La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.
Romanzo con cocaina, M. Ageev
(GOG Edizioni, 2020 – trad. Vittorio Bonino)

“I drogati sono i mistici di un’epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle in simbolo, operano su di esse un procedimento inverso di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo del nulla. Essi sacrificano al simbolismo dell’ombra per controbattere il feticismo del sole, che detestano perché ferisce occhi già stanchi”.
Neanche questa volta la citazione che apre la recensione appartiene al libro che ne è l’oggetto: Romanzo con cocaina di M. Ageev, pseudonimo di uno scrittore ignoto, nella nuova edizione del 2020 curata da GOG. Potremmo chiamarla “la legge della Nottola”: se la recensione inizia con una citazione, quest’ultima non può provenire dal libro che recensisce. Autore di quello stralcio è infatti Drieu La Rochelle, che nel suo piccolo romanzo Fuoco fatuo racconta del percorso dissolutivo – erotomane ed eroinomane – di Alain, esteta consumato dalla droga, dalla sua impossibilità di amare e dall’incapacità di capire quale delle due abbia provocato l’altra.
Spesso però i libri si parlano, si descrivono per echi e rimandi che forse sono solo nella testa di chi li legge. E così è stato, perché solo a distanza di mesi – in pieno esprit de l’escalier – dalla lettura di Romanzo con cocaina la Nottola ha trovato nella citata opera di La Rochelle una frase, un’idea che fosse una diapositiva perfetta del secondo, attraverso cui far passare la luce per mostrarne il contenuto: quella di una mistica alimentata dalla droga.
Vadim Maslennikov è uno studente ginnasiale nella Mosca della Prima Guerra Mondiale, e dunque degli anni immediatamente antecedenti alla Rivoluzione bolscevica del 1917. L’ambientazione è importante ma non decisiva: gli eventi storici non entreranno infatti davvero a contatto con la trama, se non nelle battute finali. Non per questo saranno assenti: piuttosto trasfigurati.
Quella che Vadim porta avanti è infatti una guerra intestina – come solo le rivoluzioni sanno essere – una lacerazione sempre più estesa e impossibile da ricucire tra la sua capacità “di pensare il bene ma di attuare solo il male”. A partire dal rapporto con la madre, archetipo di quelli successivi con Sonja – unico fuoco fatuo dei suoi sentimenti – e anche con la cocaina:
«Mia madre […] accortasi che la guardavo, agitò le mani che tenevano la busta, come si fa solitamente alla stazione, e questo gesto, così giovanile e vivace, non faceva altro che mostrare fino a che punto era vecchia, derelitta e patetica […] sentii che mi faceva male il cuore a vederla. Questo dolore, che in un primo momento mi bruciò in modo così cocente, non durò più di tanto»
Vadim si apre, seziona come un anatomopatologo il proprio cadavere vivo nelle relazioni con la madre, con i suoi compagni di ginnasio, con le prostitute; tutte relazioni caratterizzate da una scissione tra il suo principio spirituale e quello sensuale, tra il Vadim “stimato membro della società” e quello a cui basta adocchiare una donna perché si scatenino gli istinti più bestiali. Le sue confessioni nel romanzo sono speculari – e quindi rovesciate – a quelle di Sant’Agostino: in Vadim non c’è possibilità di redenzione, c’è soltanto la messa a nudo di una connaturata cupio dissolvi, di una volontà che, se non sceglie la brutalità, deve di necessità annullarsi:
«Non provavo sensualità perché non avevo le forze di ferire con bestiale crudeltà tutta la tenerezza, la compassione, l’umanità dei miei sentimenti, e dentro di me paragonavo involontariamente le mie precedenti relazioni con le donne dei viali con Sonja: prima, sentendo solo sensualità, fingevo di provare amore per compiacere la donna, e ora, sentendo solo amore, fingevo di provare sensualità per Sonja»
Vadim diverge da se stesso, fino all’estremo capitolo, la cocaina, con cui l’intrecciato manicheismo della sua anima si fa cristallino – come la cocaina stessa, come la prosa di Ageev che si agita con violenza nella sua perfezione delle descrizioni, apollineo nel dionisiaco – finendo per assurgere a ineludibile condizione umana:
«Che la cocaina provocasse in me i sentimenti migliori e più umani potevo spiegarmelo con il suo influsso narcotico. Ma come spiegare il resto? Come spiegare l’inevitabilità con la quale (dopo la cocaina) comparivano in me questi sentimenti bassi, bestiali? […] Questa ambizione a lanciare l’altalena spirituale dalla parte dell’Umanità e l’inevitabile conseguente rimbalzo verso la Bestialità è una linea meravigliosa e allo stesso tempo sanguinosa che attraversa tutta la storia umana»
I sentimenti più nobili e gli istinti umani più biechi si tirano fra di loro, allacciati da un filo invisibile e indistruttibile; proprio come ogni guerra fa leva su alti sentimenti di abnegazione, religiosità, protezione di ciò che c’è di più caro e prezioso, e compie in loro nome i peggiori massacri. L’interiorizzazione del conflitto però ne acuisce le conseguenze, perché il problema non è conquistare sentimenti nobili abbandonando quelli bestiali. Ciò non è possibile, per Vadim, perché il filo che allaccia la vetta e l’abisso è ciò che tiene in vita entrambi.
Il problema è quindi un altro: si è disposti ad abbandonare la propria Umanità, spogliandosi di quella parte bestiale che trascina inevitabilmente con sé anche quella più alta, spirituale? La cocaina di Vadim – a differenza dell’eroina di Alain in Fuoco fatuo – è solo l’amplificatore di una domanda già posta dalla natura umana, che trascina uno dei suoi rappresentanti verso la fine di una situazione talmente chiara da essere insostenibile. Al lettore resta solo da sperare che Vadim abbia ragione, quando dice che la sua è solo l’opinione di un uomo che ha appena iniziato a sniffare questo veleno; che Umanità e Bestialità non siano le due metà di androgini inconsapevoli, che il mondo non esista solo affinché Dio – e noi con lui – possa annientarsi.
Stefano Vernamonti
