Padre terra, Barbara Buoso
(Fernandel, 2024)
Padre terra, l’ultimo libro di Barbara Buoso edito da Fernandel, è ambientato in un paesino immerso nel Polesine, dove, tra i campi coltivati, sorge una casa infiammata dal rosso dei gerani che ricoprono le sue pareti. Lì, sulle sponde del fiume Adige, vivono Primo e suo figlio Giovanni, un bambino buono che, come tutti i bambini, ogni tanto commette qualche marachella: ad esempio, fa esplodere delle bombolette spray gettandole nella fogara, così da farle salire in cielo e generare un boato tanto forte da rimbombare tra le nuvole. È così che il piccolo Giovanni immagina di strappare un sorriso a Rosalba, la madre, morta dandolo alla luce, che ora se ne sta lassù ad annoiarsi tra le nuvole.
Il romanzo si apre con un miracolo avvenuto senza il favore di Dio. Il matrimonio di Primo e Rosalba era stato macchiato dal flagello dell’infertilità, che i coniugi avevano cercato di scongiurare osservando i precetti della liturgia agreste – seguendo il rito del Corpus Domini, recitando l’Erbo Divino – e quella religiosa – facendo dire messe, visitando chiese e cattedrali. Non ricevendo alcuna risposta dal Signore, umiliati dalle maldicenze della comunità e spinti dal desiderio quasi isterico di Rosalba di avere un figlio, si erano quindi affidati alla “Botanica”, una donna senza fissa dimora abituata a «tenere d’occhio la luna per dedicarsi ai mestieri quando erano più propizi.»
Grazie all’intervento della Botanica, una figura capace di interporsi tra le leggi dell’uomo e della Natura, propiziandosi il suo favore, Primo e Rosalba avevano ricevuto il prodigio di concepire un figlio. All’origine della nascita di Giovanni, dunque, ci sono due donne, presenze femminili che da ora in poi rimarranno visibili solo in trasparenza, la cui unica traccia rimane in quei gerani rossi messi da loro attorno alla casa, simbolo del patto con la natura fatto affinché portasse la vita dove non ci doveva essere. La morte di Rosalba e la scomparsa della Botanica, ritenuta dalla comunità la causa della tragedia, consegnano definitivamente il bambino alla terra degli uomini, alla cui indagine si apre tutto lo spazio narrativo, che in particolare esplora il tema della paternità.
Primo fa da padre al piccolo Giovanni riproponendo il modello tradizionale incarnato da suo padre prima di lui, trasmettendogli i saperi legati alla terra e ai cicli della natura: lo porta con sé in campagna e gli insegna a prendersi cura dei suoi frutti, gli mostra come distinguere i grani delle colture destinate alla semina. Ma Primo, a Giovanni, fa anche da madre, eseguendo quei compiti tradizionalmente associati alla sfera materna: lo allatta, lo accompagna a comprare le scarpe e i libri di scuola, gli insegna a fare la zuppa inglese. Queste categorie, il paterno e il materno, che nella società tradizionale sono a compartimenti stagni, in lui si compenetrano ridefinendo una visione di mondo alternativa a quella incarnata dagli altri uomini della comunità, che deridono Primo per aver abbandonato il suo ruolo di guida maschile.
«Così fece […] con Giovanni, cercando la dolcezza e la premura che la natura gli offriva: le nenie post poppata che Primo aveva iniziato a canticchiare per addormentarlo diventarono ben presto l’inventario naturale dei versi e dei suoni degli animali e delle colture. L’amore che il piccolo avrebbe imparato si sarebbe trasfuso in lui anche grazie all’ascolto di quell’incessante discorso che il creato fa ad ogni uomo e che spesso, presi dalla foga della vita, in molti non percepiscono più.» (pag.26)
Dal padre, Giovanni impara la lingua della cura e della fatica, quella vita quotidiana, «legata ai bisogni primari dello stare al mondo come mangiare, dormire e lavorare la terra» ; grazie a lui intuisce anche la lingua dalla madre, ritrovandola in quella della natura: il gorgheggiare delle anatre, il lamento delle lepri, il fruscio del vento. Con una visione quasi panteistica, Giovanni comunica sempre con un mondo altro – quello della natura, quello dei morti – svelandone l’interconnessione e i segreti che ci appartengono più di quanto pensiamo.
La crescita di Giovanni viene scandita dalla scoperta di nuovi linguaggi che di volta in volta gli svelano gli assetti della società in cui è immerso: una volta a scuola, ad esempio, la sua lingua pura e gentile si scontra con quella dei compagni di classe. La loro è una lingua viziata dai pregiudizi e dalle superstizioni dei genitori, di cui ripetono le maldicenze, riservando a Giovanni – come i genitori avevano riservato a Primo – parole di disprezzo per la sua diversità, a causa delle circostanze tragiche e misteriose della sua nascita.
Quello che sembra avere la meglio nel mondo degli uomini è il linguaggio della violenza, che si insinua anche nelle cose belle come l’amicizia tra Giovanni e Michele, un altro bambino evitato da tutti a scuola perché “fratello di un poco di buono”: c’è violenza negli sguardi degli uomini che scorgono quei due ragazzini mentre passano i pomeriggi insieme a rincorrersi tra i campi; c’è violenza nella decisione del padre di Michele di allontanarlo da Giovanni, mandandolo a lavorare in Grecia sotto padrone per raddrizzare quel feminéa; c’è violenza in una società in cui, per diventare adulto, a tredici anni Giovanni è costretto a sgozzare un maiale di fronte a tutta la comunità per dimostrare la condivisione dei valori della terra.
«Cosa significava essere uomini, per quelle persone che lo incitavano a tagliare la gola al maiale?» Mentre Giovanni se lo chiede, capisce cosa significhi per lui, e il rito di passaggio viene compiuto. Se Primo rappresenta l’uomo che porta sulle sue spalle il peso del ruolo a cui la società ha sempre vincolato i padri e i figli maschi dopo di loro – fertili, risoluti, che non parlano d’amore e non vanno ai funerali – Giovanni gli dimostra che quelle catene è possibile spezzarle. La libertà di Giovanni sta nella scelta di non perpetrare il linguaggio della sopraffazione, ma di praticare quello dell’armonia con il mondo che lo circonda.
Con un linguaggio ricco e pittoresco, Buoso costruisce un romanzo di formazione che, a tratti, può suonare come una fiaba appartenente a un altro tempo, forse per l’ambientazione in una comunità contadina di cui oggi rimangono pochi avamposti, o alla costruzione di un protagonista con una sensibilità fuori dall’ordinario. Comunque sia, è piacevole la sensazione, alla lettura, di ritrovare una sorta di familiarità, una specie di nostalgia per quel mondo arcaico, lontano e vicino allo stesso tempo. Abbiamo forse bisogno di un rinnovato contatto con la natura? Probabilmente sì. Ma, soprattutto, abbiamo realmente bisogno di poter immaginare un diverso ruolo dell’uomo nel mondo; una identità alternativa a quella tramandata di padre in figlio, nei secoli dei secoli. Amen.
Beatrice Palmieri
