Una storia vecchia come la pioggia, di Saneh Sangsuk
(Utopia Edizioni, 2025 – trad. A. Cola)
Una storia vecchia come la pioggia di Saneh Sangsuk è un libro che si muove in una zona ambigua e profondamente affascinante, dove il realismo più crudo si mescola a una dimensione quasi mitica, come se la narrazione affiorasse da un tempo circolare, ancestrale, destinato a ripetersi. È un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma apre una soglia: invita il lettore a entrare nella foresta non come visitatore, ma come essere vulnerabile, disarmato, costretto a fare i conti con ciò che l’uomo ha dimenticato – e devastato.
La pioggia evocata dal titolo non è soltanto un elemento atmosferico, ma una vera e propria chiave simbolica. Cade incessante sui personaggi, sui luoghi, sulle loro vite marginali, lavando e insieme incrostando la realtà. È una pioggia che non purifica, ma accompagna; che non risolve, ma insiste, come la storia che il romanzo racconta – “vecchia” non perché stanca, ma perché già accaduta infinite volte. Una pioggia antica, ciclica, inesorabile, che cade come una forma di narrazione primordiale: lava, cancella, ma soprattutto ricorda. È una pioggia che sa tutto, che ha visto tutto, che torna sempre uguale e sempre diversa, come le storie tramandate di bocca in bocca.
La giungla, in queste pagine, non è mai uno sfondo esotico né un semplice luogo dell’infanzia o del mito. È origine e fine di ogni vita, grembo e tomba, memoria vivente che osserva l’umanità mentre consuma sé stessa. La natura non è mai innocente: è ferita, violata, saccheggiata, ridotta a risorsa da sfruttare. L’uomo avanza nella foresta come una forza cieca, distruttiva, incapace di ascolto. Eppure la foresta resiste, non con la forza bruta, ma con il tempo, con il silenzio, con quella pioggia ostinata che continua a cadere anche quando tutto sembra perduto.
Sangsuk sceglie uno sguardo spoglio, quasi impassibile, per raccontare esistenze segnate dalla povertà, dalla violenza latente, da un destino che sembra scritto prima ancora che i personaggi possano opporvisi. La sua prosa è essenziale, talvolta brutale, e proprio per questo riesce a essere profondamente poetica: non cerca l’effetto, non indulge nella spiegazione, ma lascia che siano i gesti, i silenzi, le ripetizioni a costruire il senso. Il dolore non viene mai spettacolarizzato: è dato come un fatto naturale, inevitabile, al pari della pioggia che continua a cadere.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la capacità di raccontare una realtà profondamente radicata in un contesto specifico senza mai renderla esotica o distante. Il mondo narrato da Sangsuk non chiede al lettore di essere “compreso” culturalmente, ma di essere attraversato emotivamente. Le dinamiche familiari, la sopraffazione, la rassegnazione, la rabbia muta parlano una lingua universale, che supera i confini geografici e culturali.
Al centro di questo universo pulsante c’è la tigre. Parola chiave, figura cardine, presenza che incute timore e insieme rispetto. La tigre è minaccia e sfida, creatura liminale che mette alla prova l’essere umano. In sua assenza, sembra dirci Sangsuk, l’esistenza si riduce a una pigra attesa della morte. La tigre non è soltanto un animale: è una forza mentale, una disciplina interiore, un principio di vigilanza. Guardare la tigre significa guardare ciò che nell’uomo non è addomesticabile. Significa confrontarsi con il limite, con la paura, con la possibilità di soccombere. Ma anche con la possibilità di essere davvero vivi.
La distruzione della natura da parte dell’uomo non assume mai i toni di una denuncia esplicita. È piuttosto una malinconia profonda, una consapevolezza che filtra tra le fronde degli alberi, tra le voci dei bambini, tra i racconti del reverendo padre Tien. Storie ascoltate e viste, perché – come ci ricorda il libro – la letteratura consente questo miracolo: ascoltare con gli occhi. Anche noi, come le bambine e i bambini di Phraek Nam Daeng, siamo seduti ad ascoltare, sospesi in quello spazio in cui il reale e l’immaginario smettono di essere opposti.
“I piccoli amavano ripercorrerle tutte perché, a quell’età, le menti sono ravvivate da una creatività che non consente di distinguere tra realtà, sogno e immaginazione… In fondo l’infanzia stessa è una sorta di fantasia”. In questa frase è racchiuso uno dei cuori segreti del romanzo: l’infanzia come territorio magico, come età in cui la foresta parla ancora, in cui la tigre non è solo pericolo ma racconto, in cui il mito non è evasione bensì forma di conoscenza. La magia, qui, non è ornamento: è una modalità di accesso al mondo.
C’è in questo libro anche una riflessione potente sulla trasmissione del dolore: ciò che passa di mano in mano, di generazione in generazione, non come una scelta, ma come una condanna silenziosa. La violenza non esplode quasi mai in modo clamoroso; è insinuata, normalizzata, sedimentata nella quotidianità. Ed è forse proprio questa normalità a rendere il racconto così disturbante e autentico. Il mito, il mistero e la dimensione magica convivono con una malinconia costante, quasi una bruma che avvolge ogni pagina. È la malinconia di chi sa di appartenere a un luogo che non potrà mai possedere fino in fondo. “Sono un figlio della giungla, eppure la giungla per me rimane un mistero”. Questa dichiarazione potrebbe essere il manifesto poetico dell’intero romanzo. La giungla – come la natura, come l’infanzia, come la memoria – non si lascia dominare: si può solo attraversare, ascoltare, forse amare, senza mai pretendere di comprenderla del tutto.
Sangsuk scrive contro l’illusione del controllo. L’uomo che devasta la foresta è lo stesso uomo che crede di poter ridurre il mondo a misura di profitto, di utilità, di consumo. Ma la foresta, con la sua lentezza millenaria, con la sua pioggia ostinata, con la sua tigre silenziosa, oppone una resistenza che è insieme fisica e simbolica. Una resistenza che passa attraverso le storie, attraverso la magia, attraverso quella zona d’ombra in cui il razionale vacilla.
Utopia Edizioni conferma, con questa pubblicazione, una linea editoriale coraggiosa e coerente, capace di portare al lettore italiano voci radicali, non addomesticate, che chiedono attenzione e disponibilità all’ascolto. Una storia vecchia come la pioggia non è un libro consolatorio, né facile: è un testo che resta addosso, che continua a gocciolare anche dopo l’ultima pagina, come una pioggia sottile e persistente.
Un romanzo asciutto e feroce, profondamente politico nel senso più alto del termine, che interroga il nostro rapporto con la natura, con il potere e con la distruzione attraverso la poesia, il mito e la malinconia. Un libro che ci chiede di rallentare, di sostare sotto la pioggia, di ascoltare il battito segreto della foresta. E di ricordare che, senza la tigre – senza ciò che ci sfida e ci supera – la vita rischia davvero di diventare soltanto un’attesa.
Antonella De Cicco

