Il detective sonnambulo, intervista a Vanni Santoni

Qualche settimana fa è uscito Il detective sonnambulo (Mondadori) il nuovo romanzo di Vanni Santoni.

Il protagonista è Martino, universitario italiano eternamente fuoricorso, che si innamora a Parigi di Johanna, giovane attraente ma imprevedibile, tanto che di frequente sparisce per giorni. Proprio da una di queste scomparse inizia la ricerca ossessiva di Martino che lo porterá a Berlino, a Davos, a Venezia e nell’deserto di Atacama, tra arte contemporanea, criptovalute, l’anarchica Tanya e il misterioso miliardario Manfredi Contini Della Torre. Abbiamo parlato di questo universo letterario con il suo autore Vanni Santoni.

In questo romanzo, rispetto ad altri, il collegamento con il tuo universo letterario mi è sembrato un po’ più flebile, seppure il lettore attento possa comunque notare i riferimenti. È una casualità o una scelta precisa? Quest’opera richiedeva forse uno spazio di autonomia piú ampio?

Il Detective sonnambulo ha quattro protagonisti tutti nuovi: non c’è, dunque, un legame “stretto”, definito dalla ricomparsa di qualche personaggio, come quello che unisce Dilaga ovunque con I fratelli Michelangelo (Cristiana Michelangelo è protagonista unica del primo e tra i protagonisti del secondo), La verità su tutto con Muro di casse (Cleopatra Mancini tra i protagonisti di entrambi) o ancora La stanza profonda e lo stesso Muro di casse con Gli interessi in comune (Iacopo Gori e il “Paride” dal mio primo romanzo finiscono tra i protagonisti dei due romanzi-saggio). Qua, al di là di microscopici rimandi sparsi in giro, il vero collegamento con la mia continuity è di quelli “per solutori più che abili”: chi ha letto La verità su tutto potrebbe ricordare che a un certo punto Cleopatra, ormai trasfigurata in Shakti Devi, riceve un consistente finanziamento per la sua comunità mistica da una misteriosa Pomegranade Foundation. Nel Detective sonnambulo il lettore andrà a conoscere molto da vicino il suo fondatore.

Ciò detto, credo che le cose stiano come dici tu: questo romanzo, giocando con generi diversi dai miei soliti e trattando temi che finora non avevo affrontato, aveva bisogno di un cast tutto nuovo: del resto mi era già accaduto coi Fratelli Michelangelo, da cui poi sono gemmate altre connessioni1; e non è da escludere che il rizoma si espanda anche dal Detective sonnambulo con connessioni più puramente narrative: durante una presentazione
qualcuno ha chiesto scherzando se alla Biennale di Venezia del 2028 l’Italia avrebbe portato Cristiana Michelangelo o Johanna Ottolenghi, e… sai che non è uno spunto da buttare?

Nei tuoi libri descrivi spesso delle nicchie: graffiti, cultura rave, giochi da tavolo… Anche qui ruota tutto attorno a un tema, le criptovalute, che magari era ancora una nicchia cinque o sei anni fa. Oggi è decisamente un fenomeno popolare. Alle origini era perfino una nicchia capace di dialogare con altre, come quella dell’anarchismo, come descrivi bene nel romanzo. Di quali altre nicchie interessanti è fatto il nostro contemporaneo, quali potrebbero smettere di essere delle nicchie nel breve futuro?

Non c’è dubbio che da quando nel “crypto game” sono entrati i grandi fondi finanziari, le banche e i venture capitalist di lungo corso, tutto sia cambiato. A me però interessava la fase precedente, quella di nicchia piena, quella in cui c’è stato il salto di valore più clamoroso: quella in cui gente che aveva portafogli di qualche migliaio di euro – e che non veniva dal mondo della finanza: magari vendeva carte Pokémon, o aveva un piccolo traffico di sostanze sul dark web, o semplicemente credeva nel sogno pirata di creare un sistema finanziario alternativo – si è ritrovata ricchissima. Manfredi Contini della Torre è uno di loro. Va detto che quello delle criptovalute e del mondo che ci gira attorno è solo uno dei tanti temi toccati dal detective sonnambulo, e se Manfredi porta nel romanzo le “crypto”, Tanya porta appunto l’anarchia o quel che ne rimane, Johanna l’arte, ecc.; se vogliamo trovare un tema davvero portante in questo romanzo credo che sia il rapporto tra azione individuale e processi storici. E forse anche la questione del “creare comunità”: in questo, Il detective sonnambulo ha finito per essere più imparentato con La verità su tutto di quanto pensassi mentre lo scrivevo.

I soldi sono davvero qualcosa di completamente irrazionale e assurdo come sostiene a un certo punto Manfredi?

Non credo che spetti all’autore sentenziare sulle posizioni dei suoi personaggi. Lasciamo parlare lui – è possibile anche senza aprire il volume, grazie a questo estratto pubblicato da “Le parole e le cose” – e che il lettore si faccia la sua idea.

Nel libro scrivi:
«ma andare in giro per Berlino era diverso, c’erano un sacco di edifici in costruzione, come se ci fosse fretta di riempire chissà che terrain vague, e non la città che si riproduceva frattale come a Parigi; non dava l’idea di una promessa da troppo tempo mantenuta e per questo marcia, ma di una possibilità concreta che sfuggiva, che stava sfuggendo… E di certo non avevo l’impressione di perdermi in un labirinto, quanto di aggirarmi in un sogno in dismissione, in cui non ci si poteva veramente perdere perché erano più gli spazi vuoti di quelli pieni…»


Il detective sonnambulo è un romanzo in cui le cittá sono protagoniste: Parigi, Berlino, ma anche Venezia o Davos, tutte hanno un’identità precisa, strutturata fra l’immaginario e la realtá contemporanea. Vedi un futuro in cui queste identità si conservano o tutte le cittá sono destinate alla gentrificazione e turifisticazione massicce? Sapendo quello che significa per te una cittá come Firenze, e vedendo quello che le sta succedendo rispetto al turismo, ti sarai fatto un’idea in merito.

Buona parte del Detective sonnambulo è stata scritta a Parigi, e deve alla Parigi contemporanea buona parte della sua atmosfera iniziale: tesa, plumbea, un filo enigmatica e piena di tensione. Anche per questo ho scelto con sicurezza la copertina che è andata in stampa, tra varie altre pur valide proposte dell’ufficio grafico.

Per spiegare rapidamente come sia cambiata Parigi negli ultimi vent’anni a chi non ci ha mai vissuto dico che si è “londrificata”: aumento spropositato del costo della vita a cominciare dagli affitti, sempre più gente che ci viene solo per far carriera o soldi (e se ne va quando li ha fatti, oppure viene sputata fuoi se non ci è riuscita), mentalità sempre più incentrata sul lavoro, overtime, stress… Ma anche tanto conflitto sociale vivo, come si è visto per le grandi manifestazioni contro l’aumento dell’età pensionabile, o contro la negazione del risultato elettorale operata da Macron, che oggi governa col tacito appoggio dell’estrema destra.

A Parigi ho poi accostato Berlino, che per la mia generazione è stata a lungo una terra promessa, la città diversa dalle altre, quella in cui potevi trovare te stesso (o almeno far serata ogni notte) perché gli affitti costavano pochissimo e con un part-time ti restava pure tempo per vivere… Un altro mondo che sta finendo, anche se il processo di “londrificazione” è più indietro rispetto a Parigi. Poi ci sono Davos e Venezia, ed esse pure raccontano, in modo differente, l’ipercontemporaneo. A Davos c’è il World Economic Forum (e lì Martino & Tanya tenteranno a un certo punto di infiltrarsi), cosa che non richiede troppi altri commenti; Venezia può sembrare l’eccezione, visto che la associamo inevitabilmente al suo glorioso passato, ma in realtà, come città da cui gli abitanti sono stati espulsi in favore di turisti (nelle casette) e super-ricchi e fondazioni facenti capo al grande capitale (nei palazzi), non è forse ipermoderna? È anche una delle città maggiormente minacciate dal cambiamento climatico… Poi, rispetto alle quattro città, c’è tutto un discorso che è stato definito psicogeografico, e che è stato raccontato davvero bene da Manuela Mazzi in questo articolo uscito in occasione della presentazione del romanzo al Monte Verità, luogo peraltro presente nel testo.

I grandi gesti smuovono la storia?

Qua non posso che rimandare alla lettura del romanzo, visto che è uno dei suoi temi chiave… Anche se dubito che si avrà una risposta, visto che non l’ha data neanche Guerra e pace. Ma pure questo va bene: in fondo, lo scopo dei romanzi è fare ulteriori domande, non dare risposte.

In questo romanzo, come in tutte le tue opere, lasci ampio spazio alla descrizione dell’esperienza delle sostanze, tanto in solitaria come in una dimensione collettiva. Anche se siamo nel pieno del cosiddetto “Rinascimento psichedelico”, ho un po’ l’impressione che la discussione in merito si riferisca soprattutto a una sfera sociale ed economica alta. Mentre il consumo povero è ancora confinato a un discorso che ruota attorno al tema del degrado. Le sostanze possono essere viste come un altro fronte della lotta di classe, o appartengono completamente a un campo che eccede le differenze sociali?

Questo discorso può essere affrontato solo dividendo il campo tra psichedelici e altre sostanze. In effetti è già per più d’un verso illegittimo includere gli psichedelici tra le “droghe”, visto che non danno dipendenza, sono per lo più atossici e hanno un effetto singolare, che dipende dalle condizioni interiori del soggetto e dal contesto esterno anche più che dal dosaggio o dalla molecola in sé. Quello che penso del Rinascimento psichedelico – e delle sfide che porrà in futuro – l’ho scritto in un pamphlet uscito nei Quanti Einaudi non molto tempo fa e rimando a esso chi fosse interessato ad approfondire la mia posizione (e a chi volesse approfondire il tema in generale consiglio tre libri: Come cambiare la tua mente di Michael Pollan, Terapie psichedeliche di Adriana D’Arienzo e Giorgio Samorini e La scommessa psichedelica a cura Federico Di Vita, che ha anche un bel podcast sull’argomento). Quello che possiamo dire in questa sede è che la dicotomia di classe che suggerisci è frutto della fallace inclusione degli psichedelici tra le “droghe”, frutto del giro di vite proibizionista di Nixon: a causare problemi sociali, ieri come oggi, sono sostanze come eroina, alcol, crack, barbiturici, oppioidi sintetici, eccetera, quelle che sommariamente possiamo riassumere in “droghe pesanti”; non certo gli psichedelici che hanno peraltro una storia d’uso completamente differente e per lo più aproblematica, fatti salvi i problemi derivanti proprio dalla loro proibizione.

In questo momento sui giornali si parla spesso dell’uso di psichedelici in terapia (contro ansia e depressione, ma anche cefalea a grappolo o disordine da streess post-traumetico), del microdosing in voga nella Silicon Valley per “aumentare la produttività” o ancora del “turismo sciamanico” (evidentemente costoso visto che prevede voli intercontinentali) verso l’Amazzonia, ma dietro a tutto ciò esiste ed è sempre esistito, almeno dagli anni ’60, un uso popolare di massa a scopo ricreativo, spirituale e di ricerca interiore, che è poi quello a cui si fa riferimento nei miei romanzi. In particolare, nel Detective sonnambulo, gli psichedelici (e le vasche di deprivazione sensoriale, loro parenti) entrano in scena a metà romanzo, in un rilevante punto di cesura della vicenda, che corrisponde a una serie di prese di coscienza da parte di Martino. I quattro protagonisti vanno a un grosso festival organizzato dalla rete dei collettivi berlinesi, e Martino, che in fondo passa da un innamoramento all’altro – la vicenda comincia col suo pazzo amore per Johanna, poi cercandola si innamora un po’ anche di Tanya, e infine subisce in modo fatale pure il fascino di Manfredi – si lascia convincere da quest’ultimo ad assumere un assurdo mix di psichedelici da lui preparato. Non sto a raccontare qui cosa succede, ma il motivo per cui la psichedelia è entrata in questa storia ha molto a che fare con la sua genesi. Spesso, nel dibattito attorno al Rinascimento psichedelico, ci si chiede se LSD (e i suoi fratelli psilocibina, mescalina e DMT) potranno in futuro avere lo stesso ruolo di acceleratori sociali in senso progressista che ebbero negli anni ’60, o se tale effetto era da ascrivere a un contesto già fortemente indirizzato in tale direzione – e gli psichedelici sarebbero allora un acceleratore generico. Domanda non oziosa, che riporta al macrotema che sottostà al romanzo: possono gli individui (o i singoli movimenti) influenzare la Storia, o è sempre la Storia, in fondo, a determinarli?

Il titolo omaggia chiaramente Bolaño. Cosa avrebbero pensato, l’uno dell’altro, Juan García Madero e Martino Suckert? E cosa avrebbe pensato il poeta messicano di Manfredi Contini della Torre?

Troppa differenza di età – per quanto Martino Suckert sia giovane, García Madero è proprio un adolescente avendo diciassette anni – e di contesto: penso che non si sarebbero semplicemente interessati l’uno all’altro. E credo che García Madero avrebbe detestato Manfredi. Però probabilmente si sarebbe innamorato pure lui di Johanna.

Nel romanzo i fumetti hanno un ruolo centrale. Non solo per i richiami narrativi che ci sono nel testo, ma anche nella struttura stessa dell’opera. Mi pare evidente che la scrittura di alcuni personaggi o alcune scene sia influenzata tanto da Watchmen e One Piece quanto da classici della letteratura contemporanea come DeLillo o lo stesso Bolaño. Come se la passa il fumetto, soprattutto quello piú popolare, americano o giapponese, nel mondo della letteratura? Soffre ancora delle diffidenze?

Non c’è dubbio, del resto uno dei “piani” di Manfredi è apertamente ispirato a quello dell’Ozymandias di Watchmen, e si possono aggiungere altri debiti, dal Naruto di Masashi Kishimoto che è finito persino in esergo, al 100 bullets di Azzarello & Rizzo, omaggiato in una scena particolarmente “action”… È dai tempi di Terra ignota e L’impero del sogno che lavoro sull’integrazione in letteratura di elementi che vengono dal fumetto di marca shōnen, e sono e sarò sempre debitore al massimo fumettista italiano, Andrea Pazienza, per come mi ha insegnato a usare la lingua… Ma la lista dei fumetti che mi hanno influenzato è molto lunga, ad esempio Berserk di Kentaro Miura continua a ispirarmi ben oltre le mie incursioni nel fantasy, per tacere di quanto mi ha insegnato Takehiko Inoue sulla gestione dei personaggi… Che tanti non considerino il fumetto un’arte al pari delle altre è cosa nota, ma è
ormai una posizione talmente risibile che non merita neanche di essere contestata o commentata.

Il romanzo subisce alcuni cambiamenti di contesto e ambientazione, forse anche di genere. Inizia quasi come un poema cavalleresco con il protagonista che, come Orlando, perde il senno per l’amata. Sperimenta sfumature spy, con l’entrata in scena di Tanya e con lo spettro di Manfredi che aleggia sulla storia. Da un certo punto in poi diventa quasi “grafico” con i conflitti che scendono al livello di una vera e propria lotta fisica fra i personaggi. Il tutto passando per la narrazione visionaria e allucinata a cui abbiamo già accennato. Tutto questo mix è, almeno in una certa misura, ragionato prima, o viene fuori tutto scrivendo? Piú in generale: quanto pianifichi i tuoi romanzi?

Quando scrivo un romanzo “puro”, come questo, La verità su tutto, I fratelli Michelangelo o Gli interessi in comune, non pianifico niente: comincio a scrivere inseguendo una singola scena o immagine o personaggio – nel caso del Detective sonnambulo le immagini erano due, del tutto scollegate: un tizio che girava per un mercatino delle pulci d’umor cupo, e degli NCC che attraversavano il deserto di Atacama, in Cile – e solo quando ho tirato giù un centinaio di migliaia di battute comincio a riflettere su quali sono i temi che sto andando a toccare, i generi che (come in questo caso) finirò a ibridare, eccetera. A quel punto faccio un sacco di schemi, diagrammi, riflessioni su carta – per questo romanzo ho riempito quattro quadernoni –, mentre la scrittura diventa più lenta ma anche più focalizzata. Quando invece lavoro a un romanzo-saggio come Muro di casse, La stanza profonda o Dilaga ovunque, studio molto l’argomento prima e via via che accumulo materiali teorici mi chiedo come possano andare a innervare scene narrative, quindi c’è più preparazione prima e anche un po’ di “scaletta”, ma la verità è che le idee migliori, quelle che danno al romanzo la sua vera forma, la sua vera atmosfera e i suoi veri temi, emergono sempre mentre uno sta scrivendo.

Giuseppe Vignanello

In evidenza una foto del palazzo che compare nella copertina del romanzo, concessa dall’autore

Foto dell’autore concessa dall’autore stesso

  1. se qualche solutore addirittura abilissimo facesse notare che Cristiana Michelangelo appare, bambina, anche nella Stanza profonda, che è uscito due anni prima dei Fratelli Michelangelo, ciò è stato reso possibile dal fatto che mentre scrivevo il primo stavo già lavorando al secondo, che ebbe sette anni di gestazione. ↩︎

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