Anatomia della battaglia, Giacomo Sartori
(TerraRossa Edizioni)
Può un romanzo che vent’anni fa appariva precursore di quella che poi diventerà una moda, l’autofiction, e insisteva con l’ossessione tutta novecentesca verso il Fascismo, la Seconda guerra mondiale e gli anni di piombo, incarnare alla perfezione anche lo Zeitgest odierno, il nostro spirito del tempo? In questa diaspora giocata sulla sincronia troviamo una prima chiave di lettura di Anatomia della battaglia di Giacomo Sartori, nonché la necessità, per così dire, della sua doppia vita editoriale. Pubblicato, infatti, nel 2005 da Sironi, a marzo di quest’anno ha trovato casa all’interno della collana Fondanti di TerraRossa Edizioni, incontrando un nuovo pubblico e, come dicevamo, un nuovo tempo col quale confrontarsi.
Come spesso sarebbe accaduto, in seguito, per alcuni romanzi italiani contemporanei dove si sovrappongono memoria, biografia e invenzione (pensiamo a La più amata di Teresa Ciabatti o a Città sommersa di Marta Barone), è il rapporto tra il narratore e l’ingombrante figura paterna al centro anche di Anatomia della battaglia. La predilizione di Sartori per l’intreccio frammentato, temporalmente non lineare, tipico del postmoderno, incapsulato però in una scrittura sorvegliata, il cui pregio è nella trasparenza, come un vetro smerigliato, permette alla narrazione di vivere di vita propria, di crescere e sfaldarsi nelle parole, sempre smussate e scelte con accuratezza.
La guerra in Anatomia della battaglia è rappresentata come un’incubatrice morale che forgia gruppi e individui, uomini e donne, militari e civili, tutti quelli che l’hanno vissuta e ai quali sono stati tramandati quei valori assenti in chi è nato in tempo di pace. Apparentemente è questa l’unica, fondamentale differenza tra la generazione dei padri e quella dei figli. Infatti, scrive Sartori:
La differenza tra gli adulti e i bambini, nella mia infanzia, era che questi ultimi non avevano vissuto la guerra. Non avendo vissuto la guerra i bambini erano appunto dei bambini, e verosimilmente lo sarebbero restati tutta la vita. Perché l’unico modo per sapere cos’era la guerra era averla fatta: chi non aveva fatto la guerra non poteva capire in cosa consistesse la vita, non l’avrebbe mai capito. Quello che avevano in comune mio padre e mia madre, l’unica cosa che mitigava sporadicamente la loro irriducibile inconciliabilità, era la guerra.
e anche:
Il nostro problema era che non avevamo fatto la guerra. Eravamo degli ospiti arrivati quando la cena era finita, quando tutti gli invitati più interessanti se ne erano già andati. Per quanto facessimo ci mancava sempre qualcosa, ci portavamo dietro la nostra inadeguatezza come una gamba zoppa. Allora non lo sapevamo, e forse non lo sappiamo abbastanza bene nemmeno adesso, ma tutto il nostro agire era uno strenuo tentativo di difenderci dalla guerra, e dal fascismo che si mimetizzava dietro la guerra.
Come diceva il filosofo americano George Santayana, “solo i morti hanno visto la fine della guerra”; dunque, per chi sopravvive, la guerra continua: è necessario tenere fede a un ferreo codice morale, un esemplare comportamento quotidiano. Sprecare, non vuotare il proprio piatto, abbandonarsi al vizio o alla pigrizia sono giudicati come atti abominevoli, insanamente perpetuati nel nuovo ordine mondiale, una società democratica e pacifica e, per questo, al collasso.
Per costruire la sua geometrica spirale, Sartori sceglie di partire dall’inizio della fine, il principio della malattia del padre: l’esplosione della centrale di Chernobyl, in Russia, avvenuta a fine aprile del 1986, è incipit del romanzo nonché innesco di una contaminazione radioattiva che raggiunge anche l’Italia, intossicando vegetali, prodotti di origine animale, campi, qualunque cosa. Tuttavia, il padre del narratore non accetta di stravolgere la propria dieta, continua a mangiare ciò che coltiva nel suo orto e finisce con l’ammalarsi di cancro. La sua tigna di fascista ortodosso, infatti, impone di non fidarsi della scienza, dell’opinione pubblica, giammai della maggioranza.
È uno dei passaggi che porta Anatomia della battaglia a codificarsi come dispositivo perfettamente a suo agio nell’attualità: i nuovi fascisti non sono più i nostalgici del Ventennio (almeno, non solo) ma assomigliano agli adepti della cosiddetta “internazionale sovranista”, un ossimoro calzante per i bui tempi che corrono. Infatti, il rifiuto del padre del narratore di accettare il divieto che gli esperti e la società democratica vogliono imporgli sembra molto affine alla critica complottista, esplosa negli ultimi anni, verso la politica, la scienza e verso quanti “obbediscono” alla democrazia. Forzando un po’, il padre ha un atteggiamento ante litteram da vero hater:
Odiava i democristiani, odiava i socialdemocratici, odiava gli americani, che secondo lui avevano portato la febbre dei soldi (…) odiava i funzionari statali con lo stipendio garantito, odiava il papa, i preti, i giornalisti cattolici, i sindacalisti, i carabinieri, gli ispettori forestali che con le loro divise ben stirate spadroneggiavano sulle montagne dove lavorava. Il suo era un rancore denso e compatto, come un fango sedimentato nel tempo, rappreso in modo irreversibile.
Così, in mondo non più repubblichino ma repubblicano, il padre deve votarsi a una sublimazione del fascismo: non solo odio, ma amore nella montagna. Sono le scalate impervie e il rigore del clima il nuovo regime a cui obbedire; le levatacce, l’attrezzatura ingombrante, il cibo scarso costituiscono una sorta di contenitore in cui riversare l’ortodossia praticante, una missione svuotata dalle parole della (mai digerita) retorica mussoliniana e riempita solo di azione. Perché in montagna, come in guerra, si può trovare una morte ardita, eroica, che la molliccia società attuale non può certo offrire. Nelle parole di Sartori:
Dopo il fascismo il suo più grande amore era la montagna. La montagna come il fascismo era dura e non perdonava, pretendeva che si fosse coraggiosi e non guardava in faccia nessuno. Per la montagna si poteva morire, come per il fascismo. Faceva parte del gioco, e comunque era una morte bella e dignitosa.
Parallelamente alla genesi di un siffatto padre, Sartori contrappunta Anatomia della battaglia con una figura femminile, identificata solo da una lettera (proprio M., solo un caso?), importante nella formazione del protagonista e, forse proprio per questo, a un certo punto tenuta ben lontana. Il narratore si rifugia a Kébili, in Tunisia, per seguire il progetto “Centro di Lotta contro la desertificazione” e porre una distanza dalla famiglia e da questa donna.
Troppo ingombrante, per così dire, il passato con lei condiviso (la scoperta del sesso in età molto giovane, un’adolescenza vissuta come età adulta), altrettanto soverchiante appare il futuro che attende (un figlio, un matrimonio): così opta per un presente meschino, dove l’unica consistenza è la lettura dei classici e la prospettiva, all’inizio in verità del tutto chimerica, di diventare uno scrittore. Ma il protagonista sta anche scappando. È molto suggestiva una frase che abbaglia il lettore ancora inconsapevole della sua partecipazione alla lotta armata: «fuggivo dalla polizia che forse già mi cercava (…)».
Anatomia della battaglia vive anche di questi strappi che avvicinano la narrazione a un flusso di coscienza e rifuggono un prevedibile cronachismo della memoria. Giacomo Sartori, infatti, è un autore poliedrico, che si è mosso dal racconto autobiografico famigliare e delle sue radici trentine nei suoi primi romanzi verso i toni grotteschi e comico-umoristici, riscontrabili nei racconti di Autismi (Sottovoce, 2010; Miraggi 2018) e nel romanzo di Sono Dio (NN Editore, 2016), fino a raggiungere la distopia di Baco (Exòrma, 2019).
Ma Sartori ha anche affrontato il Fascismo nel romanzo storico Cielo nero (Gaffi, 2011) – incentrato sulla figura di Galeazzo Ciano – nei brevi capitoli che raccontavano i giorni del crollo del regime. Inoltre, in uno degli “otto movimenti” contenuti all’interno della recente raccolta Fisica della separazioni (Exòrma, 2022), Sartori aveva toccato di nuovo il tema della famiglia che si riunisce al cospetto di un genitore morente, in quel caso la madre, secondo una liturgia laica e assistenziale tipica della società italiana e dove il narratore e gli altri personaggi sono, in pratica, figure del tutto simili a quelle di Anatomia della battaglia.
Si dovrà certamente notare che, negli ultimi anni, la narrativa contemporanea (italiana e non solo) è stata invasa da romanzi in forma di autofiction, molti dei quali probabilmente non lasceranno traccia. La ragione risiede in una mancata correlazione tra le vicende narrate e il sentire comune, l’autobiografia (seppur fittizia) che resta un parlarsi addosso senza diventare discorso collettivo, il particolare che non fa il paio con l’universale.
Tutto il contrario di ciò che accade in Anatomia della battaglia, come tra l’altro lucidamente ammesso dallo stesso autore nella postfazione a questa nuova edizione. Sartori coglie «quanto ci fosse nelle sue parole (del padre, ndr) e nei suoi modi della grande malattia del nostro tempo» e individua che «il carattere del padre viene dalla Storia, il suo destino è paradigmatico». Esiste, dunque, quella «articolazione tra elementi intimi ed epocali» che dovrebbe costituire la spina dorsale di una narrazione pensata in questa maniera.
Inoltre, come detto, il doppio binario individuato tra preveggenza e riproposizione di tematiche novecentesche vive in questo «anacronistico proseguo: la lotta armata degli anni di piombo vissuta dal figlio è la continuazione della guerra vissuta dal padre». In altri termini: «a vita privata del figlio ha ricevuto in eredità quell’Epoca che i più consideravano lontana.»
È un passaggio cruciale, quello di guardare al fascismo e alla violenza causata dal nazionalismo sfrenato come genesi della lotta armata che verrà dopo. È proprio qui il collegamento tra la grande Storia e la famiglia, tra un papà in camicia nera volontario al fronte e poi arruolato nella Repubblica di Salò e il figlio che negli anni Settanta si unisce, seppur non troppo convinto, ai compagni che sbagliano. Sembrerebbe che le colpe dei padri ricadano, dunque, sempre sui figli. Eppure, in Anatomia della battaglia c’è, nonostante tutto, un forte senso di appartenenza genetica, un substrato emotivo che trova nell’apparente glacialità dei sentimenti, nell’allontanamento fisico (ma non chimico) l’unico modo per preservare gli affetti.
Domenico Ippolito
(immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/monumento-calcolo-nazionale-1615344/)

