La realtà vista attraverso gli occhi di un dio vagabondo

Il dio vagabondo, Fabrizio Dori
(Oblomov Edizioni, 2018)

pop-il-dio-vagabondo.jpgIn un campo di girasoli vive Eustis, un senzatetto a cui basta portare del vino o dell’hashish perché inizi a raccontare storie profetiche, in grado di sconfiggere la tristezza e risolvere problemi di qualunque tipo, che siano d’amore o di soldi. Se da una parte Asterix ha la pozione di Panoramix, Braccio di Ferro gli spinaci e Super Pippo le spagnolette, dall’altra, Eustis ha l’alcol e grazie a esso riesce a risvegliare poteri sovrannaturali; perché, per quanto possa esser stravagante, non è un cialtrone e ha davvero il dono della profezia. Infatti, Eustis non è un uomo come tutti gli altri: in passato era un satiro, ma adesso è costretto in sembianze umane senza più corna né orecchie a punta e con poteri limitati.

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“La lingua del diavolo” vocifera di vinti e vulcani

La lingua del diavolo, Andrea Ferraris
(Oblomov Edizioni – La Nave di Teseo, 2018)

U mari è amaro

pop-la-lingua-del-diavoloSciacca, 1831. Salvatore (Turi) e Vincenzo (Vicè) Cavalca sono due fratelli, orfani e poveri, che abitano in riva al mare, poco lontano dal paese. Fanno i pescatori, ma, dato che le reti sono vuote da ormai una settimana, per tirare avanti lavorano la terra di Don Paolo, un ricco possidente (in origine nullatenente). Questa è la vita dei fratelli Cavalca, che sono poveri e pare che poveri debbano restare, tanto il destino è loro avverso. Tuttavia, un avvenimento inaspettato sconvolge la vita dell’intera popolazione di Sciacca (e non solo), cambiando la veste di questo racconto: un giorno di fine giugno il mare esplode, e fumo e pinnacoli di fuoco si sollevano dall’acqua. È un vulcano in eruzione, ma la gente non lo sa e si scatena il panico. Secondo qualcuno è una balena, secondo altri un mostro marino, mentre il parroco è convinto che quelle fiamme siano “la lingua del diavolo”, che ha trovato la strada per la superficie e arriverà a bussare alle porte di ogni uomo.

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La strada della vita

La strada della vita, Marco Nizzoli e Giovanna Furio
(Oblomov Edizioni-La Nave di Teseo, 2018)

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Ventidue giugno millenovecentoquarantuno, si accende la miccia dell’operazione Barbarossa: il Terzo Reich dichiara guerra all’Unione Sovietica e le truppe del Führer si riversano sui territori russi, devastandoli. A fine agosto, le armate naziste arrivano sulle sponde della Neva; a settembre, queste sono bloccate alle porte di Leningrado, obiettivo cruciale dell’offensiva a nord. Ma la strategia viene modificata in corso d’opera, dato che il quartier generale della Wehrmacht decide di prendere la città d’assedio e, di conseguenza, i cittadini per fame. Il conflitto si arresta e implacabile arriva l’inverno russo, lo stesso Generale Inverno che centoventinove anni prima aveva dilaniato i ranghi francesi guidati da Napoleone e che ora mette a dura prova sia gli assedianti, che gli assediati. La rapidità del Blitzkrieg viene come congelata dal freddo blizzard, e seguono mesi interminabili di bombardamenti e gelo, che riducono i cittadini allo stremo, perché l’accerchiamento della città ha bloccato ogni via di approvvigionamento: viene così costruita la Strada della Vita, una via ghiacciata di collegamento tra Leningrado e il lago Ladoga e che permette l’arrivo dei rifornimenti e l’evacuazione dei civili.

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