Il dolore di amare in segreto: Cinema Love di Jiaming Tang

Cinema Love, Jiaming Tang
(Edizioni e/o, 2024 — Trad. S. Montis)

Cinema Love è come un pugno in piena faccia: colpisce e fa male. A sferrarlo è Jiaming Tang, scrittore immigrato queer con residenza a Brooklyn, New York. Il romanzo è stato pubblicato in Italia nel 2024 da edizioni e/o e tradotto dall’inglese da Silvia Montis, a cui va il merito di essere riuscita a mantenere lo stile vivido, ironico e brillante dell’originale.

Se Cinema Love fosse un edificio reale, al suo interno si potrebbero individuare due sezioni: la prima dedicata all’amore segreto che pulsa dentro al Cinema dei Lavoratori a Mawei, in Cina, negli anni Settanta; la seconda relativa all’emigrazione cinese in America degli anni Ottanta. Due vani comunicanti, separati da una piccola porta di servizio, perché a cambiare continente sono molti ex avventori del cinema, ormai chiuso, vite spezzate che si rincontrano e si rimescolano nel tentativo di ricostruirsi tra le strade di Chinatown a New York.

Mawei è la città in cui molti abitanti delle campagne o dei piccoli villaggi si trasferiscono per lavorare in fabbriche di vestiti, le stesse che poi ritroviamo negli Stati Uniti. Tra i luoghi di aggregazione degli operai c’è anche il Cinema dei Lavoratori. Non di tutti gli operai, però: solo degli uomini che amano altri uomini e sono costretti a farlo di nascosto.

«Il Cinema dei Lavoratori ci permetteva di provare quello che provavano gli altri alla luce del sole. […] Quando quel giorno ci siamo incontrati, e lui ha parlato del desiderio di avere quello che avevano loro, gli altri, nel petto ho sentito spostarsi un macigno».

Uno di loro è Secondo, ripudiato dai genitori, alla ricerca di sé, spaventato dalle proprie inclinazioni, ma desideroso di amore. Vuole amare ed essere amato sopra ogni cosa. Al Cinema dei Lavoratori conosce Shun-Er, con cui intreccia una relazione, protetta dalla complicità del Proiezionista e della bigliettaia, Bao Mei, che impedisce l’accesso a mogli, sorelle, fratelli e chiunque sospetti che sotto ai rumori dei film di guerra si nasconda altro.

«Desiderava stare con un uomo, ma ogni volta che si avvicinava a qualcuno riaffioravano i ricordi. Non solo della rabbia di suo padre o dell’espressione disgustata di sua madre. […] Vuole amore – non c’è dubbio – ma la paura riemerge come un riflesso».

Shun-Er è sposato con Yan Hua, ma si tratta di un matrimonio combinato, come la maggior parte delle unioni nella Cina di quel periodo. L’amore è altrove, è nel Cinema dei Lavoratori e lì rimane intrappolato, al sicuro, anche quando il cinema chiude per una soffiata anonima che si conclude in violenze e pestaggi.

«Lì al cinema non ci si deve preoccupare delle pretese dei genitori. Delle pressioni di un padre desideroso che il figlio porti avanti la discendenza (a che pro?), di una madre ossessionata dal pensiero dei nipotini».

Con una scrittura geniale, viva, ironica ed evocativa Jiaming Tang ci guida tra le mura del Cinema dei Lavoratori, tra baci e carezze al buio, sovrastati dalle esplosioni e dagli spari proiettati sullo schermo. Ancor di più, però, lo scrittore ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio intimo dentro ai personaggi, esplorandone paure e sentimenti e offrendoci, attraverso le loro emozioni, uno schizzo a matita della società cinese degli anni Settanta.

Una condizione che per molti versi somiglia a quella attuale (non solo in Cina) e che ci racconta di persone costrette a fingere di essere altro, a diventare bugiarde pur di sopravvivere.

«Perché era sfiancante – non lo era? – vivere in un mondo in cui amare in modo sconveniente era peggio che non amare affatto. In cui una “checca” doveva mentire alla madre, al padre, alla moglie e ai figli».

Nell’universo dipinto da Tang c’è posto anche per elementi magici, come il fratello morto di Bao Mei, Hen Bao, il cui spirito aleggia nel Cinema dei Lavoratori e parla con la sorella. E trova spazio anche l’illusione di un passato diverso, nel quale il Cinema dei Lavoratori non è mai stato chiuso e nessuno è morto a causa dell’irruzione delle forze dell’ordine.

I personaggi sono sfaccettati, profondi, vivi come le parole usate per descriverli: sembra quasi di vederli alla macchina da cucire chini su un paio di pantaloni oppure nel centro commerciale di Chinatown riuniti per il dim sum o ancora affacciati alla finestra in balia dei ricordi e del dolore. Una sofferenza che il trasferimento negli Stati Uniti forse addirittura acuisce, spalancando le porte su una realtà in cui riscattarsi è un’utopia, fatta di impieghi usuranti e sottopagati, impietose agenzie interinali, datori di lavoro privi di empatia, abitazioni fatiscenti e sporche, matrimoni senza amore.

«Vent’anni dopo Secondo è ancora più incapace di tollerare il dolore. Ma visto che in America ce n’è tanto, troppo, decide di rinunciare alla realtà di qualcosa di più sicuro. I ricordi».

Ed ecco il secondo ritratto presente nel libro: l’esistenza degradante dei cinesi della prima ondata migratoria in America, la traversata rinchiusi nella stiva di un barcone illegale, gli orari e le paghe disumane, il razzismo, la povertà, la necessità di nascondersi anche lì, la nostalgia della casa a lungo disprezzata.

«Era svenuto, svegliandosi pieno di ustioni che, una volta cicatrizzate, avrebbero assunto l’aspetto di una miriade di cirripedi su viso e corpo. Ma non aveva ripreso coscienza su un letto d’ospedale: Il suo capo, preoccupato per i guadagni della giornata, di poter avere conseguenze legali per aver assunto un uomo senza permesso di soggiorno, si era limitato a farlo stendere in un magazzino».

Il romanzo di esordio di Jiaming Tang non lascia indifferenti ed è più attuale di quanto non sembri. Parla di immigrazione, integrazione, perdite, memoria, sensi di colpa. Celebra la vita queer evidenziandone anche difficoltà e sofferenze. Ci ricorda che siamo tutti responsabili delle degenerazioni sociali e che il dolore non fa sconti a nessuno. Ci costringe a prendere atto che un Cinema dei Lavoratori sarebbe ancora necessario in certi contesti. E questa forse è la parte che fa più male.

Marta Grima

Immagine in evidenza: Pixabay

Lascia un commento