“La verità su tutto”: intervista a Vanni Santoni

Da gennaio è in libreria La verità su tutto (Mondadori), ultimo romanzo di Vanni Santoni, autore prolifico e sfaccettato che è già comparso più volte tra le righe del Rifugio dell’Ircocervo: qualche anno fa abbiamo chiacchierato con lui delle strategie più efficaci per esordire. Autore di numerosi romanzi e saggi per diverse case editrici, Santoni è stato candidato al Premio Strega con La stanza profonda (Laterza) nel 2017.

La verità su tutto racchiude alcuni dei temi ricorrenti dell’opera di Santoni: la cultura rave, la psichedelia, la filosofia orientale. Il romanzo è strutturato come un monologo-fiume della protagonista Cleopatra Mancini: tramite l’espediente narrativo dell’intervista, la donna ripercorre le tappe che l’hanno portata a trasformarsi da sociologa materialista fiorentina nel punto di riferimento di una vastissima comunità spirituale e visionaria con fedeli in tutto il mondo. Il romanzo è stato presentato alla LXXVI Edizione del Premio Strega da Edoardo Nesi. Abbiamo avuto l’occasione di chiacchierarne con l’autore.

Partiamo dalla protagonista: i tuoi lettori più attenti riconosceranno in Cleopatra un personaggio già apparso in un’altra tua opera, Muro di casse (Laterza, 2015). Com’è nata l’idea di dedicarle un intero romanzo?

La figura di Cleopatra Mancini nasce con Muro di casse, romanzo-saggio uscito per Laterza nel 2015 dedicato alla cultura rave. Dovendo raccontare un fenomeno stratificato e multiforme, anche nelle tipologie di fruizione, come i free party, decisi di scorporarlo in tre suoi aspetti: quello edonistico, legato al piano fisico; quello politico e contestatario, legato al piano intellettuale; quello ritualistico, legato al piano spirituale. Decisi di assegnare un personaggio a ciascun aspetto: la voce narrante avrebbe dialogato con queste tre figure, esplorando i vari aspetti di tale sottocultura. A Cleopatra Mancini, sociologa dell’Università di Firenze già coinvolta nell’organizzazione di alcuni storici rave (reali) come la “72 ore di resistenza”, spettava il secondo piano. Si trattava dunque, nelle mie prime intenzioni, di un “personaggio-funzione”: Cleo nasceva anzitutto per permettermi di inserire nel libro una serie di citazioni sociologiche mirate senza rendere pedante la narrazione. Ritenevo che sarebbe finita lì. Mi sbagliavo. Proprio mentre davo alle stampe Muro di casse, da minimum fax mi chiesero un racconto per un’antologia, L’età della febbre, dedicata a quelli che a loro avviso erano i migliori autori italiani under-40 del momento. Io non sono un grande scrittore di racconti, ma l’occasione era importante, così mi misi al lavoro: in quel momento stavo elaborando il lutto della fine di una relazione molto lunga e nacque così il racconto Emma & Cleo, dove Cleopatra Mancini era quasi un alter-ego… Sarebbe cambiata, perché quando mi ha imposto (con la forza: chi ha letto La verità su tutto sa che è pure un po’ manesca) di  renderla protagonista di un romanzo, ho cominciato a lavorare sulla sua vita passata e questo mi ha permesso di distanziarla sempre di più da me. Credo che il motivo per cui ho scelto di mettere un personaggio come lei al centro di un romanzo sulla ricerca spirituale sia prettamente narrativo: la sua posizione marxista, da materialista storica, era quanto di più distante si potesse immaginare da quella di una santona, e quindi il suo arco di trasformazione sarebbe stato narrativamente più interessante. Poi, scrivendo, mi sono accorto di altri aspetti che la rendevano adatta: la dottrina che va a fondare nella quinta parte del romanzo ha infatti come fulcro teorico centrale il tantrismo, una corrente spirituale in cui la Shakti, l’energia femminile, è centrale, e in cui le donne avevano diritto a essere guru al pari degli uomini.

È  interessante che oltre ai personaggi già apparsi in altre tue opere compaiano qui anche i testi stessi in quanto oggetti narrativi, come ad esempio il libro arancione sulle feste di V. che altro non è che Muro di casse. Tendi a concepire la tua opera completa come un organismo che non solo rappresenta la realtà, ma la abita, o si tratta più di semplici easter eggs regalati al lettore più fedele?

Ho cominciato a comporre in una rete unica tutti i miei romanzi proprio con Muro di casse: quando mi posi la questione di come disegnare il personaggio a cui sarebbe stato attribuito, invece, il piano edonistico/fisico, pensai che occorreva qualcuno abbastanza scanzonato, godereccio, che avesse vissuto l’epopea rave come semplice frequentatore, e che fosse allo stesso tempo abbastanza lucido da far considerazioni sensate… A quel punto mi dissi: Aspetta, ma tu un personaggio così lo hai già, è Iacopo Gori degli Interessi in comune (il mio primo romanzo, N.d.A.)! Così presi Iacopo, lo invecchiai di dieci anni e lo misi in Muro di casse. La si sarebbe potuta dire una scelta pratica, come certi registi che usano sempre gli stessi attori, se non addirittura pigra: in realtà, appena la operai, accadde qualcosa di potente, che potremmo dire alchemico: d’un tratto Gli interessi in comune e Muro di casse erano inscindibilmente fusi assieme.
Trovai che questa soluzione avesse un potenziale interessante, così ripetei, stavolta in piena coscienza, l’esperimento, quando due anni più tardi scrissi La stanza profonda, riprendendo il personaggio del Paride e cominciando a seminare anche indizi per futuro: alcuni lettori attenti hanno notato che nel gruppo di ragazzini che sperimenta Dungeons & Dragons assieme al protagonista/voce narrante, figura anche una certa Cristiana Michelangelo… Da lì questo approccio è diventato prassi, e credo risponda a entrambe le esigenze che citi: da un lato mi ha permesso di creare una sola macro-opera, che si struttura come nell’immagine (le voci “SSM” e “999”, non incluse in legenda, riguardano libri ancora in lavorazione), dall’altro, appunto, fornisce ai lettori affezionati livelli ulteriori di lettura, anche se i singoli romanzi restano del tutto autoconclusivi. Chi è interessato può trovare ulteriori approfondimenti in questo pezzo.



Quando Cleopatra comincia ad occuparsi del problema del male, la sua ricerca parte dalla narrativa: tra i titoli a cui si avvicina è possibile riconoscere molti testi che tu stesso consigli nei tuoi corsi di scrittura. È possibile, secondo te, trovare nella letteratura La verità su tutto?

Direi che la risposta sta già nel fatto che questo approccio viene liquidato da Cleo già nella seconda parte, su sei del romanzo. È inevitabile e del tutto naturale, che un’intellettuale materialista come Cleopatra Mancini, di fronte al sopravvenire di un problema, vada per prima cosa a cercare risposte nei libri. E qualcosa troverà anche, ma la mistica è prassi, non teoria. Tuttavia è vero che, per ciò che concerne il problema del male, la letteratura, in particolare nel Novecento, ha saputo dare risposte non inferiori a quelle della filosofia, anzi.

La verità su tutto è un romanzo molto denso di contenuti filosofici: quando Cleopatra attraversa la fase teorica della sua formazione la lettura richiede un necessario sforzo riflessivo. Al contempo, la storia mantiene un ritmo scanzonato, che diventa quasi quello di un romanzo d’avventura quando la protagonista attraversa la fase pratica della sua rinascita spirituale. Come hai lavorato per bilanciare questi due aspetti?

È chiaro che un libro con così tanta teoresi e così tanti rimandi “alti”, anche su temi ben poco noti al pubblico come il tantrismo, il non-dualismo o l’esicasmo, aveva bisogno di essere equilibrato con una storia dinamica, personaggi frizzanti e un certo grado di leggerezza (nel senso calviniano del termine, sia chiaro) e, sì, la parte centrale, quando Cleo visita le più variegate comunità spirituali, è un po’ “docufiction” e un po’ romanzo picaresco. Si noterà anche che la parte concettualmente più decisiva del libro, quella che si svolge al Paradisino, è anche quella col taglio maggiormente da commedia. Può sembrare un paradosso, ma la letteratura legata allo zen ci insegna (oltre all’importanza dei paradossi) che spiritualità e humour non sono necessariamente antitetici.
La risposta al “come” è semplice (da dire; meno da fare): attraverso tanto, tanto, tanto, tanto lavoro, non solo nella scrittura ma anche nella revisione, che ha comportato più di cento pagine di tagli (e successive ricuciture e riorganizzazioni).

Il romanzo contiene vivide e approfondite descrizioni di alcuni ecovillaggi e comunità autonome che ricordano realtà realmente esistenti in alcune zone d’Italia. Qual è stata la tua esperienza nella trasposizione letteraria di questi luoghi?

Diverse comunità le avevo visitate per conto mio negli anni, in alcuni casi anche trattenendomi; moltre altre le ho visitate apposta per scrivere il romanzo. Va da sé che le comunità che visita Cleopatra sono fittizie, sebbene ben ancorate alla realtà: ognuna nasce attraverso l’ibridazione e la sommatoria di due, più spesso tre o quattro, luoghi reali.

A un certo punto la protagonista Cleo si interroga su alcune pratiche, come la mindfulness o l’assunzione di microdosi di psichedelici, che pur attingendo alla spiritualità orientale finiscono per pervertirla in ottica di produttività ed efficienza. Nei tuoi libri indaghi spesso quegli spazi delle società occidentali in cui ritualità e trascendenza hanno ancora come fine lo spirito, e non il profitto. Si salverà qualcuno di questi luoghi, o il capitalismo divorerà tutto? Credi esistano anche realtà in crescita?

Sai, negli anni ’60 la gente prendeva l’LSD o i funghi psilocibinici, faceva l’esperienza psichedelica e poi lasciava il lavoro per andarsene a vivere in una comune o per raggiungere l’India in ciabatte. Adesso nella Silicon Valley si usano microdosi di psichedelici per aumentare la produttività sul lavoro. Anche la meditazione, il cui scopo è parimenti il raggiungimento della trascendenza, viene sovente piegata a simili scopi. Tutto ciò è ovviamente discutibile e segno dei tempi che stiamo vivendo, ma non è detto che inquini necessariamente la sorgente: meditazione e psichedelici restano comunque strumenti utili per indagare la propria interiorità e avvicinarsi al trascendente. In questo momento siamo nel pieno del cosiddetto “Rinascimento psichedelico”, ovvero la riscoperta da parte di scienza e medicina di queste sostanze: possono infatti essere utili per una grande varietà di afflizioni, dalla depressione resistente al trattamento alla cefalea a grappolo, dall’ansia da fine vita alla sindrome da stress post-traumatico, dalla cura delle dipendenze al recupero delle persone colpite da ictus (a chi fosse interessato al tema consiglio questo ottimo podcast), e anche questo è chiaramente un segno dei tempi: quella della “salute sopra tutto” è una delle ideologie di questo tempo e il cambio di atteggiamento dei media mainstream rispetto agli psichedelici deriva senz’altro dalla riscoperta del fatto che sono utili farmaci e non droghe pericolose come le aveva etichettate Nixon. Ma gli psichedelici non sono aspirine: se il set e il setting (le condizioni interiori del soggetto e il contesto di assunzione) sono errati possono anche dar vita a esperienze spiacevoli o traumatiche; inoltre a volte l’esperienza psichedelica prende i contorni di una vera e propria esperienza mistica, e anche questo ha implicazioni di largo spettro. Ho provato a riflettere su questi temi in questo articolo, ma consiglio a chi è interessato la lettura di tutto il libro collettaneo che lo contiene: si intitola La scommessa psichedelica, è curato da Federico di Vita ed è edito da Quodlibet.

Da un certo punto in poi il romanzo subisce un’accelerazione. Forse anche per il tema del guru e del vastissimo numero di fedeli, torna in mente il finale de Il Colibrì di Sandro Veronesi. Lì il personaggio-guru rappresenta la salvezza dell’umanità; nel tuo romanzo, invece, la comunità spirituale in grado di assurgere agli onori della cronaca è una fantasia, un auspicio o un pronostico?

In generale mi piacciono i romanzi che accelerano sul finale. Anche I fratelli Michelangelo è così. Ho apprezzato molto Il colibrì, di cui ho anche scritto in un paio di occasioni, ma di certo il destino della Fondazione Shakti è molto diverso da quello, potenzialmente salvifico, della sua Miraijin. Non posso dire oltre o siamo in zona super-spoiler. Al di là del romanzo, credo che a un mondo in grave crisi – climatica, sociale, politica – come è il nostro occorra un netto cambio di paradigma e che simili cambi di paradigma non possano essere imposti, ma devono necessariamente sgorgare da un’evoluzione della coscienza collettiva, attraverso l’evoluzione delle coscienze individuali (che sono poi, se vogliamo, qualcosa di illusorio, ma qua si torna alla mistica…)

a cura di Loreta Minutilli e Giuseppe Vignanello

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