Spettri diavoli cristi noi, Riccardo Ielmini
(NEO, 2025)
Spettri diavoli cristi noi di Riccardo Ielmini è il romanzo vincitore della prima edizione del Premio di narrativa Neo Edizioni, svettato sulle centinaia di manoscritti pervenuti.
A imporlo nella memoria di chi legge fin dalle primissime righe sono senz’altro le brusche maniere della voce narrante, che alterna toni passionali, furibondi, rissosi, a mansuete confessioni e cedimenti della nostalgia.
La storia raccontata nel romanzo è tripartita: La Confraternita, Diaspora e Il ritorno della Confraternita sono i tre atti durante i quali s’assiste alle scorribande di un gruppo di amici – rincorsi dall’occhio di bue dalla narrazione fin dalla preadolescenza – in un luogo a metà tra il mito e la leggenda popolare che «pomposamente» ribattezzano “La Contea”.
La voce narrante appartiene a uno dei ragazzi della Confraternita, che sceglierà di non allontanarsi mai dalla Contea e che, pertanto, è testimone di tutte le partenze, gli addii e i ritorni. Attorno a lui si muove un brulicame di personaggi che non hanno né l’impalpabilità di comparse, né il ruolo subordinato di attori secondari: a tutti il narratore dedica un certo spazio e una caratterizzazione a tre dimensioni, scavando nel loro passato. A partire dall’osservazione di ciò che son diventati, racconta quello che li ha resi chi sono, senza superflui psicologismi, ma dando sfogo alla verve di un cantastorie che lascia scorrere in mille rivoli il suo racconto dall’andamento fluviale.
In numerosissime parti del testo, fin dal suo incipit, s’infiltrano i diversi nomi del Diavolo, con la sua presenza prepotente e ubiqua:
[…] e via, quindi, sempre fate attenzione, tesori nostro sangue, dicevano le vecchie, che il diavolo esiste, che esistono sciami di diavoli come calabroni impazziti e rabbiosi che vorticano e depongono il Male, e poi via verso altri luoghi, esistono uomini e donne che il Ciapìn acchiappa come polli in un sacco, e il loro malvagio principio è la loro terribile fine di guaiti e latrati. (pp. 11-12)
Le si potrebbe intendere come reviviscenze di un folklore popolare. E però si badi bene: se nel significato di termine folklore s’abbraccia indistintamente tutto il tronco di una tradizione popolare, fatta di rituali sempre uguali, immutabili espressioni proverbiali, superstizioni e leggende, tramandate perlopiù dalle ‘vecchie’ del luogo tramite il chiacchiericcio dell’oralità, Ielmini ha sì attinto a quel patrimonio, ma immaginando di mescolarlo con il dubbio che il Diavolo, il Male, l’Altissimo (quello dispotico e temibile dell’Antico Testamento) assumano fattezze molto più mondane e terrene, specie nello sguardo di un ragazzo.
L’Altissimo è imperscrutabile, dicevano le vecchie dal fondo delle loro teologie zuppe di superstizioni e riti pseudomagici, e noi eravamo animule troppo educati per metterci a caccia delle cose segrete. (p. 30)
O ancora, a proposito di un Masso confitto nel bosco, dove un vecchio matto siede sempre:
Il Masso non era il deposito di un ghiacciaio: il bianco purissimo non può partorire il male. Il Masso era uno spuntone di Inferno emerso da sotto, l’eruzione di una piaga del Maligno, e il vecchio lo presidiava, lo sorvegliava come un esorcismo, perché lui sì, veniva dal mondo di sopra, lui e tutti gli altri che vagabondavano nei boschi, i poveri cristi sperduti, le puttane, i tossici di eroina e compagnia bella, e invece io, e noi, avevamo paura di loro come avevamo paura del Diavolo, perché fa paura anche se l’Arcangelo Santo Michele si stacca dal suo affresco e ti attende seduto sul ceppo di un castagno troncato. Fa paura anche il bene. (pp. 35-36)
Non si tratta più, quindi, dei diavoli evocati dalle vecchie del paese, e che facevano da spauracchio per bambini e bambine esposti a quelle leggende.
Contro la consistenza fumosa e mitica di quegli spettri, il narratore pare accorgersi progressivamente dell’infestazione di un male ben più terreno, le cui manifestazioni sono traffici clandestini di droga, armi da fuoco, vendette sanguinarie che pure hanno fatto la propria irruzione nella Contea.
Da un lato, si potrebbe rubricare gli eventi in cui il protagonista finalmente vede il Diavolo in azione – e non più soltanto il Belzebù allegorico delle leggende – come fatti di cronaca nera. Eppure la Contea pare essere isolata, autarchica: le notizie non hanno risalto perché appaiono sul giornale locale, ma perché rimbalzano di bocca in bocca, divenendo di dominio comune.
Pur quando certi personaggi si allontanano dal paese natìo, la loro stessa esistenza nella storia si fa caliginosa e sospesa: come se davvero non esistesse null’altro se non questo spicchio di mondo che non solo non si lascia penetrare dall’esterno, ma addirittura abolisce ogni orizzonte.
Toccanti e malinconici i passaggi in cui il narratore si rassegna al passare del tempo, al finire delle cose e all’immobilità nella sua scelta di rimanere:
Poi sono passati gli anni. Tutto si è modificato ed è uscito dal medioevo della nostra gioventù: sono naufragate le magnifiche giostre di guerra fra armate di rossi e stelle&strisce, chiuse le disfide DC e PCI, giù la serranda sulle tenzoni fra ragazzi perbene e tossici, ed è subentrata l’età moderna della brodaglia liquida in cui sono identici tutto e il contrario di tutto, l’era delle menzogne virtuali e molte altre vanità di vanità, soffio di soffio. Anche la mia ghenga ha patito i segni del tempo e si è dibattuta: qualcuno ha rapinato e scialato carne a Cap d’Agde, qualcuno ha oscillato fra stenti e lussi, qualcuno ha continuato a struggersi al baluginio di desideri e santità. Io sono rimasto qui, nel mio qui di slanci tiepidi, meraviglie intermittenti e malinconie sanguinanti. Ho ancora i miei desideri, e mi faccio scuotere. (p. 38)
Come si intuisce da queste citazioni, la lingua dell’autore prende in mano le cose del mondo (esterno, ma anche quello interiore del protagonista, che sobbolliva in gioventù e si mitiga progressivamente lungo la strada), le sbatte violentemente sulla pagina, lascia che schizzino, macchino, esplodano.
Se da una parte l’intreccio non risalta per originalità, si può invece rotolarsi gioiosamente nel come a questa trama viene data vita: lo stile di Ielmini procede a fiotti e zampilli dalla forza trascinante, ed è difficile liberarsi dall’amarezza accorata delle creature di cui racconta.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/suora-preghiera-fede-cristiano-2662167/)

