Mambo, Alejandra Moffat
(La Nuova Frontiera, 2025 – trad. Federica Niola)
In Mambo – romanzo dell’autrice cilena Alejandra Moffat portato in Italia da La Nuova Frontiera con la traduzione di Federica Niola – la voce narrante è quella di Ana, una bambina che conduce il lettore nel racconto della sua infanzia.
L’ambientazione che fa da sfondo alle vicende è quella del Cile oppresso dalla dittatura di Pinochet, soprannominato “l’aquila” nella lingua di Ana e di sua sorella maggiore Julia; una lingua antropomorfa e carnivora con cui le due bambine ribattezzano le proprie paure.
Il romanzo è ripartito in tre lunghi capitoli, pieni di sottoparagrafi costruiti come fotogrammi di un album di famiglia in cui spesso di alcune scene sono messi a fuoco solo alcuni dettagli, che sono poi quelli su cui fa presa il ricordo d’infanzia della protagonista. I preziosissimi disegni del papà, le sigarette fumate nervosamente dalla mamma, l’espressione complice di Monica, amica dei genitori che condivide con le bambine la dimensione serissima dei loro giochi. Il suo volto non si lascia mai deformare dal cipiglio adulto e saccente tipico di chi, di quei giochi, riconosce l’irrealtà.
Si tratta peraltro dell’unica visita che la famiglia si concede di ricevere, nella casa del bosco. Da lì sarà obbligata a trasferirsi più volte, in fughe che Ana non sembra vivere con fare drammatico, ma in cui si lascia trascinare come non fossero altro che il frutto del deterministico succedersi degli eventi a cui bisogna sottostare.
Per il punto di vista attraverso cui procede il racconto, trovo delle somiglianze con un’altra voce bambina che pure ripercorreva la sua infanzia attraverso la lente della Storia: penso a La tigre in vetrina di Alki Zei (Salani), autrice greca che ha affidato alle pagine il racconto della dittatura del suo Paese nel ‘36, per come essa si rifrange nella vita di due bambine che osservano gli effetti di quel soffocante momento storico sulla propria famiglia. Il giovane cugino rivoluzionario sguscia via dalle regole, si ammutina contro il potere; per loro è eroico quanto il cavaliere di un romanzo, ma la sua non è l’interpretazione di un ruolo, un immaginoso ‘facciamo finta che’, bensì un piano d’azione e una presa di posizione politica. Eppure non assume mai questa forma agli occhi delle ragazzine per le quali la serietà del gioco bambino – gioco in cui, inizialmente, credono impegnato il cugino – ha lo stesso peso specifico della realtà adulta. E nei labirinti di quella realtà cercano di farsi strada, per provare a capirla.
In Mambo si avverte meno, o quantomeno è più laconica e sotterranea, la necessità di capire da parte della protagonista, che è più impegnata a fotografare il susseguirsi degli accadimenti che non a trovare un nesso causale o a interpretare il comportamento degli adulti.
A proposito dei grandi che la attorniano: la mamma e il papà dimostrano certe volte grande tenerezza e complicità, in altre occasioni sono distanti, sovrappensiero, ermetici. S’intuisce il loro coinvolgimento nella clandestina resistenza contro il regime, e tuttavia è una consapevolezza che nel romanzo non s’incontra mai se non implicita, inespressa, filigranata. Questo perché l’intera area semantica dell’impegno politico è estranea al vocabolario di Ana. Filtrato dai suoi occhi, l’intreccio appare surreale come una fiaba e denso di accadimenti come un’avventura.
Ana ha in più un preciso modo bambino di tenere il tempo: è tutta interamente presa dal presente, non registra alcuna nostalgia per ciò che lungo la strada perde, né si proietta verso le spaventose incognite del futuro. Non perché quel futuro non si lasci intravedere ogni tanto come inquietante – nel bosco c’era la minaccia del puma, che poteva acquattarsi tra le fronde, e ovunque c’è il rischio di incontrare “l’aquila”, ubiqua e arrogante – ma perché le bambine possiedono un’armatura d’immaginazione con cui riescono a esorcizzare quelle paure, a volte ribattezzandole con un loro proprio nome.
La stessa sigla ‘mambo’, che raduna le iniziali dei nomi falsi dei vari componenti della famiglia – la quale, lungo la storia, è costretta ad arroccarsi in nuove identità per meglio nascondersi – è frutto di quei tentativi immaginifici delle bambine di reinventare la realtà, o cristallizzarla in un’immagine integra e familiare mentre questa cambia sotto i loro occhi.
Grazie a questa loro capacità, il clima angoscioso che pure doveva respirarsi attorno non le tocca mai per davvero; l’intera lettura procede con fare sommesso, come se ci si mettesse in ascolto di fievoli, forse allarmanti rumori dall’esterno che non riescono però a spaventare. D’altronde mentre si legge l’attenzione è tutta catturata dalla voce di Ana, dal suo essere volatile e saltabeccante, vitale e ingegnosa, piena di boccioli di speranza di parole-antidoto per scongiurare la paura.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/aquila-delle-steppe-aquila-nipalensis-184569/)

