La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.
Tre Tristi Tigri, Guillermo Cabrera Infante
(Il Saggiatore, 2006 – trad. it. Leonardo Lojacono)

In Storia universale dell’infamia di Jorge Luis Borges, si trova un frammento titolato Del rigore della scienza, in cui si racconta di un impero che giunse a perfezionare l’arte della cartografia a tal punto da riuscire a creare una mappa che possedeva l’esatta estensione dell’impero — coincidendo dunque perfettamente con esso.
Riprodurre fedelmente e per intero il testo di Tre tristi tigri (Il Saggiatore, 2006; I ed. 1976), allo stesso modo che per il borgesiano impero, sarebbe forse l’unico modo efficace per rendere giustizia al romanzo del suo autore cubano, Guillermo Cabrera Infante. Il libro consacra infatti Cabrera tra gli scrittori del cosiddetto “boom” latinoamericano, pur non essendo un romanzo politico e pur non avendo mai trovato una precisa collocazione formale; anzi, Cabrera stesso dichiarò in un’intervista che il suo non era un romanzo, ma piuttosto “un libro di frammenti alla ricerca dell’unità, come gli anelli vogliono – e devono – comporsi in una catena per essere qualcosa di più di un gruppo di anelli” e che “non esiste un romanzo più apolitico nella storia della letteratura latinoamericana”1. Non a caso, è stato spesso scomodato James Joyce nel tentativo di inquadrare la prosa di Cabrera Infante.
Scritto in esilio, pubblicato inizialmente nel 1964 con un altro nome, vincitore del premio Biblioteca Breve di Seix Barral, il libro venne sottoposto a censura e nel 1967 ne venne pubblicata una seconda versione censurata, con il titolo attuale. La versione originale, che si chiamava Vista del amanecer en el trópico, rimane oggi irreperibile. Nel 1974, tuttavia, Cabrera Infante utilizzò lo stesso titolo per un altro libro.
Gigantesca mappa di una Cuba alla vigilia della rivoluzione castrista — di cui Cabrera sarà prima fervente sostenitore e poi dissidente — all’interno di Tre tristi tigri si muovono numerosi personaggi, quadranti tenuti insieme semplicemente da una legenda e alcune coordinate. L’unica strada che ha il privilegio di entrare, attraversare e uscire nuovamente per poi rientrare tra i quadranti/personaggi di Tre tristi tigri — oltre al Malecón, arteria in asfalto pulsante de L’Avana — è infatti il linguaggio, vero protagonista del romanzo, con tutti i suoi ghirighori e i suoi virtuosismi. Non a caso il titolo rimanda a un famoso scioglilingua spagnolo, “tres tristes tigres tragaban trigo en un trigal” (tre tristi tigri mangiavano grano in un campo di grano). Di questa predominanza della forma sul contenuto, della fonetica sulla semantica, la relazione tra l’orchestra e lo strumento suonato da uno dei personaggi — che corre lungo tutta un’intera pagina — ne è forse una perfetta mise en abyme:
«Battendo il tempo col piede, misurando mentalmente il ritmo, sorvegliando questa chiave interiore che continua a suonare, che emette un suono di legno musicale benché non faccia più parte dell’orchestra, contando il silenzio, il mio silenzio, mentre sento il suono dell’orchestra, facendo delle piroette, delle picchiate, dei giri […] andando con l’orchestra restando con lei e nonostante tutto così lontano dalla solitudine dalla compagnia e dal mondo: nella musica. In volo».
Il linguaggio è l’orchestra e ogni personaggio è uno strumento che seguita assoluto, sciolto. Inutile provare a tracciare rapidamente una composizione; non c’è. O meglio, ce ne sono troppe: un quadrilatero amoroso, un fotografo che si danna per rendere famosa una cantante dei bassifondi cubani, baccanali intellettuali, la storia di un bastone, la morte di Trockij raccontata da diversi scrittori cubani molti anni dopo — o prima (sì, questo è letteralmente il titolo di uno dei capitoli del romanzo, e contiene esattamente ciò che descrive). Insomma, la cosa più vicina a un quadro di Kandinskij che sia mai stata scritta. Forse, l’unica sottotrama con un livello accettabile di coerenza narrativa è quella composta dai capitoli nominati “ELLA CANTAVA BOLEROS”, che raccontano la storia di Estrella Rodriguez e di un fotografo che una notte rimane folgorato dalla sua gigantesca figura e dalla sua altrettanto gigantesca voce:
«Conobbi la Estrella quando si chiamava Estrella Rodriguez e non era famosa e nessuno pensava che sarebbe morta […]. Basta, ora viene la musica. E senza musica, voglio dire senza orchestra, senza accompagnatore cominciò a cantare una canzone sconosciuta nuova, che le usciva dal petto, dalle sue tette enormi, dalla sua pancia a barile, da quel corpo mostruoso […]. Era da molto tempo che qualcosa non mi commuoveva in quel modo e cominciai a sorridere a me stesso ad alta voce, poiché proprio in quel momento avevo riconosciuto la canzone […] e pensai, Agustín non hai inventato nulla, non hai composto nulla, questa donna ti sta inventando la tua canzone in questo istante: vieni domani e raccoglila e copiala e mettila nuovamente a tuo nome: Noche de ronda sta nascendo stanotte. Questa notte rotonda!».
Questa particolare catena di anelli troverà nel 1996 la sua unità, diventando un libro a sé, con il titolo di Ella Cantaba Boleros. Inutile perciò sottolineare quanto questa citazione sia ridotta all’osso, estrapolata da pagine e pagine di mambo cubano che solo lette nella loro interezza rendono giustizia all’atmosfera ebbra della notte avanese. E lo stesso discorso vale per ogni luogo e ogni tempo dell’universo di Tre Tristi Tigri: Cabrera Infante costruisce metafisiche dell’aldilà nello spazio di un abitacolo di una macchina che sfreccia lungo una Calle assolata; l’intera storia del gobbo di Notre Dame viene scomodata, slacciata e ricucita in due pagine da Silvestre — un altro dei cento personaggi — che dallo specchietto retrovisore dell’auto, lato passeggero, osserva Arsenio Cuè scendere e procedere in direzione di due giovani ragazze, per convincerle a salire per passare la serata con loro. Arsenio Cuèsimodo, come conquisterai la tua Esmeralda?
Allora forse l’unico modo per rendere giustizia a questo chiliagono cubano non è parlare di trame o di personaggi o di strutture, ma piuttosto quello di dare un esempio della scrittura di Cabrera Infante, senza interruzioni, senza preoccuparsi di dover spiegare dove siamo, con chi siamo, e perché ci siamo:
«—Il suo nome è Arsenio. Arsenio Cué.
Feroce anglicista che traduce naturalmente dall’americano. Dice anche afluente invece di próspero, morón invece di idiota, me luce invece di me parece, chance invece di oportunidad, controlar invece di revisar, e tante altre cose. Che orrore l’Espanglish. Ci occuperemo di te un giorno, Lyno Novàs.
— Ah— disse l’altra, quella che diceva di chiamarsi Beba—. Ma sì, è vero. Lei è l’agtore della tivù. L’ho visto tante di quelle volte.
Era una donna non una ragazza con qualche bisavolo africano perduto all’incrocio di altri fiumi tropicali. Una di quelle mulatte che non sono mulatte, ma di un meticciato così sottile che solo un cubano o un brasiliano o magari Faulkner avrebbe potuto scoprirlo. Aveva i capelli neri, lunghi, appena pettinati e occhi grandi, rotondi, truccati e una bocca che più che sensuale era depravata, come si dice. Saggezza dell’élite. Come se le forme, più che delinearsi con la luce e avere dimensioni e occupare un posto nello spazio, potessero adottare concetti morali. Un’etica per Leonardo. Un tocco di pennello è un problema morale. Il volto è lo specchio dell’anima. Il naso criminale di Lombroso. O tempera, o mores».
Stefano Vernamonti
- “Romanzi ad alta voce. Due esempi di rottura del canone del romanzo della narrativa ispano-caraibica degli anni Sessanta e Settanta: Tres Tristes Tigres e La Guaracha del Macho Camacho“, p. 178 ↩︎
