Scintille, di Alice Zanotti
(nottetempo, 2025)
Montefosca è un paese dell’Alta Valle del Natisone, al confine con la Slovenia. Montefosca sorge nel punto in cui «le montagne hanno inventato una conca», una conca che protegge «dalla felicità, dall’amore e dal futuro» (p. 23), una conca da cui si possono vedere i tramonti rossi del Matajur, una delle montagne che circonda, protegge e isola gli abitanti del paese.
Il Matajur, insieme al monte Ioanac e al monte Uogu, è una barriera. Innanzitutto barriera fisica, che protegge il paese dal mondo esterno, valicabile solo tramite una mulattiera – e a chi la percorre, non sarà consentito tornare indietro; è in secondo luogo barriera storica, che isola il paese dal progresso che l’Italia sta vivendo – il romanzo Scintille, di Alice Zanotti, è ambientato in un momento indeterminato tra la Seconda Guerra Mondiale e la fine della Jugoslavia; è infine una barriera linguistica, che protegge la lingua di Montefosca – «un dialetto fatto di poche parole, di parole che sono sempre le stesse, di parole che si usano poco perché bisogna lavorare, non parlare» (p. 157) – dalle lingue della Jugoslavia e dell’Italia, lingue che contengono parole come amore, felicità, progresso, futuro, strada.
Proprio la costruzione di una strada è la scaturigine della narrazione, una strada che vuole collegare Montefosca al mondo esterno, una strada che promette di portare il progresso (e, insieme con esso, la ricchezza), una parola incomprensibile, portatrice di «tutto ciò che non gli serve ma che impareranno a desiderare» (p. 78). La costruzione della strada è un atto forzato, imposto dall’esterno e contro la volontà di parte della comunità montana, è un oggetto indesiderato che taglia il paese a metà, distruggendo la barriera naturale delle montagne che divide il mondo chiuso, noto ai suoi abitanti, dall’ignoto circostante: «Nič è la parola che ci circonda, perché non sappiamo nulla di cosa c’è oltre il bosco. Oltre il bosco c’è il nulla, questo vogliono che pensiamo i nostri genitori» (p. 111). La costruzione della strada è divisiva fisicamente, ma anche antropologicamente: parte degli abitanti rimane legata al vecchio mondo del paese isolato e al sicuro dagli stranieri, mentre un’altra parte è già proiettata verso le nuove ricchezze a cui potrà ambire grazie alla strada.
Le vicende di Montefosca ci sono raccontate da un narratore multiplo: le tre sorelle Alma, Anna e Buia. Tutte e tre si affacciano all’adolescenza, sono le uniche a parlare anche l’italiano, e parlano sempre insieme, accavallando le proprie voci. O almeno, parlavano insieme: Buia non parla più, prima concreta divisione a cui la costruzione della strada ha portato. A far da contrappunto alle voci delle tre sorelle, c’è un coro popolare, la voce del paese, anche questa a tratti compatta e a tratti frammentata: «Tutti in paese dicono, La strada spezzerà in due il nostro paese e i nostri cuori» (p. 9). Ma la frattura è già in corso, ancor prima che la strada arrivi. La frattura si ripercuote nella scrittura: la narrazione a tre voci ben presto diventa una narrazione a due voci più una, i capitoli fisicamente separati da un asterisco, per distinguere la voce interiore di Buia da quella delle sorelle: Buia, la più piccola, che vuole restare in paese, trovare le parole per dire il suo amore, nascondersi dagli stranieri, Buia che sa che le sorelle invece sono contente che la strada arrivi, sa che vogliono percorrerla con gli stranieri che arriveranno e andarsene per sempre dalle montagne.
L’infanzia, per loro, sta finendo nello stesso momento in cui finisce il mondo delimitato da confini definiti in cui sono cresciute: le lapidi del cimitero che conoscono a memoria, i racconti degli anziani e le loro bugie, il torrente, il nocciolo del loro campo, i nomi delle campane, il bosco in cui abitano gli škar, creature del folklore friulano.
La riflessione sulla voce e sulle parole ritorna continuamente all’interno del romanzo. Spesso affiorano le parole in dialetto, che sono concrete e aderiscono alla realtà, e affiorano anche le carenze di una lingua non adatta a descrivere l’astratto: l’idea di futuro, la felicità, l’amore. Lacune che portano alcuni personaggi – tra cui proprio Buia – a ritirarsi nel proprio silenzio, a un linguaggio interiore e intimo, a «sciogliere le parole nella lingua prima che escano fuori, parole come il fragile petalo del croco che appena lo tocchi si guasta» (p. 99).
Alice Zanotti ricerca in Scintille un linguaggio lirico e metaforico, che nell’astrazione riesce ad avere ancora più aderenza con la realtà, a catturare il lettore nel vortice di pensieri delle sorelle e a inserirlo all’interno dell’immaginario del paese. Scintille risuona bene insieme ad altri romanzi corali che hanno come sfondo l’ambiente montano: a partire dal più classico Rigoni Stern (e la scena delle campane del paese non può non richiamare alla memoria la medesima narrata ne Le stagioni di Giacomo), fino a romanzi recenti e coevi come Io canto e la montagna balla di Irene Solà o Sciamani elettrici alla festa del sole di Monica Ojeda.
Enrico Bormida
Immagine in evidenza: Albert Bierstadt, Mountain Scene, 1880-90, Metropolitan Museum of Art, NYC, CC01.0
