Piccole Morti, Ivana Stajko
(Voland, 2024 – trad. E. Copetti)
Piccole morti di Ivana Sajko inizia con un inciampo, un narratore-protagonista, uno scrittore fallito che inizia a narrare la storia del suo viaggio in treno attraverso l’Europa centrale, dai Balcani a Berlino, e che dopo poche righe ci svela che – proprio nel momento stesso in cui sta viaggiando – apre il taccuino per iniziare a raccontarsi:
«Comincio a scrivere in treno, in viaggio dal punto A al punto B, da una piccola località sul litorale a Berlino, dal finestrino fisso i resti della città […] apro il taccuino, ma non ho una risposta, scrivo “in viaggio dal punto A al punto B, da una piccola località sul litorale a Berlino, dal finestrino fisso i resti della città»
(p. 9)
Una scrittura, quella del narratore, che per sua dichiarazione è uno scavo, un «girare nei meandri di ciò che fa più male», un ritorno continuo alla noia, alla depressione, alle sbornie, e al loro essere collegate l’una alle altre. Una scrittura monologica e labirintica viene a delinearsi nelle pagine, una scrittura che guarda al teatro e alla performance attoriale, con lunghi capitoli paratattici, che vanno ritmati con attenzione e cura dal lettore per non perdersi all’interno degli intrichi abilmente costruiti dalla scrittrice.
Ogni capitolo, infatti, è un monologo a sé stante, un percorso a ritroso – sebbene non sempre lineare – nei ricordi del narratore. Le piccole morti che danno il titolo al romanzo altro non sono che scene intime, di rapporti famigliari e relazionali, inserite in una cornice storica più grande: tramite il racconto dei propri «piccoli» drammi – eventi privati, comuni, talvolta anche banali – Ivana Sajko ripercorre grazie al suo narratore la storia dei Balcani, e dell’Europa, dal secondo Novecento alla contemporaneità.
Il viaggio che compie il narratore si intreccia con quello compiuto dalla madre durante la sua infanzia, una storia di migrazione, un viaggio compiuto per trovare lavoro in Germania, lasciando i figli con la nonna, la scelta di allontanarsi dai propri affetti per cercare di migliorare la propria condizione economica, il tornare di anno in anno con regali per colmare la distanza genitore-figlio: «quanto a noi, saremmo stati più felici se non se ne fosse mai andata, anche a costo di dover rinunciare alla Mercedes telecomandata, ma nessuno aveva chiesto il nostro parere» (p. 70).
Tra i ricordi si affaccia poi la guerra dei Balcani, il breve ricongiungimento telefonico con il padre, allontanato dalla madre anni prima, che cercava di contattare la propria amante, una donna musulmana, diventata – nella propaganda – improvvisamente parte della fazione nemica:
«Quando la guerra […] raggiunse la sua città sul fiume, le donne musulmane furono violentate sistematicamente, chiuse in casa e bruciate insieme ai bambini, oppure portate nell’hotel […] e lì torturate a morte, quelle che non vennero uccise si uccisero da sole, quelle che non si uccisero da sole raccontarono quello che avevano visto, era qualcosa di inascoltabile» (p. 74)
E come evento intimo è vissuto anche il Covid, che con le conseguenti regole di distanza sociale e isolamento si fa indicatore del fallimento della relazione del narratore – che è il motivo per cui il viaggio verso Berlino inizia:
«la peste era la nostra misura interiore, e quando poi divise anche il resto del mondo, il nostro paio di metri di frattura interpersonale divenne uno standard, […] i gesti con cui fino ad allora ci eravamo feriti divennero i gesti con cui improvvisamente ci salvavamo» (p. 78)
Un merito del libro è mantenere sempre la focalizzazione sull’intimità, l’accennare agli eventi esterni in modo indefinito, cercando le ripercussioni a livello individuale ed evitando la cronaca, la ricostruzione storica, le interpretazioni. La rassegnazione del narratore davanti all’inevitabilità della Storia è quella di ogni individuo, che all’interno di una cornice globale conduce la propria piccola esistenza, dovendosi adeguare e rispondendo al mondo in cui si svolge. Ogni individuo esiste, ha una propria vita, una questione privata che non sarà mai di interesse comune, e non per questo è meno importante degli eventi collettivi: ognuno è partito «perché doveva», e dopo ogni partenza «ciascuno si stringe in maniera spasmodica a ciò che lascia dietro di sé e ciascuno merita la propria fotografia» (p. 86).
Ivana Sajko riesce a racchiudere in un romanzo breve una grande densità emotiva, un personaggio che vive la sua piccola esistenza subendo la Storia e il mondo che lo circonda, una vita che si sposta a causa del fallimento e della rassegnazione, cercando – e forse trovando – nella quotidianità il proprio obiettivo, la propria consolazione.
Enrico Bormida
(immagine in copertina: Unknown Author, First Balkan War, 1912 – 1913, Central State Archive Sophia, Fonds: 3K “Монархически институт”, Inventory: 7, Archival unit: 411 „Албум със снимки с военно исторически характер от Балканската война.“, Sheet no.: 67).

