Somigliare al lavoro che facciamo: Il concorso

Il concorso, Sara Mesa
(La Nuova Frontiera, 2025 – trad. E. Tramontin)

Il concorso copertina

In una iconica scena de La grazia, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, Toni Servillo nei panni del presidente Mariano De Santis afferma che «la burocrazia è lenta perché serve a non prendere decisioni affrettate». Una frase che potrebbe tranquillamente essere sfuggita dalle righe de Il concorso, l’ultimo romanzo dell’autrice spagnola Sara Mesa portato in Italia da La Nuova Frontiera nella traduzione di Elisa Tramontin.

Se nelle ultime due opere apparse in Italia Mesa aveva applicato la sua prosa chirurgica e lo sguardo intimo eppure globale a due pilastri fondamentali della vita privata — l’amore e la famiglia —, con questo romanzo la scrittrice si sposta nello spazio pubblico e indaga le dinamiche più triviali e quotidiane del mondo del lavoro.

All’inizio dell’opera la protagonista, Sara, ha appena ottenuto un posto nella pubblica amministrazione. Non le è chiaro qual è il suo lavoro, in che tipo di ufficio si trova e cosa ci si aspetta che lei faccia per guadagnarsi lo stipendio. Dopo averla sistemata in una postazione solitaria, nei pressi di un misterioso e silenzioso collega, il sistema sembra dimenticarsi di lei per lunghi giorni prima che effettivamente le venga affidata una mansione, e anche quando succede tutto resta fumoso, irrisolto. La sua presenza sembra essere più un intralcio che un supporto per i colleghi, eppure tutti si spendono in lodi sulla sua utilità, sottolineano quanto il suo ruolo sia indispensabile.

Determinata a farsi spazio in questo mondo banale, ma allo stesso tempo kafkiano al punto da diventare surreale, Sara forza il sistema per trovare la sua dimensione e dare senso alle lunghe giornate praticamente prive di impegni, finché si trova a fronteggiare una scelta potenzialmente definitiva: affrontare il Concorso pubblico e rendere permanente questo impiego spersonalizzante.

In qualsiasi altro romanzo, la parte noiosa e ripetitiva della vita lavorativa di Sara sarebbe rimasta fuori dalle pagine e i lettori avrebbero seguito le sue vicende fuori dall’ufficio, nel mondo libero e vivace che vive dopo le diciotto e nei weekend. Ne Il concorso, al contrario, non sappiamo nulla della vita di Sara fuori dall’ufficio: abbiamo alcune informazioni vaghe, come il fatto che vive con sua madre e che si interessa di poesia, ma non la vediamo mai fuori dalle mura del suo luogo di lavoro. L’ufficio è il posto dove passa la maggior parte della sua giornata e quindi anche quello che definisce nel modo più incisivo chi è lei come persona. Gli oggetti che Sara usa, gli spazi che percorre, i colleghi con cui condivide svogliatamente la colazione sono ricorrenti al punto da diventare vividi, noiosamente familiari. E, come lei, chi legge comincia a sentire ben presto il desiderio di fuggire.

Le piccole dinamiche da ufficio descritte nel romanzo potrebbero strappare un sorriso a chi le ha vissute — le settimane di inattività trascorse prima dell’inserimento, le procedure inutilmente complicate per svolgere operazioni semplici, le ferie imposte, gli equilibri delicati tra colleghi. Mesa, tuttavia, porta lo sguardo fuori dall’ufficio per sottolineare come l’impatto di queste dinamiche noiose e collaudate pesi su persone vere con bisogni reali. Mentre nelle dinamiche della pubblica amministrazione tutto sembra finto e la lentezza viene venerata come sinonimo di eccellenza, le persone che dovrebbero essere destinatarie dei provvedimenti rimangono in situazioni di difficoltà. I lavoratori, quindi, si ritrovano a lavorare non per le persone, ma per il sistema stesso.

«Se qualcuno mi avesse chiesto di spiegare in cosa consisteva il mio lavoro, una persona esterna, voglio dire, non sarei stata in grado di spiegarglielo in un’unica frase. Le parole che avrei potuto usare, di per sé, non avrebbero significato nulla. […] La mia vita era diventata molto strana.» (p. 109)

In questa spersonalizzazione del lavoro l’uso della tecnologia ha un ruolo fondamentale. Come nello stereotipo della pubblica amministrazione nell’immaginario collettivo, gli uffici in cui lavora Sara sembrano essere rimasti almeno trent’anni indietro dal punto di vista della digitalizzazione. L’implementazione di un nuovo sistema informatico richiede mesi e mesi di formalità e in nessuna fase di questo processo l’esperienza degli utenti viene messa al centro come fondamentale. Nel corso delle sue giornate poco impegnate, Sara è anche e sopratutto le ricerche che fa online, i fogli che decide di stampare, le azioni eversive che sceglie di far compiere ai sistemi informatici, ribaltando completamente il loro ruolo e la loro prospettiva.

Sara, che pure non si riconosce nella sua mansione alienante, non ha particolari ambizioni o competenze, o almeno non le vediamo mai in scena. Non odia la pubblica amministrazione perché sogna di fare altro — ambisce solo, in un modo in cui è facile identificarsi, a svolgere un lavoro che abbia un significato. Attraverso il suo personaggio, Il concorso ci pone, in definitiva, delle domande fondamentali: quanto abbiamo bisogno di somigliare al lavoro che facciamo? E possiamo davvero, in tutta sincerità, affermare che il lavoro non ci definisce?

Loreta Minutilli

Immagine in copertina: Foto di Pexels da Pixabay

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