Celestia appoggiata sul mare

Celestia voll.1-2, Manuele Fior
(Oblomov Edizioni, 2019-2020)

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A Venezia, nel sestiere di Dorsoduro, è possibile entrare – ovviamente pagando il biglietto d’ingresso – nel palazzo Venier dei Leoni, sede della Peggy Guggenheim Collection. Una volta dentro, girovagando tra le mura bianche delle piccole sale del museo stracolme d’opere d’arte, ecco che, all’improvviso, ci troviamo di fronte a L’impero delle luci di René Magritte, nella fattispecie quello dipinto dall’artista belga a cavallo tra il 1953 e il 1954. Capolavoro del surrealismo, il quadro (come pure i suoi “fratelli” sparsi qua e là per il globo) mostra nella metà inferiore una casa immersa nel buio della notte, e nella metà superiore un cielo luminoso, colorato con le tinte celesti del giorno e popolato da una moltitudine di nuvole fluttuanti. I due ambienti sono verosimili se presi singolarmente (resi tali anche dal preciso stile pittorico dell’artista), ma quando l’occhio osserva la scena nella sua interezza si palesa il paradosso: la forza suggestiva del dipinto è formidabile, capace di smuovere sentimenti antitetici di speranza, malinconia, felicità, paura; l’artista gioca proprio su questo ossimoro per ricreare un contesto duale in cui la mente si scinde e percorre diverse vie ignote, senza più riconoscere il confine tra sogno e realtà.

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La realtà vista attraverso gli occhi di un dio vagabondo

Il dio vagabondo, Fabrizio Dori
(Oblomov Edizioni, 2018)

pop-il-dio-vagabondo.jpgIn un campo di girasoli vive Eustis, un senzatetto a cui basta portare del vino o dell’hashish perché inizi a raccontare storie profetiche, in grado di sconfiggere la tristezza e risolvere problemi di qualunque tipo, che siano d’amore o di soldi. Se da una parte Asterix ha la pozione di Panoramix, Braccio di Ferro gli spinaci e Super Pippo le spagnolette, dall’altra, Eustis ha l’alcol e grazie a esso riesce a risvegliare poteri sovrannaturali; perché, per quanto possa esser stravagante, non è un cialtrone e ha davvero il dono della profezia. Infatti, Eustis non è un uomo come tutti gli altri: in passato era un satiro, ma adesso è costretto in sembianze umane senza più corna né orecchie a punta e con poteri limitati.

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“La lingua del diavolo” vocifera di vinti e vulcani

La lingua del diavolo, Andrea Ferraris
(Oblomov Edizioni – La Nave di Teseo, 2018)

U mari è amaro

pop-la-lingua-del-diavoloSciacca, 1831. Salvatore (Turi) e Vincenzo (Vicè) Cavalca sono due fratelli, orfani e poveri, che abitano in riva al mare, poco lontano dal paese. Fanno i pescatori, ma, dato che le reti sono vuote da ormai una settimana, per tirare avanti lavorano la terra di Don Paolo, un ricco possidente (in origine nullatenente). Questa è la vita dei fratelli Cavalca, che sono poveri e pare che poveri debbano restare, tanto il destino è loro avverso. Tuttavia, un avvenimento inaspettato sconvolge la vita dell’intera popolazione di Sciacca (e non solo), cambiando la veste di questo racconto: un giorno di fine giugno il mare esplode, e fumo e pinnacoli di fuoco si sollevano dall’acqua. È un vulcano in eruzione, ma la gente non lo sa e si scatena il panico. Secondo qualcuno è una balena, secondo altri un mostro marino, mentre il parroco è convinto che quelle fiamme siano “la lingua del diavolo”, che ha trovato la strada per la superficie e arriverà a bussare alle porte di ogni uomo.

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La strada della vita

La strada della vita, Marco Nizzoli e Giovanna Furio
(Oblomov Edizioni-La Nave di Teseo, 2018)

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Ventidue giugno millenovecentoquarantuno, si accende la miccia dell’operazione Barbarossa: il Terzo Reich dichiara guerra all’Unione Sovietica e le truppe del Führer si riversano sui territori russi, devastandoli. A fine agosto, le armate naziste arrivano sulle sponde della Neva; a settembre, queste sono bloccate alle porte di Leningrado, obiettivo cruciale dell’offensiva a nord. Ma la strategia viene modificata in corso d’opera, dato che il quartier generale della Wehrmacht decide di prendere la città d’assedio e, di conseguenza, i cittadini per fame. Il conflitto si arresta e implacabile arriva l’inverno russo, lo stesso Generale Inverno che centoventinove anni prima aveva dilaniato i ranghi francesi guidati da Napoleone e che ora mette a dura prova sia gli assedianti, che gli assediati. La rapidità del Blitzkrieg viene come congelata dal freddo blizzard, e seguono mesi interminabili di bombardamenti e gelo, che riducono i cittadini allo stremo, perché l’accerchiamento della città ha bloccato ogni via di approvvigionamento: viene così costruita la Strada della Vita, una via ghiacciata di collegamento tra Leningrado e il lago Ladoga e che permette l’arrivo dei rifornimenti e l’evacuazione dei civili.

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