dalla tubercolosi a undici e dieci anni anni. Vivevano in un collegio di beneficenza per figlie di pastori poveri in cui erano state mandate a studiare insieme alle sorelle minori. Le condizioni di vita della scuola si erano rivelate troppo dure per le bambine, per via del freddo, della malnutrizione e delle rigidissime regole cui dovevano sottoporsi.

Le tre sorelle superstiti finirono gli studi a casa. Il padre, sebbene contasse soprattutto sul fatto che sarebbe stato Branwell a diventare un grande artista, fece in modo che alle figlie non mancassero le lezioni di disegno, musica e lingua. Il reverendo Brontë «aveva cresciuto tre figlie interessate solo all’intelletto e alla creazione […]. C’era quel fuoco, quella fiamma dei poeti, la sacra euforia divina che abitava in loro e alla quale nessun padre di buon senso, nessuna madre preoccupata, avevano messo limite. Lui, anzi, l’aveva nutrita».

Charlotte, Emily ed Anne Brontë non potevano fare a meno di lavorare come istitutrici per vivere, ma detestavano questo mestiere. Emily, in particolare, con il suo carattere introverso e, per certi versi, selvatico, soffriva particolarmente a rapportarsi con gli sconosciuti, pertanto le fu concesso di rimanere nello Yorkshire ad occuparsi della casa e del padre, insieme alla domestica. Le tre sorelle, però, si sentivano davvero vive soltanto quando scrivevano insieme, riunite nel salotto della vecchia canonica di Haworth, non appena le faccende domestiche erano ultimate, di nascosto dal fratello. Branwell, che avevano lodato a lungo, coccolandolo e facendo in modo che non gli mancasse nulla per lasciargli il tempo e il modo di creare arte, divenne presto un alcolista e dipendente da laudano, violento e prepotente, potenzialmente geloso del loro personale talento artistico, irrispettoso nei loro confronti.

Caso ripercorre con attenzione e scrupolo la vita delle tre sorelle, attingendo, per quanto possibile, ai pochi documenti che le riguardano. Accordando più spazio a Charlotte, di cui, forse, si sa di più, vengono raccontati il suo desiderio di gloria come scrittrice, il sogno di incontrare gli scrittori del tempo, l’idea, presto naufragata, di fondare una scuola insieme alle sue sorelle nella canonica di Haworth, il suo periodo di studio a Bruxelles, dove si innamorerà del suo insegnante. Ma anche la sua propensione alla praticità, l’amore per le sorelle e il suo desiderio di prendersene cura facendo piani per un futuro che, all’epoca, era troppo incerto per le donne non sposate e con un basso reddito. Fu Charlotte a insistere con le sorelle affinché acconsentissero a far pubblicare sotto pseudonimi le poesie che avevano scritto e, più tardi, i loro tre romanzi.

Di Anne viene sottolineata la mitezza del carattere e la rassegnazione con cui visse la morte del ragazzo di cui doveva essere innamorata. Di Emily, invece, viene raccontato tanto, quasi quanto di Charlotte. È sicuramente complesso cercare di ricostruire la vita di una donna così solitaria e taciturna, passionale nella scrittura e con un forte senso del dovere. Caso la definisce addirittura animista, per il forte legame che la univa alla natura. Lei più di tutte amava la brughiera dello Yorkshire, correre liberamente, sedersi sulle pietre bagnate a fianco della cascata. Questa dipendenza dal clima e dalla natura traspare violentemente nel suo unico romanzo, Cime tempestose, così come il suo carattere indomito emerge dalle poesie che pubblicò insieme alle sorelle.

La rivoluzione delle sorelle Brontë fu quella di riuscire in un mestiere che era da sempre stato considerato prerogativa degli uomini, quello della scrittura. Charlotte, Emily ed Anne riuscirono a imprimere su carta sentimenti appassionanti e reali, non frapponendo mai una lente che lenisse le asperità della vita vera. Non sappiamo in che misura le loro vicende personali furono l’ispirazione dei loro scritti, anche se ci sono alcuni chiari riferimenti ad avvenimenti della loro vita, come l’innamoramento di Jane Eyre nei confronti di un uomo sposato, così come era accaduto a Charlotte con il suo istitutore, o la forte connessione tra le persone e la natura, in un eterno ciclo di morte e ricongiungimento, in Cime tempestose, così simile a quanto sembrasse sentisse Emily.

L’immagine delle sorelle Brontë come donne composte e pacate, prive di brucianti sentimenti o pensieri opprimenti sembra venirci dal modello di donna vittoriana cui vennero ricollegate nella biografia di Charlotte scritta da Elizabeth Gaskell, sua amica, poco dopo la sua morte. Come sottolineato da Caso, fu volontà della biografa dipingerle come perfette donne del loro tempo «piene di virtù domestiche, purezza e sobrietà», nascondendo con diligenza il loro discendere direttamente dai poeti romantici, che tanto avevano letto e amato.

Oltre a quello di Gaskell, anche uno scritto di Charlotte in prefazione alla terza edizione di Jane Eyre contribuì alla creazione di quest’immagine delle Brontë. Emily ed Anne erano già morte quando gli editori della sorella la incoraggiarono a svelare pubblicamente le vicende della loro vita, e le circostanze che le avevano spinte a pubblicare sotto mentite spoglie, con un nome ambiguo che non era sicuramente femminile ma che, in realtà, non era propriamente nemmeno maschile. La spiegazione di Charlotte dimostra la loro chiara lucidità nei confronti della situazione oppressiva che le donne vivevano all’epoca:

«La scelta ambigua degli pseudonimi è stata dettata da un consapevole scrupolo che ci ha portato a non assumere nomi inequivocabilmente maschili, senza però lasciar trapelare che fossimo donne, perché – senza sospettare all’epoca che il nostro modo di scrivere e di pensare non fosse quello che comunemente si chiama “femminile” – avevamo comunque l’impressione che le scrittrici fossero considerate con pregiudizi; avevamo notato come spesso i critici utilizzino l’arma della loro personalità per mortificarle, e per gratificarle, l’adulazione, che non è vero elogio».

Dopodiché, Charlotte si prodigò a descrivere le virtù delle sue sorelle, oltre che la sua, conscia del giudizio che avevano suscitato i loro scritti, considerati scabrosi e immorali da alcuni esponenti della società vittoriana. Aveva ben compreso che quanto scritto dalle donne veniva irrimediabilmente ricondotto ai loro comportamenti e stili di vita, e aveva voluto salvare le sue defunte sorelle da un giudizio così miope e ingiusto. In questo modo, però, rivendicava anche la facoltà delle donne di scrivere quanto sentivano e di non far giudicare i loro scritti in rapporto alle loro persone, ma come opere d’arte a sé stanti, come si faceva, naturalmente, per quelle degli scrittori uomini.

Oltre alla questione di genere, giustamente presente in gran misura in tutta la durata del libro, viene spesso portato a galla anche il tema del rapporto delle sorelle Brontë con la natura, talvolta opprimente e maligna, come il freddo vento dell’est, foriero di gravi malattie, oltre che il tema della fede e della provvidenza divina. La famiglia del reverendo era chiaramente credente, ma spesso Caso si chiede quanto le numerose tragedie familiari possano aver indebolito la loro fede in Dio.

Caso compie un’intensa ricerca storica, riuscendo a ricostruire le vicende di tre delle maggiori scrittrici di tutti i tempi, e svelando come talvolta la vita vissuta o sognata sia rifluita nei loro scritti. Cadendo raramente in paragoni un po’ stereotipati o antiquati, riesce a dare voce con chiarezza alle sorelle Brontë, oltre che alle persone che si sono rapportate con loro. La cura e l’affetto con cui vengono trattate le figure di queste tre giovani donne commuove e crea un’empatia con il loro sentire, le loro voci, gli sguardi sul mondo che le circondava.

Eleonora Mander

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