Dissacrando le favole: Cornia e le sue “favole da riformatorio”

Favole da riformatorio, Ugo Cornia
(Feltrinelli, 2019)

9788807033711_quarta.jpg.444x698_q100_upscaleNell’immagine di copertina, un gallo si trova in piedi sopra a un gatto, che miagola sopra un cane, che abbaia sopra un asino (citazione de I musicanti di Brema, forse, ma nella loro versione più isterica). La lettura comincia quindi sin dalla sua presentazione grafica con un monito chiaro e diretto: nulla di quello che verrà raccontato tra le pagine di Favole da riformatorio è da prendersi sul serio. E infatti Cornia in quest’opera si è sbizzarrito, proponendo una goliardica antologia di racconti in cui gli animali, classici protagonisti delle favole, abbandonano qualsiasi morale per diventare dissacranti e provocatori.

Alcune favole alludono a storie ben conosciute: è il caso esemplare delle avventure di Raperonzolo, dove la bella principessa imprigionata in una torre viene sostituita da un vero e proprio “raperonzolo” che, mentre stava raperonzolando per fatti suoi, è stato rapito dalla jihad alimentare, insieme al pomodoronzolo e al cetriollonzolo. Per non parlare poi della favola di Cappuccetto Rosso, ottimo spunto di riflessione sulla funzionalità delle orecchie del lupo, che non servono a “sentire bene”, come si tende a pensare, ma a “sentire meglio” – nel senso che anche se il lupo ha comunque un deficit acustico, le sue orecchie sentono ugualmente meglio di quelle di una vecchietta quasi totalmente sorda. Per non parlare poi della figura di Pinocchio, che a un certo punto è stato convinto dal Gatto e dalla Volpe a trasferirsi in un romanzo noir per guadagnare monete d’oro attraverso la redditizia pratica dello spaccio.

Non tutti i racconti riprendono storie universalmente note, ma l’atmosfera è sempre e comunque quella della favola. Al centro ci sono spesso protagonisti animali, le cui caratteristiche naturali si sovrappongono a quelle simboliche, piegate ironicamente all’assurdità degli eventi. Il crudele lupo delle favole diventa quindi un povero disoccupato allo sbando, che per tirare avanti è costretto a lavorare come rana in uno stagno. O ancora, la dolce farfalla si trasforma di notte in un “faleno” stupratore, la cicogna diventa un’infanticida con profondi ideali filosofici e un piviere intraprende una relazione sessuale clandestina con un alligatore.

Favole da riformatorio è un contenitore di storie carnevalesche che distruggono l’idea stessa della favola, proponendo morali assurde o interrompendo la narrazione prima di darvi una vera e propria conclusione. Lo stile è quello infantile e semplice del racconto per bambini, in netto contrasto con l’impronta adulta delle storie narrate.

In questo stato di generica goliardia, uno degli elementi ricorrenti riguarda il riproporsi costante di situazioni sessuali varie ed eventuali – questo più o meno ogni volta che compare un personaggio femminile sulla scena. Alcune storie sono concepite appositamente per presentare situazioni sessuali assurde: è il caso della fatina Aposa, che per soddisfare la sua natura “impollinatrice” in una grande metropoli senza piante e senza fiori, ha imparato a “impollinare” gli esseri umani, con tutte le implicazioni sessuali possibili. In altri casi, la sfera sessuale viene richiamata senza alcun senso se non il puro e semplice gusto di farlo, perché l’autore è libero di dare alle sue storie tutte le sfumature che più desidera, com’è libero di dissacrare le favole, scrivere racconti incompleti, ripetitivi o privi di senso.

Favole da riformatorio è quindi a tutti gli effetti un gioco: per l’autore, che si è sbizzarrito proponendo il meglio (o il peggio, a secondo dei punti di vista) che gli venisse in mente per dissacrare un genere narrativo antico quanto il tempo, e per il lettore, che non deve e non può prendersi sul serio. L’opera di Cornia va quindi letta per quello è: una piacevolissima, intelligente, allegra parentesi in un mare di letture più serie, che difficilmente riuscirà a rimanere impressa a lungo nella memoria, ma che nel mentre saprà regalare comunque un sorriso in più.

 

Anja Boato

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