È nuovamente giunto il tempo di Head Lopper

Head Lopper Vol.3 , & the knights of Venora, Andrew MacLean
(2019, Image Comics, Inc.)

Premessa: come si può notare dall’intestazione, in questo articolo si fa riferimento al terzo volume (pubblicato a settembre 2019) dell’edizione americana del fumetto Head Lopper che raccoglie gli albi #9-12. Di Head Lopper vol.1 e vol.2 abbiamo già parlato qui: trattandosi del terzo numero di una serie, qualora non doveste conoscerla si consiglia caldamente la lettura dell’articolo precedente.

head-lopper-vol-3-head-lopper-the-knights-of-venora-tp_8668c8733aHo vissuto mesi furibondi
Nel nord di Narschalahn.
Mi sono perso nella foresta.
Ho inseguito qualsiasi troll, strega
E gnomo di cui mi fosse giunta voce.
E li ho uccisi tutti.

Una volta spento il fuoco della mia rabbia
E cessato il fulgore del massacro,
Mi sono votato all’alcol.
Almeno così ho trovato riposo.

 

Con queste parole amare si apre il sipario di Head Lopper vol.3, e già si intuisce che qualcosa è cambiato (e sta cambiando) rispetto al passato. L’Isola di Barra è stata sanata dalla piaga delle bestie e la Torre Cremisi espugnata. Nonostante le rocambolesche vicissitudini che lo hanno visto coinvolto, Norgal il Falciateste non riesce più a trovare pace: la morte della sua compagna Zhaania lo ha profondamente turbato e la disperazione del lutto si trasforma rapidamente in furia omicida. Abbiamo letto freneticamente i primi due volumi della serie di Head Lopper e ci siamo  lasciati trasportate dai flutti impetuosi dell’avventura; abbiamo imparato a conoscere Norgal e la (testa di) strega Agatha, ma ecco che, giunti a questo terzo capitolo della raccolta, l’autore decide di cambiare le carte in tavola facendo emergere aspetti nuovi del passato e della psicologia dei suoi protagonisti.

Ancora una volta, come nei volumi precedenti, storia e scenario cambiano di comune accordo. Non più la tetraggine dagli echi britannici delle paludi di Barra, non più la calda oscurità caraibica della Torre Cremisi: Norgal e Agatha si trovano adesso nelle regioni settentrionali della terra di Narschalahn, alle porte della leggendaria città di Venoriah fondata ai piedi di una scarpata rocciosa e immersa nel verde delle conifere.

Come già detto, il Falciateste è vittima di una profonda depressione, è apatico e stanco e iracondo e costantemente ubriaco; Agatha, invece, non la smette di parlare e parlare e straparlare, come suo solito. All’improvviso, i due protagonisti, mentre riposano nel bivacco allestito per la notte, si imbattono in due guerrieri miracolosamente scampati a un’imboscata dei goblin. Sono due grandi cavalieri di Venora e hanno bisogno di aiuto per tornare in città, per avvertire il re e la popolazione che l’armata dei goblin si è accampata nelle colline intorno ed è pronta a cingere d’assedio le mura.

La scintilla della santabarbara narrativa è esplosa e la macchina della storia si è messa finalmente in moto: Norgal e Agatha varcano la porta di Venoriah e si ritrovano come caduti in una trappola inaspettata. La città è inquieta. Non basta la guerra imminente contro i goblin (che il re vuole stupidamente combattere a ogni costo): a complicare ulteriormente le cose ci sono anche nebulosi intrighi di palazzo, mostruosità abominevoli e misteriosi nemici che cercano di impossessarsi della testa della strega Agatha, apparentemente senza motivo. Ma solo apparentemente.

Andrew MacLean, infatti, oltre a raccontare le peripezie che i protagonisti devono superare dentro le mura di Venora, decide di aprire uno squarcio nel tessuto temporale e di mostrare gli eventi che hanno portato alla decapitazione di Agatha da parte di Norgal e quindi il motivo per cui il Falciateste ha deciso di portarsi appresso quel cranio capelluto e petulante. Se da una parte, quindi, viene sfondato il muro portante del mistero che legava a sé un barbaro barbuto e una testa di strega e viene svelato un passaggio che poteva pure restare incognito, dall’altra è anche vero che le luci di questa rivelazione vengono sapientemente impiegate per gettare nuove e gradite ombre sulla scenografia di Head Lopper. 

Improvvisamente, la vicenda assume connotazioni universali, quasi metafisiche, che travalicano il rapporto di intimità tra i protagonisti (e tra lettore e protagonisti). Come se si passasse da un primo piano a un campo lungo, il punto di vista si allontana dai personaggi, che si fanno sempre più piccoli di fronte alla vastità del mistero e delle sfide che li attendono. Nuovi nemici si nascondono nell’oscurità e tutto quanto mostrato finora fa presagire il peggio. Anche la scelta dell’ambientazione è azzeccata per sottolineare questa transizione: il nord  di Narschalahn è rappresentato come se fosse un grande parco statunitense, come Zion o Great Basin, ed evoca sensazioni di vastità,

L’antefatto dell’intera serie viene svelato all’interno dell’intero volume con grande bravura, centellinato nelle varie pagine e presentato sotto diversi punti di vista (appartenenti a diversi personaggi): i frammenti degli eventi passati si vanno a intrecciare fittamente con quelli presenti in continua alternanza, dando origine a un gioco di richiami e simmetrie temporali capaci di sviluppare una tensione efficace e di accrescere il coinvolgimento nell’azione.

La narrazione si evolve ancora, acquistando una deliziosa consapevolezza nel saper amalgamare al meglio non solo quanto avviene su uno stesso piano temporale (dall’assedio, alle congiure di palazzo, alle corse spericolate sui tetti della città), ma anche piani temporali diversi. L’attenzione dell’autore si sposta costantemente da personaggio a un altro, da un luogo a un altro, da un’epoca a un’altra, senza mai dare l’impressione di una noiosa e confusa frenesia. Chiaramente, il tutto è condito da un sapiente equilibrio tra azione e dialoghi (scritti con una esuberanza invidiabile)

Lo stile visivo di Andrew MacLean è pure questo in continua evoluzione e mostra una metamorfosi gradita, imboccando strade inaspettate (se si guarda agli inizi della sua avventura nel mondo di Head Lopper). Il pennello si affina e traccia linee più sottili, precise ed essenziali, regalando, inaspettatamente, morbidezza e candore grazie anche alla sua debole ondulzione. La matita cambia anch’essa, e adesso traccia linee rotonde dando vita a un disegno globulare, arricchito con ombreggiature composte da sottili linee parallele orizzontali e verticali. Una crescita artistica che viene ottenuta anche grazie all’elaborazione di un tratto che da un lato appare (mi venga passato il termine) più infantile (che a tratti ricorda quello di serie animate come Steven Universe Adventure Time).

Andrew MacLean ritorna così a raccontare le gesta del Falciateste con un’ultima opera che colpisce dritta nel segno, diverte genuinamente, appassiona, affascina. La fantasia visiva dell’autore non fallisce neanche stavolta e riesce a modellare personaggi unici e dal design (e dalle colorazioni, sempre a opera di Jordie Bellaire come nel volume precedente) sempre azzeccato, vario e riconoscibile. La mano del disegnatore si fa sempre più marcata e lo stile dell’opera risuona con una frequenza sempre più distinta, facendosi largo nel grande concerto del fantasy e del fumetto (le citazioni non mancano, ma la loro traduzione all’interno del contesto non le rende un debito). Come una valanga che scivola verso valle, questa serie nella sua progressione si fa sempre più grande, e maestosa nella sua semplicità. E questo volume ne è la prova. Un mistero è stato svelato, ma ciò ha fatto solamente sorgere un’infinità di altri interrogativi e il cliffhanger al termine di questo terzo capitolo fa fremere la curiosità. Ne leggeremo delle belle.

Francesco Biagioli

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