Alla ricerca di un codice condiviso: “Gli interessi in comune”, di Vanni Santoni

Gli interessi in comune, Vanni Santoni
(Edizioni Laterza, 2019)

Riapprodato in libreria dopo una decina d’anni d’assenza, Gli interessi in comune (Edizioni Laterza) è un romanzo corale che svela i retroscena simbolici legati all’uso trasgressivo delle sostanze stupefacenti; primo tra tutti: l’urgente bisogno di comunicare attraverso un linguaggio che possa definirsi comune, condiviso. Facendo un passo avanti, il romanzo mostra quanto la sperimentazione di droghe, sesso, alcol sia stato in realtà, per chi ha vissuto l’adolescenza negli anni novanta, un agente aggregante solo in apparenza, operando alla stregua di un’effimera chimera di cui, una volta dissoltosi il suo potere d’attrazione, non rimane che il nostalgico ricordo.

La storia comincia partendo dalla fine: siamo nel duemilasei, e Iacopo Gori sta aspettando che alcuni amici storici del Valdarno, fazzoletto di terra della provincia fiorentina, lo vengano a trovare per passare una serata insieme a Firenze, «città che non sa evitare di essere, a sua volta, provincia», dove adesso lui vive. Nell’attesa, il Gori ha scritto e affisso per le strade un inno a tutte le bellezze e le contraddizioni della sua generazione, una specie di anti-manifesto come simbolo di appartenenza a uno stile di vita in cui ancora crede parzialmente, come dimostra l’uso del tempo presente che, affiancato a un procedere anaforico, carica il testo di vigore:

Questo è per noi. Per noi che siamo un branco di conservatori. Che un paio di calze a righe o le scarpe da skate ci fanno anticonformisti o addirittura creativi. […] Per noi che cianciamo di sostanze con aria competente e poi mangiamo pasticche che lo sa Dio cosa c’è dentro, e per noi che ci facciamo una canna alle undici di mattina e buttiamo nel cesso la giornata. […] Per noi che se ha le canne è un ganzo se beve è un ganzo se ha le paste è un ganzo se ha la coca è un ganzo, ma se ha la roba, ah, be’, quello è un tossico. Per noi che pensiamo di poter fare gli artisti senza esserci mai fatti i viaggi, e per noi che siccome ci siamo fatti i viaggi c’illudiamo d’essere artisti.

Il Gori, aspettando l’arrivo del Dimpe e del Malpa, comincia a ricordare alcuni degli episodi più importanti della sua vita, sino a tornare al «primo strippo vero» nel novantacinque: la prima volta in cui ha provato gli acidi in occasione di un compleanno. Parte così il lungo flashback che occupa tutto lo svolgimento del romanzo, un romanzo a tappe: ventitré capitoli per altrettante esperienze di sostanze consumate in undici anni dal gruppo storico di Figline Valdarno – il Gori, il Mella, il Paride, il Dimpe, il Malpa e il Sasso – passando per funghetti, ketamina, eroina, noce moscata, MDMA, mescalina e così via: gli unici interessi che gli amici, incapaci di comunicare attraverso altro, hanno in comune.

La narrazione forza i meccanismi della forma romanzo rinvestendoli di nuovo significato: ogni capitolo è un micro-testo autosufficiente che potrebbe esser letto, in linea teorica, anche singolarmente; ma è solo nella più ampia cornice macro-testuale che gli episodi acquistano vero senso, poiché rappresentano, nel loro insieme, le fasi di nascita, maturità e morte di quella volontà di trasgressione tout-court che in un primo momento dà forza a tutto il gruppo, ma poi, finita l’euforia, ne sancisce lo sfibrarsi dei rapporti; in questo senso, un pensiero formulato dal Malpa durante un infruttuoso soggiorno a Amterdam con gli amici è particolarmente eloquente:

Il giorno dopo, trovandosi a fare colazione da solo, tra uno spino di manali e l’altro, nell’atmosfera rilassata di un coffee-shop poco frequentato, il Malpa si convince che lo scazzo derivi dalla sostanziale aridità di tutta la faccenda. S’è perso l’entusiasmo: le droghe, la sperimentazione, sono state il loro linguaggio comune, l’unico trait d’union d’un gruppo che altrimenti avrebbe fatto fatica a comunicare, e adesso hanno esaurito il loro effetto.

La ripubblicazione di questo romanzo, esordio di Vanni Santoni, permette – a chi come me non aveva ancora avuto modo di metterci le mani sopra – di guardare all’intera poetica dell’autore con sguardo più consapevole: non solo alcuni protagonisti degli Interessi in comune si ritrovano, già partendo da Personaggi precari (2007), in romanzi successivi quali Muro di casse (2015), La stanza profonda (2017) o L’impero del sogno (2017), ma è in questi stessi testi che vengono affrontate in maniera più approfondita alcune tematiche già presentate nel libro d’esordio, le stesse che, col tempo, sono andate poi a rinforzare la struttura portante di quel ‘grande universo Santoniano’ idealmente conclusosi con I fratelli Michelangelo (2019).

Un tema ricorsivo nei romanzi citati è lo stretto e difficile rapporto tra città e provincia, che delinea le esistenze di personaggi talmente sensibili nei confronti della pochezza del loro substrato culturale da essere indotti a cercare nuove forme di rivendicazione identitaria. Come la sperimentazione di sostanze, anche la subcultura – o controcultura – dei giochi di ruolo e dei teknoravers sono rappresentativi della costante volontà autoriale di ricerca, conquista e conseguente uso di linguaggi condivisi utili per garantirsi l’accesso a dei contatti umani puri e autentici; la preoccupazione fondamentale però non è insita nella ricerca, quanto più nella durevolezza di questi mezzi d’interazione, che col passare degli anni perdono mano a mano d’efficacia fino a esaurirsi completamente: «Quand’è che la letteratura ha smesso di essere un codice condiviso?», si chiede infatti un personaggio dei Fratelli Michelangelo.

In conclusione, negli Interessi in comune si racconta lo spaccato di una generazione attraverso un linguaggio diretto e aderente al parlato che riesce a scansare qualsiasi banale retorica; le invettive sono a tratti tragicomiche, così come tragicomici sono molti degli episodi narrati – il più bello: la scampagnata allucinogena a base di psilocibina, durante la quale il confine labile tra l’uso consapevole e l’abuso autodistruttivo viene ampiamente superato. Ma cos’è questo «uso non abuso» apparente, su cui il romanzo insiste in modo particolare, se non il tentativo mal incanalato di esorcizzare l’attanagliante paura del futuro indefinito, di quella pagina bianca ancora senza titolo? Un volta finito il viaggio, è da qui che, con coraggio, si deve ripartire.

Angela Marino

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