“L’albero della libertà” – storia di una trasformazione

L’alberto della libertà, William Wall
(Aboca edizioni, 2025 – Trad. di Stefano Tettamanti/Grandi&Associati)

«Due ragazzi con i capelli rossi, due fratelli. Un luogo nel più estremo sud dell’Irlanda, oltre al quale non si può andare, un promontorio affilato come una lama che penetra così a fondo nell’oceano da assomigliare di notte a una nave gigantesca».

Nell’incipit di L’albero della libertà, ultimo romanzo di William Wall, troviamo subito i primi elementi fondanti della storia che andremo a leggere. Liam e Seán sono appunto due fratelli, poco più che bambini. Siamo nella contea di Cork, nel sud dell’Irlanda, e questa è l’estate del 1969. Per loro è un’estate di giochi, di fantasie e di esplorazioni lungo la Piana di Cannavee – un luogo immaginario che nella realtà corrisponde alla spiaggia di Barleycove Beach. Per il mondo degli adulti, quella è invece l’estate dei Troubles e di Free Derry.  Un giorno, «qualcosa di insolito» arriva sulla sabbia: un tronco di un grosso albero, con cicatrici circolari al posto dei rami. Entrambi i fratelli sono incuriositi da quell’incontro, ma è soprattutto Seán – appassionato di elenchi e di classificazioni naturalistiche – ad interessarsi alla provenienza dell’albero.

È stato loro padre ad avvistare l’albero per primo, tornando a casa dall’Inghilterra dopo un viaggio di lavoro, ed è sempre lui a portare una notizia tutt’altro che lieta: «il Nord sta per prendere fuoco […] tremo al solo pensiero di quello che può succedere il dodici».

Liam e Seán non sanno cosa sia il dodici; non sanno cioè che il 12 luglio in Irlanda del Nord si svolgono le marce lealiste [1], che sfociano spesso in scontri tra cattolici e protestanti. Per i due fratelli, la vita è scandita dal ritmo della natura, e dalle maree che plasmano la spiaggia, «il loro campo da giochi preferito». Ma quell’estate qualcosa cambia, e anche nelle loro giornate inizia a filtrare la violenza del conflitto Nordirlandese.

Con questo romanzo, William Wall cerca di catturare un momento ben preciso: l’irrompere della Storia in senso ampio nella vita quotidiana di due bambini. Rispetto ad altri lavori precedenti, questo non è un libro di trama, ma è comunque un libro che cerca – riuscendoci – di catturare una trasformazione in atto.

Il racconto dell’estate di Liam e Seán si alterna con articoli di giornale che riportano quanto stava accadendo quella stessa estate solo 400 km più a nord. Gli echi del conflitto arrivano ai due ragazzi non solo attraverso i racconti del padre – che è un giornalista e che viene inviato proprio in quelle zone per riportare quanto sta succedendo – ma anche grazie all’incontro con Monica, una ragazzina della loro età, di famiglia cattolica, che è di fatto una rifugiata del Nord.

Mentre si interrogano sulla provenienza dell’albero, e mentre cercano di decifrare lo strano accento di Monica, lo sguardo dei due bambini cresce e si modifica, andando a plasmare anche la natura stessa dell’albero, che diventa il centro dei loro giochi. In un primo momento, decidono di nominarlo come la città immaginaria Dodge City, dove è ambientato il loro telefilm preferito e dove lo sceriffo Bat Materson «si batteva contro i cattivi con il bastone prima che con la pistola»; dopodiché il tronco diventa una nave, su cui combattere contro i pirati e cercare la balena bianca di Moby Dick; infine, quando gli echi del conflitto si fanno sempre più insistenti, l’albero prende il nome di Free Derry, diventando una barricata dietro la quale affrontare le  «maledette squadre speciali».

L’intreccio tra vita privata e vita pubblica – e soprattutto il modo in cui la seconda influisce sulla prima – è un elemento ricorrente nelle narrazioni di Wall. Già nel suo romanzo, Il turno di Grace, le idee politiche del padre una certa versione del mondo plasmavano la vita di Grace e delle sue sorelle, mentre in La ballata del letto vuoto le vicende della protagonista si intrecciavano con la lettura di testi di Gramsci e dei racconti della Resistenza italiana. In questo caso Wall utilizza un materiale che conosce molto bene, e grazie all’alternanza tra i racconti dei giochi di Liam e Seán e i ritagli di giornale riesce a rendere l’idea di un’infanzia che si plasma e cresce attorno agli eventi storici e politici di quel tempo.

Un altro elemento rilevante nella narrazione e quello sviluppato attorno al gaelico, che i due protagonisti conoscono perché utilizzato dalla madre.

«I ragazzi sono abituati a pensare sia in inglese che in irlandese perché la mamma con loro parla spesso irlandese e loro hanno imparato che ci sono cose che si possono pensare in irlandese che in inglese non si possono pensare»

Il legame tra lingua e identità diventa ancora più chiaro quando arriva Monica, che insieme ad un nuovo accento porta anche un nuovo vocabolario. Oltre a parlare in maniera strana, usa anche come Taig e Prod [2], parole che per Liam e Seán non significano nulla ma che in Irlanda del Nord definiscono i due lati opposti dello schieramento. Ciò diventa ancora più evidente quando i ragazzi si trovano a dover andare a Belfast: quella è la prima volta che realizzano veramente che «un accento può dirti da dove viene una persona»

Ma ciò che interessa a Wall non è semplicemente riportare la contrapposizione tra la vita pacifica nella Repubblica di Irlanda e gli scontri nel Nord, perché anche nell’apparente tranquillità del Sud si celano ipocrisie e conflitti. Questo viene accennato già nelle prime pagine del romanzo, ma diventa più evidente man mano che la narrazione procede, quando «quel rompiscatole del parroco» di fatto impedisce alla madre dei protagonisti di tornare ad insegnare a scuola per via del suo credo politico e per il fatto di non essere sposata in chiesa. Anche in questo caso, la complessità della vita adulta viene efficacemente filtrata dalle domande semplici e al contempo argute dei due fratelli:

«Quella sera chiedono a papà se è comunista. […]

Perché me lo chiedete?, domanda lui a sua volta.

Perché vogliamo scoprire se vivere nel peccato con un comunista è peggio e anche se qualcun altro lo fa.

Ad esempio qualche capitalista, aggiunge Liam».

Diventa quindi evidente come anche nell’Irlanda del sud il clima fosse tutt’altro che libero, e che il potere della chiesa cattolica influenzava radicalmente la società civile.

L’albero della libertà è un libro intimo e politico, delicato e crudele allo stesso tempo. Il finale commuove, ma lascia anche nel lettore una nuova consapevolezza sugli eventi di quegli anni e la curiosità di andarli a ricostruire più nel dettaglio. In tutto questo, lo sfondo della natura irlandese: il mare e le scogliere che fanno sempre da contorno alle storie di Wall e che costituiscono una cornice tematica importante. Quel tronco che è stato prima una città, poi una nave e infine una barricata, affronterà un’ultima trasformazione, che porrà simbolicamente fine all’estate e alla stagione dell’innocenza di Liam e Seán. Ma non c’è tristezza nel finale, solo una specie di malinconia allegra: nonostante le difficoltà materiali che stanno affrontando in quel momento, il padre abbraccia i suoi figli, «e per la sola ragione che si sente felice, comincia a cantare».

Francesca Rossi


[1] Con questo termine si intendono le marce legate al movimento del lealismo dell’Ulster, ovvero quel movimento di stampa protestante che in Irlanda del Nord celebrava l’unione con la sovranità britannica. In quel periodo – come spiega l’autore stesso nella nota alla fine del romanzo – tali marce si trasformavano in vere e proprie umiliazioni nei confronti della popolazione cattolica e sfociavano spesso in violenze e disordini.

[2] Sono due termini dispregiativi con cui in quegli anni venivano identificati i cattolici (Taig) e i protestanti (Prod).

Immagine in evidenza: Foto di Alis View da Pexels

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